FIAT Serbia. Un caso classico di imperialismo

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Le bombe della NATO del 1999 sono servite a smantellare il regime di difesa sociale della RFJ e a svendere il paese alle multinazionali. E servono oggi a ricattare gli operai FIAT di Torino, di Termini Imerese, di Pomigliano…

La politica delle multinazionali che contrappone i lavoratori su base nazionale va combattuta con l’internazionalismo, costruendo unità e lotta comune a livello europeo e mondiale

L’annuncio di Marchionne

Kragujevac, 23 luglio 2010. Siamo nell’ufficio del sindacato “Samostalni”, che organizza la grande maggioranza dei lavoratori serbi, con Rajka Veljovic, responsabile delle relazioni internazionali, Zoran Mihajlovic vicesegretario nazionale e Radoslav Delic, segretario dei metalmeccanici della Zastava. Come ogni anno, siamo qui per la consegna delle donazioni delle adozioni a distanza dell’associazione “Most za Beograd – un ponte per Belgrado in terra di Bari”, costituitasi nel 1999 contro la “guerra umanitaria” della NATO alla RFJ. Ma non c’è quasi la possibilità di parlare. Il telefono del sindacato è bollente, da ogni parte d’Italia, e non solo, vogliono notizie sull’annuncio-bomba di Marchionne: la FIAT può spostare la produzione da Torino, dove i lavoratori scioperano, a Kragujevac, dove dall’inizio dell’anno la FIAT ha preso effettivo possesso della Zastava automobili. I principali quotidiani hanno titoli a molte colonne. E con una certa precisione elencano tutti i buoni motivi per spostare la produzione in Serbia, le condizioni davvero vantaggiose concesse dal governo serbo: esentasse, capannoni e terreno gratuiti, altri milioni di finanziamenti. Salari da 300 euro. Finalmente i serbi, dopo essere stati bombardati, sono domati e pronti a fornire forza lavoro qualificata a buon mercato.

Così, a 11 anni di distanza, le bombe lanciate su Belgrado sono servite non solo a colpire la popolazione, ad ucciderla, ferirla, affamarla, stremarla, distruggendo la base produttiva del paese, sottoposto a pesanti ricatti, per piegarlo ai voleri imperialisti, con il bastone della sottrazione del Kosovo (che la risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU del 1999 prevedeva parte integrante della Serbia) e la carota di una possibile ammissione nel club della UE. Quelle bombe ora servono anche alla feroce guerra che il padronato, la punta di lancia del padronato italiano, la FIAT, conduce contro gli operai in Italia. Le bombe della NATO del 1999 sono servite a smantellare il regime di difesa sociale della RFJ guidata da Slobodan Milosevic e a svendere il paese alle multinazionali, costringendo i lavoratori serbi alle condizioni che essE impongono. E servono ora a ricattare gli operai FIAT di Torino, di Termini Imerese, di Pomigliano: o accettate il diktat della FIAT o delocalizzo in Serbia. Il caso Zastava-FIAT è un esempio da manuale di globalizzazione imperialistica. Ci illustra il legame tra guerra guerreggiata e lotta economica e ci dice anche che l’impegno contro la guerra imperialista per la classe operaia non si basa soltanto su un’alta coscienza morale, ma anche su un diretto interesse di classe. La guerra imperialista, in una fase di grave crisi economica e di sfrenata competizione mondiale, non colpisce soltanto i popoli di altri paesi – serbi, iracheni, afghani: l’elenco delle aggressioni USA e NATO del nuovo secolo potrebbe continuare – ma anche il proletariato del paese imperialista. Marchionne punta sulla concorrenza tra lavoratori, sulla lotta per la sopravvivenza tra chi è impoverito e chi sta ancora peggio.

Con uno scatto d’orgoglio i segretari del sindacato stilano un comunicato in cui rifiutano il gioco al massacro dei lavoratori contro lavoratori, invitando all’unità di tutti i lavoratori del gruppo FIAT. L’internazionalismo tra lavoratori è rimasto nel dna di alcuni di loro, nonostante i bombardamenti mediatici, l’assedio, la fame, i ricatti, o anche grazie a questo. Hanno provato a praticarlo seriamente i compagni della Zastava. Non a caso hanno promosso incontri internazionali e stabilito un rapporto con la CGIL, con la FIOM di alcune città e regioni italiane, col coordinamento delle RSU.

Anni ’50-60: nasce l’industria automobilistica jugoslava

Con la formazione della RFSJ la fabbrica sorta nel 1851a Kragujevac (capitale serba fino al 1839 sotto il regno di Milos Obrenovic) come fonderia di cannoni col nome di Vojno-Tehnicki Zavod, e che aveva cominciato negli anni 1930 a produrre per l’esercito jugoslavo camion su licenza Ford e poi, dopo la Liberazione dal nazifascismo, jeep su licenza di Willys-Overland, prende il nome (1° gennaio 1946) di Crvena Zastava (Bandiera rossa). Alla fine degli anni 1940, la RFSJ dopo la rottura col Cominform e con l’URSS (1948) dibatte al suo interno il modello di sviluppo. Con il referendum del 26 agosto 1953 le maestranze della fabbrica autogestita di Kragujevac, rimaste senza lavoro per il trasferimento di gran parte della produzione di armi nelle altre repubbliche jugoslave, si pronunciano a larghissima maggioranza (96%) per la scelta - inizialmente avversata da una parte dei comunisti jugoslavi - di costruire autovetture ad uso privato. Un anno dopo, nell’agosto 1954, viene siglato l’accordo con la FIAT. Si inizia con la FIAT Campagnola, poi nel '55 arriva la Zastava 600 B, detta Fica, nel 1971 la Zastava 101 e poi l'utilitaria Yugo 45, che monta il motore della FIAT 127; a fine anni '80 la Florida, la cui linea è stata impostata dal designer italiano Giorgio Giugiaro.

Anni ’70: la massima espansione

Gli anni 1970-80 vedono un crescente sviluppo della fabbrica, che nel 1975 festeggia la produzione della milionesima vettura. Circa 30.000 addetti producono nel 1977 200.000 vetture all’anno, soddisfacendo gran parte della domanda interna jugoslava (300.000 vetture). Dal 1971 la fabbrica comincia ad esportare sul mercato dei paesi occidentali, in Europa (Grecia, Francia, Italia: la Koral col marchio Innocenti) e negli USA, che importano la Yugo 45. Alla fine degli anni ’70 l’organico a Kragujevac raggiunge le 40.000 unità, la produzione 255.000 vetture, con un fatturato di circa 2,2 milioni di dollari. La Zastava collabora con circa 200 imprese jugoslave; 500.000 persone in tutto il paese lavorano direttamente o indirettamente con essa.

Negli anni ’80, nonostante il rallentamento dei ritmi di sviluppo che colpisce le economie socialiste europee (sia quelle più centralmente pianificate di tipo sovietico che quelle decentralizzate, come la Jugoslavia) la Zastava di Kragujevac si mantiene intorno a questi standard produttivi. Nel 1989, alla vigilia del sanguinoso disfacimento della federazione jugoslava, la Zastava produce 223.000 veicoli, esportati in 70 paesi. Il gruppo Zastava si compone di 47 imprese presenti nelle diverse repubbliche jugoslave e occupa 56.000 addetti.

Anni ’90: anche la Zastava va a pezzi

Con la dissoluzione della Jugoslavia va a pezzi anche la Zastava. A Spalato, in Croazia, la Jugoplastika produceva gli interni e poi vi erano altri stabilimenti in Kosovo, Slovenia e Bosnia. Quelle che erano relazioni del tutto interne alla fabbrica divengono relazioni internazionali, per di più tra paesi in guerra. Si aggiunga l’embargo e si comprende come debba essere riorganizzata e reinventata tutta la produzione, che nel 1991 crolla a meno di 10.000 vetture. I salari reali, che negli anni ’80, a parità di potere d’acquisto, non erano inferiori a quelli di un operaio italiano e consentivano un discreto tenore di vita, con le guerre e le sanzioni contro la RFJ precipitano a livelli infimi.

Nel frattempo, la campagna iconoclasta anticomunista che ha investito l’URSS e l’Europa centro orientale e non risparmia i Balcani, porta a cambiare la toponomastica delle città, che riprendono i vecchi nomi di principi e zar in luogo dei combattenti partigiani e comunisti. Anche il nome della fabbrica di Kragujevac viene “ripulito” dal rosso e rimane soltanto Zastava, bandiera.

1999. I bombardamenti della NATO

Nella primavera del ‘99 la NATO scatena l’aggressione contro la RFJ, con bombardamenti terroristici e distruttivi. Il generale clintoniano Wesley Clark dichiara di voler riportate la Serbia 50 anni indietro. La fabbrica di automobili diviene uno dei principali obiettivi militari. Due massicci bombardamenti, il 9 e 12 aprile, la distruggono, nonostante i lavoratori si pongano sul piazzale come “scudi umani”: 140 sono feriti durante il primo raid, 30 pesantemente, mentre altri 36 sono feriti nel secondo. Colpiti in pieno il reparto automatizzato di verniciatura e il centro di informatica costato 10 milioni dollari, che gestiva i dati per tutti gli stabilimenti Zastava in Serbia. Colpita anche la centrale teromoelettrica che serviva tutta la città. 37.500 persone restano senza lavoro:

… Tutte le foto, i film ecc. visti in precedenza non hanno reso giustizia nemmeno approssimativamente alla misura della distruzione, dell'annientamento, della violenza criminale di bombe e missili. … Strano anche come proprio la disintegrazione degli utensili, dei banchi da lavoro, dei martelli, delle tenaglie, delle morse, delle barre, dei chiodi e delle viti (spianati e spezzati persino gli elementi più piccoli) mi abbia colpito più di quella dei grandi macchinari. Era come se con questi utensili — una volta "utensile" non significava "segno di umanizzazione"? — le criminali potenze celesti avessero annientato in tutto il circondario il lavoro, vale a dire ogni cooperare ed esistere (l'esserci), per un tempo indeterminato. E strano anche come la vista delle centinaia di macchine semifinite o quasi finite schiantate e bruciate sulle loro sospensioni e catene di montaggio mi abbia addolorato — io che dalle automobili di solito distolgo gli occhi -, mi abbia addolorato come se si trattasse di esseri viventi ai quali una potentissima entità del Male avesse in un colpo solo (in realtà i colpi sono stati ben più d'uno) disintegrato la più intima essenza. E al centro della superba (sì) opera dell'uomo (sì) l’altrettanto superba, nobile centrale termoelettrica (toplana) che riforniva l'intera Kragujevac (circa 200.000 abitanti) e adesso, invece che di caldaie e tubi scintillanti, consiste solo di brandelli e sfilacciature... da un pezzo questa non è più un'azione militare, ma un paralizzare, peggio ancora, un colpire-al-cuore, peggio ancora, un mandare alla malora e spazzare via dall'area di conquista un intero paese, un intera Parte della Terra![1].

Resistenza operaia e internazionalismo

Tuttavia, un mese dopo la cessazione dei bombardamenti, si avvia la ricostruzione della fabbrica. Uno straordinario lavoro volontario di migliaia di operai spazza via le macerie, recupera tutto il recuperabile. Già nell’estate del 2000 la fabbrica riprende a funzionare.

Ma la volontà di resistenza è espressa chiaramente anche dal sindacato Samostalni, che il 28 luglio 1999 promuove tra le macerie della fabbrica bombardata un’assemblea sindacale cui partecipano rappresentanti sindacali italiani, belgi, della Macedonia, della Repubblica Serba di Bosnia, e delegati delle più importanti aziende della Jugoslavia. L’assemblea invita all’unità tra i sindacati delle repubbliche jugoslave, indipendentemente dall’appartenenza etnica, religiosa e politica, e si appella ai sindacati europei per azioni di solidarietà e di lotta.

Ottobre 2000. Colpo di stato neoliberista

Nella RFJ, pur sottoposta a un pesantissimo regime di sanzioni, si mantiene un sistema di difesa sociale e garanzie per i lavoratori. Per quanto riguarda prezzi, affitti, sanità, il governo tratta con il Sindacato e stabilisce programmi sociali a costi calmierati, contrattati tra le parti sociali[2].

La struttura economica della RFJ sotto la guida di Slobodan Milosevic è indicata nei rapporti delle banche e degli istituti di ricerca occidentali come ancora troppo “socialista”. Così ad esempio il potente International Crisis Group, finanziato dall’Open Society Institut di George Soros e composto dai più importanti uomini dell’economia, della finanza, della politica occidentali, scrive nel suo rapporto dell’agosto 2000: “Fondamentalmente il carattere dell’economia rimane socialista e controllato dal centro. La privatizzazione dei primi anni ’90 […] ebbe come risultati il permanere di una forte partecipazione statale – il 42% – nelle imprese “privatizzate” e una successiva ‘statalizzazione’ dell’economia. Una nuova legge fu messa in cantiere nel 1997 non per ravvivare il processo di privatizzazione ma per mantenere il controllo statale sulle imprese privatizzate. […] Alla fine del 1998 lo stato possedeva un terzo delle industrie privatizzate, il 40% del quale sotto forma di proprietà sociale, mentre solo il rimanente 27% era in mano privata. In base alle informazioni disponibili, da allora non è cambiato molto, e la nuova legge che sta ora venendo redatta non fa altro che confermare la situazione precedente, dato che il 60% della proprietà resterebbe comunque nelle mani dei lavoratori, impedendo agli investitori di acquisire il controllo della gestione” [3]. Anche gli industriali italiani lamentano “pregiudizi di natura ideologica” e norme “in contrasto con la normativa caratteristica di un’economia di mercato. Tra queste va annoverata la ripresa dell’istituto della ‘partecipazione dei dipendenti alle decisioni per mezzo del consiglio dei dipendenti’, la disposizione per cui il governo federale, nel caso di un pericolo di destabilizzazione del mercato, potrà assumere la gestione delle imprese in difficoltà e, molto importante, il mantenimento della figura dell'impresa di ‘proprietà sociale’”[4]. Anche per la European Investment Bank “a differenza dei suoi vicini l’economia serba conserva molto dell’eredità socialista. […] le spese pubbliche sono 2/3 del PIL. L’economia resta fortemente regolata, dominata dalle imprese di stato o a proprietà sociale. L’86% di tutto l’impiego è nello stato o nei settori a proprietà sociale[5].

È fondamentalmente per questo che il 5 ottobre 2000 Slobodan Milosevic viene rovesciato da un colpo di stato, sul modello delle “rivoluzioni colorate” promosse da Soros e dalla CIA nei paesi ex socialisti, dalla Georgia all’Ucraina. A Kragujevac la reazione colpisce con azioni squadristiche i sindacalisti legati al partito socialista.

Il cambiamento di regime è l’inizio di una lenta agonia della fabbrica. La storia della Serbia degli ultimi 11 anni è quella di un continuo pressante ricatto delle “democrazie occidentali” per assoggettare definitivamente il paese e accaparrarsi le sue risorse. Dopo l’arresto di Milosevic si avvia la politica di privatizzazioni e svendita delle grandi imprese pubbliche.

2001-2010. Massacro sociale e ricatti imperialisti

Nell’aprile 2001 comincia il massacro sociale dei lavoratori della Zastava. La vendita della compagnia è una condizione essenziale posta dal FMI nel pacchetto di ristrutturazione economica della Serbia. La privatizzazione della ZASTAVA prevede la scomposizione del gruppo in unità produttive indipendenti l'una dall’altra, con una fortissima riduzione degli occupati: oltre 14.000 su 30.000. La situazione peggiore è alla Zastava Automobili, dove, su 13.500 lavoratori, risultano 10.000 “esuberi”, ai quali vengono offerte tre opzioni: 1. Abbandonare definitivamente la fabbrica con un bonus di 100 € circa per ogni anno di anzianità di fabbrica. 2. Iscriversi all'Ufficio di mobilità e collocamento (occupazione e formazione) del Gruppo Zastava (Zastava Zaposljavanja i Obrazovanja – ZZO) con il compito di tentare un pressoché impossibile ricollocamento, con un sussidio, pari al 45% del salario, per un massimo di 4 anni. 3. I lavoratori cui mancano 6 o meno anni al pensionamento potranno solo iscriversi all'ufficio di collocamento pubblico o a quello del Gruppo Zastava, ricevendo un’indennità non superiore al 60% del reddito medio sino ad un massimo di 24 mesi.

Nonostante forti e massicce manifestazioni di operai, che in 4000 “assediano” il municipio di Kragujevac, dove tre ministri serbi (finanze, economia, lavoro) presentano il programma del governo per il Gruppo Zastava il piano di ristrutturazione passa. A luglio 2001 il referendum proposto dal governo (Marchionne a Pomigliano non ha inventato nulla) è di fatto senza alternative. Sulla scheda si chiede agli operai se sono "a favore del programma del governo", oppure "a favore del fallimento della fabbrica”. Sul 74% di partecipanti al voto, il 73% accetta il piano. Si avvia il primo licenziamento collettivo in Serbia dal 1945.

Corvi e avvoltoi

Sulla fabbrica agonizzante volteggiano i corvi. L’11 ottobre 2002 il governo Djindjic firma un preaccordo di cessione della Zastava Automobili con l’imprenditore americano Malcom Bricklin, che negli anni ’80 aveva importato negli USA la Yugo. Ma la cosa non va in porto. Il successivo pretendente, Stevan Pokrajac, un serbo di mezza età emigrato in Canada, millanta disponibilità finanziarie che non possiede.

A fine luglio 2005 si annuncia un accordo con la FIAT – siglato poi a dicembre - per l’assemblaggio a Kragujevac della “Punto”, che si prevede di esportare in tutto l’est Europa, con un occhio particolare alla Russia, con cui la Serbia ha notevoli facilitazioni doganali. La FIAT cancella parte del debito della Zastava, che però dovrà versare i restanti 11 milioni e mezzo di euro entro un anno (li procura con l'alienazione della rete delle concessionarie in Croazia e in Macedonia e delle case vacanza al mare dei lavoratori in Croazia). Con un finanziamento di 15 milioni di euro dello stato serbo si acquisteranno le attrezzature necessarie per produrre la Zastava10 (il nome serbo della Punto), e per rinnovare il reparto verniciatura, distrutto dai bombardamenti della NATO nel 1999.

A giugno 2007 esce dallo stabilimento la prima Zastava10. Ma si tratta solo di assemblaggio, con l’impiego di appena 300 operai: tutti i pezzi vengono portati dall’Italia.

Tra l’estate 2006 e 2007 scioperi e manifestazioni promossi dal Samostalni scuotono Kragujevac e Belgrado. I lavoratori chiedono chiarezza sulla politica industriale del governo serbo e la prosecuzione di quel minimo di difese sociali per gli “esuberi” all’Ufficio di mobilità-collocamento, che avrebbe già dovuto chiudere nel 2005 e ha invece continuato ad erogare i sussidi grazie alla mobilitazione dei lavoratori. Ma nell’estate del 2007, nonostante presidi, cortei, blocchi stradali e uno sciopero della fame di alcuni lavoratori, il governo serbo ne sancisce la chiusura[6].

La joint venture FIAT Auto Serbia (FAS)

L’accordo per la Punto apre la strada alla successiva costituzione della società tra Fiat e stato serbo, con il passaggio della Zastava alla FAS (FIAT Auto Serbia). Nel dicembre 2007 la Zastava è pronta per la vendita sul mercato internazionale, sono interessati FIAT, GM, Ford, nonché indiani e cinesi. Il 29 aprile 2008, due settimane prima delle elezioni politiche (dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo le forze politiche neoliberiste e filo imperialiste serbe sono in difficoltà), il presidente della Repubblica serba Boris Tadic ed il vicepresidente della Fiat Altavilla, alla presenza del ministro dell'economia Dinkic, firmano un preaccordo. Si annuncia con molta demagogia la produzione di 300.000 vetture l'anno entro il 2010, con l’assunzione di 5000 operai. Il Memorandum del 6 maggio 2008 prevede che la Fiat sia affrancata per 10 anni da tutte le tasse locali, mentre, nel caso in cui l'azienda mista serbo-italiana desideri aumentare la propria capacità produttiva a Kragujevac - che nel frattempo ottiene lo status di zona franca doganale - potrà disporre gratuitamente del terreno edificabile.

A fine settembre 2008 – mentre esplode la crisi finanziaria mondiale col fallimento clamoroso di banche USA ed europee – il Sole24ore annuncia che con l’intesa siglata il 29 9 2008 si realizza il più grande accordo economico da quando Marchionne è arrivato al Lingotto nel 2004, il più grande investimento estero in Serbia dopo Milosevic: 940 milioni di euro, per produrre 200.000 vetture l’anno. Nasce la joint venture tra FIAT (67%) e governo serbo proprietario della Zastava (33%). Dopo la Polonia, scrive il quotidiano di Confindustria, l’avvio della produzione di auto in Serbia è un tassello fondamentale per la FIAT. L’intesa si estende anche a IVECO e Magneti Marelli, si prevede la produzione di 2200 autobus l’anno. Naturalmente, occorrerà attenersi agli standard FIAT: “zero scarti, zero difetti, zero rotture, zero inventari”[7].

Da marzo 2009 la Zastava smette di produrre i suoi vecchi modelli, mantenendo solo l'assemblaggio della Punto Classic. Tonnellate di macchinari sono ceduti come rottami all’acciaieria di Smederevo, svenduta nel 2003, con i suoi 8000 dipendenti, alla multinazionale USA U.S. Steel Serbia.

Un anno dopo la firma dell’intesa con la FIAT, un articolo del quotidiano belgradese Politika denuncia una situazione pesantemente svantaggiosa per la Serbia. A settembre 2009 nessuno degli impegni assunti dalla FIAT è stato mantenuto, e le radiose prospettive di una produzione di 200.000 unità all’anno con incremento di migliaia di posti di lavoro appaiono molto fumose. La Fiat non ha versato entro il 31 marzo 2009 i 200 milioni del capitale iniziale, non fa partire per il 2010 la produzione del nuovo modello, ma continua con l’assemblaggio della Punto sugli impianti che la Zastava aveva pagato nel 2006 14 milioni di euro: tutto a spese dei serbi che pagano spese generali, salari e contributi. La Fiat invece, senza investire nemmeno un euro, incassa il 10% per ogni vettura venduta. La sua unica spesa è per le retribuzioni dei 35 manager Fiat residenti a Kragujevac[8].

Dov’è il contratto collettivo?

Il 23 dicembre 2009 si firmano gli annessi al contratto della joint venture per la creazione di FAS. Con il passaggio effettivo della Zastava alla FIAT agli inizi del 2010, il sindacato non ha più alcuna agibilità in fabbrica. Il passaggio delle maestranze dalla Zastava alla FAS avviene attraverso una selezione inoppugnabile della FIAT, senza alcun intervento possibile del sindacato. Dei circa 2500 lavoratori rimasti, Fiat ne assume 1000, con un contratto individuale, le cui clausole sono ignote al sindacato: ogni nuovo assunto ha dovuto firmare l’obbligo di non fare dichiarazioni di alcun tipo sull’azienda. I rimanenti, con un’età media di 46 anni, hanno ben poche speranze di essere assunti.

Ma le prospettive di sviluppo del mercato dell’auto sono piuttosto oscure. Senza incentivi statali le Punto si vendono meno. A fine luglio 2010 ve ne erano 4500 sul piazzale della fabbrica, con i lavoratori in cassa integrazione.

L’internazionalismo necessario

Intanto, si procede con la politica degli annunci ottimistici. Il 10 ottobre il ministro serbo Dinkic parla di 1400 nuove assunzioni e aumento della capacità produttiva con due nuovi modelli da esportare nella UE e negli Stati Uniti. Ma bisogna ricordare che la FIAT ha annunciato spesso piani industriali che ha più volte cambiato di sana pianta.

I lavoratori serbi, dal canto loro, continuano a resistere e a lottare, rivendicando un contratto collettivo che, sulla base del contratto nazionale, non calpesti la dignità del lavoratore. E sono consapevoli che la strategia delle multinazionali che contrappone i lavoratori su base regionale e nazionale, italiani a serbi, serbi a polacchi, va combattuta con l’internazionalismo, costruendo unità e lotta comune dei lavoratori a livello europeo, meglio, mondiale: “se sciopera il nostro compagno in Italia o in Spagna, bisogna trovare la forza di scioperare in tutte le fabbriche Fiat del pianeta, perché solo così è possibile opporsi validamente al padrone, che altrimenti ha gioco facile ad isolarci, a contrapporci e a batterci gli uni dopo gli altri”[9].

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[1] Peter Handke, Un disinvolto mondo di criminali, Einaudi, Torino, 2002, pp. 63-65.

[2] Cfr. Enrico Vigna, “La condizione dei lavoratori in Serbia a 5 anni dalla guerra umanitaria”, in L’Ernesto n. 2/2004.

[3] Cfr. il rapporto dell’ICG sulla Serbia, in ICG Balkans Report, n. 99, Belgrade/Washington/Brussels, 17.8. 2000. (corsivo mio, AC).

[4] Proposte dell’industria italiana per la ricostruzione dei Balcani, Quadro generale: Serbia (sito Bernabè, dopo le sue indicazioni del 29 luglio '99) redatto da DGR Consulting S.r.l., Trieste.

[5] Balkan Task Force, European Investment Bank, Problemi di uno sviluppo a lungo termine per il Sud Est europeo, Luxemburg, 28 luglio 1999.

[6] Cfr. Enrico Vigna, “Serbia: ennesimo durissimo attacco alle condizioni di vita dei lavoratori Zastava”, l'ernesto, 21/09/2007.

[7] Carlo Marroni, “Maxi-joint della Fiat in Serbia”, Il Sole24ore, 30.9.2008, p. 23.

[8] Nenad Popovic, “Buon compleanno cara Fiat”, Politika, 24 settembre 2009. Sulle condizioni di favore concesse alla FIAT, cfr. ancheil sito dell’agenzia per gli investimenti esteri del governo serbo, http://www.siepa.gov.rs/site/en/home.

[9] Radoslav Delic, “Ci hanno affamato, ora ci ricattano. Per questo dobbiamo lottare insieme”, in Liberazione 25.7.2010.