La lotta del No dal Molin di VIcenza

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Care compagne e cari compagni,
vi voglio confessare di essere un po’ triste a venirvi qui stasera per parlare non della Vicenza patrimonio mondiale dell’Unesco, della Vicenza di Andrea Palladio, del Teatro Olimpico e delle ville cinquecentesche, ma della Vicenza del Dal Molin, della Vicenza protagonista attiva delle guerre imperialiste, della Vicenza enclave militare statunitense in territorio italiano, perché mi viene subito da pensare all’arroganza con cui si sta cercando di snaturare, anche in questo preciso istante, l’essenza stessa della mia città. Non mi voglio soffermare ora ad elencare i motivi per cui, da quasi tre anni, un’intera comunità di migliaia e migliaia di persone si mobilita attraverso le più svariate azioni, quotidianamente, contro questo assurdo progetto, che comporterebbe, oltre all’impiego funzionale dell’aeroporto all’imperialismo yankee, una serie smisurata di danni ambientali, economici, di immagine, di viabilità eccetera.
Dopo le grandi manifestazioni di massa che hanno visto sfilare per le strade di Vicenza cortei pacifici di centinaia di migliaia di persone, con il conseguente seguito mediatico, la lotta in città è proseguita ogni giorno, anche senza l’attenzione dei media, anzi, il più delle volte con la plateale opposizione degli organi di informazione locali, tutti espressione della Confindustria. Grandi mobilitazioni,piccole mobilitazioni, grandi vittorie, piccole vittorie; ognuna un diverso ma importante tassello di lotta, tra tutti i quali mi sento di citare il referendum autogestito del 5 ottobre scorso, indetto dal sindaco del PD Achille Variati, la cui validità istituzionale è stata cancellata da una sentenza del Consiglio di Stato pochi giorni prima del voto, calpestando ogni più elementare principio democratico e facendo gridare al pericolo di dittatura anche chi sicuramente comunista non è, come il sociologo Ilvo Diamanti. Il 5 ottobre, nonostante tutti gli impedimenti e la chiusura forzata delle scuole, che erano state adibite a seggi referendari, 24mila vicentini si sono auto organizzati e recati ugualmente a votare per esprimere la loro contrarietà alla base americana, nel modo più civile e pacifico possibile.
Come dicevo, la lotta prosegue incessante ogni giorno. Quel che mi preoccupa, e che preoccupa anche i compagni vicentini, sono le differenti pieghe che sta assumendo il movimento in questo ultimo periodo: da un lato, vediamo una frangia del movimento tendere sempre più verso una sorta di ribellismo quasi fine a sé stesso, che non si prefigge obiettivi concreti che non siano l’attenzione mediatica della vicenda Dal Molin, esprimendosi mediante piccole azioni eclatanti e di richiamo, che vengono oltretutto duramente represse dalle forze di polizia e che mettono a repentaglio la sicurezza di persone che magari con queste azioni hanno poco a che fare – ad esempio un mese fa due studenti minorenni sono stati arrestati, insieme ad altre persone, nel corso di una manifestazione studentesca-. Dall’altro lato, si tende invece ad un appiattimento sempre più sul versante istituzionale, indicando come fulcro principale della battaglia altre forze ultramoderate, che si dicono si contrarie alla concessione dell’aeroporto agli americani, ma che propongono alternative ugualmente dannose, come ad esempio l’installazione al Dal Molin di un esercito europeo, anziché americano (e ho qui con me la relazione tenuta nel settembre scorso dall’ex generale dell’esercito italiano Fabio Mini, che appunto esprime questa proposta).
E’ giusto ora, di fronte a questa situazione di apparente stallo, che si deve saper dimostrare l’importanza dell’azione e in generale dell’apporto dei comunisti, uniti contro la base, insieme per la pace. E quale migliore occasione di questa per dirlo? In sintesi, compagne e compagni, si tratta di evitare che il movimento tracolli da un lato in azioni, anche pericolose, che tendono solo al richiamo mediatico, senza incidere nel concreto delle cose, dall’altro di evitare uno sterile appiattimento istituzionale e l’abbarbicarsi su delle teorie alternative assurde e dannose, che rinchiudono e sminuiscono i termini della lotta su di un piano puramente urbanistico-ambientale. Sta a noi comunisti, ai compagni di Rifondazione, dei Comunisti Italiani e di quanti si ritengono tali, dimostrare che la nostra capacità propositiva non si è spenta, ma che al contrario siamo un corpo vivo che sa ancora incidere nella e sulla società, rinunciando alle vuote forme retoriche di cui spesso veniamo accusati. Dire che è necessaria l’unità dei comunisti, l’azione congiunta dei compagni nel Paese è una cosa bellissima; il farlo nel concreto è ancora più bello e utile. Vi invito, compagni, a ragionare sulla situazione di Vicenza anche una volta che sarete tornati a casa, a fare politica nelle vostre rispettive zone; vi chiedo di promuovere tra tutti i compagni di base una riflessione approfondita sulla questione del Dal Molin e sullo scempio che questo rappresenta verso tutti i valori in cui crediamo, dall’autodeterminazione dei popoli alla pace; vi chiedo, compagni, una attenzione particolare per la nostra situazione, perché sono convinto che, concentrando una parte delle nostre forze su di un territorio difficile com’è Vicenza, con un movimento attraversato dai problemi che vi ho descritto, spero in maniera esaustiva anche se un po’ affrettata, e riuscendo con la nostra azione ad evitare lo spegnersi della lotta, sapendo coniugare la ferma opposizione ad una ampia capacità propositiva, sarà per noi possibile ripartire per riaffermare la forza dei comunisti.