Occorre una rottura politica e culturale per l'unità dei comunisti e della sinistra anticapitalista

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Ringraziamo i compagni de L'Ernesto per l'invito alla partecipazione a questo incontro che pone al centro una esigenza sentita e diffusa da tante compagne e compagni come l'unità dei comunisti e della sinistra e l'alternativa al capitalismo. Come sapete cari compagni ci sono aspetti della lotta politica su cui collaboriamo e concordiamo profondamente – in particolare sul piano dell'internazionalismo. Siamo stati uniti nella solidarietà con il popolo palestinese, nella difesa di Cuba, contro le basi NATO e nell'analisi del carattere imperialista del processo di unificazione europea (su quest'ultimo aspetto dobbiamo invece sottolineare una forte divergenza con i compagni del PdCI).

Ma ci sono aspetti della lotta politica nel nostro paese su cui si confermano punti di vista ancora diversi.

La divaricazione tra le possibilità offerte dalle contraddizioni reali determinati dalla crisi della civilizzazione capitalista e le capacità soggettive di intervenirvi per spostarne gli esiti in una direzione più avanzata, continua a essere il convitato di pietra del dibattito nella "sinistra", nei movimenti sociali e tra i comunisti. Al contrario, le forze della destra - alimentando gli istinti più belluini dell'Italia profonda - sembrano ancora meglio attrezzate per indicare una soluzione reazionaria alla crisi economica, sociale e morale che attanaglia il nostro paese.

Il come mettere mano a questa contraddizione crescente, diventa giorno dopo giorno l'emergenza politica con cui fare i conti per riorganizzare una soggettività anticapitalista e comunista adeguata agli scenari - interessanti e inquietanti allo stesso tempo - del XXI° Secolo. Come sapete nei giorni scorsi l'Economist ha diffuso un preoccupato e dettagliato rapporto in cui segnala come la crisi economica possa innescare sommosse e conflitti sociali acutissimi anche nei paesi capitalisti più sviluppati. Ci conforta molto poco il fatto che in questo rapporto l'Italia sia considerata un paese più stabile e meno conflittuale della Grecia ma anche degli stessi Stati Uniti o della Francia.

Nel nostro paese infatti da un lato banche, Confindustria e il loro governo cercano di usare la mano pesante - dentro il guanto di velluto del bipolarismo - per assicurarsi tutti gli strumenti di governabilità dentro una crisi che si conferma più pesante di quanto si lasci intendere;
dall'altro il nostro blocco sociale di riferimento stenta a reagire adeguatamente sul piano del conflitto non trovando più riconoscimento dei propri interessi di classe e rappresentanza politica degli stessi. In mezzo la soggettività politica dei comunisti e della sinistra anticapitalista che appare ancora al di sotto delle necessità del nuovo scenario e continua a muoversi e parlare con gesti e linguaggi di una condizione storica ormai alle spalle.

Le abitudini consolidate su cui si sono rette e sono cresciute almeno due generazioni di compagni non reggono più nel rapporto con la realtà sociale, e i residui di soggettività ancora in campo stentano nel mettere in campo rotture politiche e culturali adeguate alla situazione concreta, una situazione caratterizzata tra l'altro dalla pessima sensazione di essere sottoposti all'assedio incalzante della destra e delle forze reazionarie.

Questo "assedio nel cuore" mette a dura prova tutto l'impianto su cui si è agito politicamente negli ultimi venti anni e agisce segretamente la speranza che in qualche modo - volutamente o fortunosamente - tutto ritorni a come prima delle elezioni del 13 aprile. Ma la realtà ci indica che così non sarà e che se così fosse sarebbe - nella migliore delle ipotesi – la micidiale riproposizione del meno peggio che ha logorato la sinistra nel nostro paese dall'avvento del berlusconismo in poi. Interessanti in questo senso sono le analisi di Marc Lazar sull'Espresso e addirittura di Enrico Mentana che sottolineano come il vero problema non sia tanto Berlusconi ma il blocco sociale che lo sostiene.



I due principali partiti della sinistra nel nostro paese ci sembra che stentino ancora a fare i conti con le esperienze del recente passato e soprattutto ad adeguare il loro ruolo e il loro progetto alla dimensione extraparlamentare che il passaggio violento al bipolarismo ha imposto.
L'innalzamento del quorum per le elezioni europee, aggiunge poi sale e aceto sulla ferita non ancora cicatrizzata delle elezioni dell'aprile 2008 che hanno visto il trasferimento dell'intera sinistra parlamentare...fuori dal parlamento.

In questo scenario, pesa ancora la rinuncia ad aprire un dibattito leale e portato in profondità sull'organizzazione, sull'indipendenza politica, sulla costruzione di una identità e di un punto di vista di classe e comunista sostanziale e non formale. Pesa cioè il permanere di un impianto politico e culturale sul quale sono cresciuti, formati e adeguati migliaia di compagne e compagni nel nostro paese ma che oggi sono in seria difficoltà.

E' in tale contesto che la scadenza elettorale delle europee di giugno torna a ipotecare la situazione come una sorta di "ultima spiaggia" per la sopravvivenza o meno di un modello politico e culturale fino ad oggi egemone nella formazione e nell'azione dei partiti della sinistra e di pezzi di movimenti sociali ad essi collaterali. In giro se ne percepisce l'odore, il timore e l'umore in ogni iniziativa, dibattito, idea in circolazione.

E' abbastanza evidente che se l'ultima spiaggia non dovesse funzionare a causa dello sbarramento elettorale, si manifesterà il rischio di una "andata a casa" di tante compagne e compagni che sono cresciuti con l'elettoralismo come unico orizzonte e modalità della politica. E questa è una contraddizione che va esplorata a fondo proprio per impedire che la fine di una condizione materiale e culturale consolidata negli anni depotenzi energie e risorse umane che pure non intendono lasciare il terreno all'egemonia della destra e alla subordinazione del lavoro al capitale.

Molte compagne e molti compagni, infatti, hanno ritenuto che la dimensione elettorale dell'azione politica, fosse quella prevalente. Alla luce dei risultati è difficile disconoscere come questo atteggiamento nel tempo abbia prodotto uno scollamento crescente tra attività politica e società, tra attivismo della sinistra e relazioni con i settori popolari, fino al punto da esacerbare al massimo quella autonomia del politico che ha rotto in più punti anche l'internità dei comunisti alla stessa classe di riferimento.

La conseguenza di questa rottura è che proprio quando la condizione materiale della classe dentro la crisi sistemica del capitale chiama ad un maggiore riconoscimento degli interessi materiali e del loro conflitto con interessi materiali contrapposti, molte compagne e compagni si dichiarano predisposti ad "andare a casa" qualora il modello politico su cui si sono fondati (e che è andato in crisi) non funzionasse più. Ma un lavoratore salariato, un insegnante, un futuro lavoratore della conoscenza, possono realisticamente pensare di andarsene a casa dentro questa crisi solo perché non si supera il quorum elettorale e le condizioni dell'azione politica possono diventare extraparlamentari?

In conclusione:

Al contrario, i comunisti e la sinistra anticapitalista dovrebbero partire dall'analisi concreta della realtà concreta per recuperare la loro funzione antagonista al sistema dominante oggi in crisi. E' con piacere che abbiamo visto i due principali partiti comunisti aderire alla manifestazione nazionale di domani dei sindacati di base, ma sarebbe ancora più utile aprire un serio e leale dibattito sulla questione sindacale che si ripropone oggi come un fattore decisivo del rapporto tra comunisti e blocco sociale antagonista, un rapporto che difficilmente oggi è rilevabile nella funzione della Cgil.

In questo senso - e gli operai di Prato lo hanno visualizzato con durezza - diventa impraticabile parlare di ammortizzatori sociali mentre occorrerebbe rilanciare con forza l'obiettivo del salario garantito e della riduzione dell'orario di lavoro come variabili indipendenti dalle crisi aziendali.

La crisi e l'arroganza con cui banche e padroni vogliono gestirne le soluzioni, non consentono più spazi per il riformismo ma - al contrario - riconsegnano i comunisti alla loro funzione antagonista. Si tratta dunque di cambiare passo e sotto molti aspetti di cambiare mentalità.

Di questo e su questo dovremo discutere molto nelle prossime settimane, perché l'aria che tira sembra già aver rimosso come un brutto sogno ciò che è avvenuto negli anni precedenti e nelle elezioni di un anno fa. Lo diciamo con franchezza che alle elezioni europee è meglio che ci sia la falce e martello piuttosto che le paccottiglie bertinottiane contro cui ci siamo battuti da sempre, ma riteniamo anche che sarebbe del tutto inadeguato pensare di ricostruire una soggettività comunista ripartendo nuovamente ed esattamente da un modello politico e culturale che ha prodotto la crisi politica della sinistra e dei comunisti nel nostro paese.

Abbiamo la netta impressione che ormai molti ponti alle spalle siano crollati e che le prossime settimane invochino piuttosto scelte precise.

L'alternativa è quella tra il continuare una logorante "marcia sul posto" e il sapersi dotare di soggettività e intellettualità collettiva più avanzate, una condizione questa decisiva per avviare una vera controtendenza di classe nel conflitto politico e sociale nel nostro paese. Dentro questa sta la funzione e la legittimità dei comunisti anche in un paese come l'Italia nel XXI Secolo.



La Rete dei Comunisti