Parma, 7 febbraio. Report Iniziativa de L’ernesto

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Sabato 7 febbraio si è tenuta a Parma un’assemblea pubblica, promossa dal l’ernesto, con tema “Crisi del capitale e crisi internazionale, attacco al lavoro e pericoli di guerra, il ruolo dei comunisti e della sinistra”. Presenti una settantina di compagni, non una folla oceanica ma una partecipazione medio alta per un’iniziativa a Parma per i tempi che corrono; approssimativamente: un terzo appartenenti al Prc, uno al Pdci e il rimanente al Pcl, a Sinistra Critica o comunisti senza partito, come si è definita una compagna presentandosi prima del suo intervento ( di livello, e nel quale ha difeso strenuamente e con profonda cognizione di causa – da critiche che erano state portate durante il dibattito - il Partito Comunista Greco ( Kke) e il suo ruolo durante le recenti lotte in Grecia).

Dopo i saluti iniziali del segretario provinciale del Prc, Walter Aiello, e di un membro della segreteria del Pdci, Ettore Manno, il compagno Marco Trapassi del l’ernesto ha svolto la relazione introduttiva, che alleghiamo.

Il primo relatore intervenuto è stato il compagno Pino Sgobio del Pdci. Dopo una articolata analisi della crisi e della perdita di coscienza dei lavoratori italiani, affronta il tema spinoso del governo Prodi, delle sue insufficienze ma anche del pericolo antidemocratico che ora, nella fase Berlusconi, corrono il Paese e la democrazia. Termina l’intervento ritenendo improrogabile la costruzione di un partito comunista, formato da tutti i comunisti oggi diversamente collocati, che come compito primario abbia la ricostruzione della coscienza di classe perduta.

Il secondo relatore è stato il compagno Marco Santopadre, della Rete dei comunisti. Per lui pensare che dalla crisi si debba per forza uscire a sinistra è un grosso errore, e proprio adesso che dovrebbe entrare in gioco una soggettività comunista assistiamo purtroppo ad un fenomeno di spinta reazionaria di massa. La sconfitta del 13-14 aprile è il frutto essa stessa della crisi e di una incapacità della sinistra di adeguarsi ed andare oltre le nicchie che si sono create. Non lo appassiona il dibattito sulle elezioni europee, mentre crede che i comunisti continueranno ad esistere se saranno capaci di continuare ad essere strumenti di lotta delle classi subalterne. A proposito di unità dei comunisti è convinto che nella sala siano tutti per l’unità, il problema però è parlare di contenuti, altrimenti si corre il rischio di dividersi su tante questioni, soprattutto internazionali. Il tema dell’unità non va sottovalutato e non può ridursi ad un semplice accorpamento di simboli elettorali. “ Quindi: uniti per fare cosa? ”. Questa è la domanda principale.

Il terzo relatore è stato il compagno Luigi Vinci del Prc. Non colloca questa crisi come una periodica crisi del capitalismo e ne traccia una amplissima analisi nei suoi vari aspetti. Sull’analisi della sconfitta ritiene che noi abbiamo sbagliato tutto e che contemporaneamente Berlusconi abbia fatto molto bene il suo mestiere. La sua ricetta per il rilancio è ripartire dai circoli, dal mondo vasto delle resistenze sociali, dai conflitti che si organizzano in Italia. Non crede che quelli che ci votavano siano passati dall’altra parte, solo non hanno più riferimenti a sinistra. E’ d’accordo sul fatto che l’obiettivo del 4% alle europee non è la nostra ragion d’essere. Vinci si dichiara poi d’accordo con una lista unitaria per le europee, anticapitalista e comunista, ed evoca la necessità di un processo, non impaziente, che porti all’unità dei comunisti.

Quarto e ultimo relatore Fosco Giannini. Fa notare che questa assemblea era assolutamente impensabile solo sei mesi fa. Ritiene non affatto scontato l’editoriale di Emanuela Palermi sulla Rinascita che chiede l’unione tra Prc e Pdci. E’ accaduto che partiti, gruppi dirigenti e militanti si cerchino! E’ un moto carsico. E’ in atto una guarigione dalle ferite della scissione. Reputa necessario, anche se non facile, il processo di unità dei comunisti. In relazione alla fase attuale, ritiene che sia necessario contestualizzarla per poter capire così l’attacco durissimo dei padroni nei nostri confronti, mai così duro! Illustra la teoria dei due poli, da una parte c’è una zona del mondo dove le spinte rivoluzionarie sono fortissime, pensiamo a Chavez e alla sua costruzione del socialismo, e dall’altra parte c’è una fase oscura dello sviluppo capitalistico mondiale, reazionaria e tendente a forme neo-fasciste.

Ricorda la teorizzazione della fine della storia di Fukujama: molti ci credettero, fino al punto che diversi partiti comunisti si sciolsero, ma a distanza di tempo (poco, 15 anni) si è rivelata una falsità. Cosa è accaduto? In tempi brevissimi, soprattutto in America Latina, a partire dalla tenuta di Cuba, ci sono state spinte rivoluzionarie fortissime. Ma anche in altri continenti. In Africa l’esempio del Partito Comunista Sudafricano. In Asia la crescita di Cina, Russia e India concorre a contrastare l’imperialismo USA. Noi stiamo interiorizzando acriticamente il termine “mondializzazione” e siamo invece di fronte a contraddizioni interimperialistiche. Non siamo in una fase di neo keynesismo, di socialdemocrazia facile! Con questi chiari di luna era possibile che Prodi potesse raggiungere qualche obiettivo nel rapporto capitale-lavoro in termini di redistribuzione del reddito? Era davvero difficile! Noi dobbiamo porci l’obiettivo di cambiare i rapporti di forza, di produzione e sociali. E c’è bisogno di radicamento. Siamo di fronte ad una crisi delle socialdemocrazie europee ed il Pd è ormai entrato stabilmente nell’area liberista. Il grande sviluppo sociale dell’URSS metteva paura alle borghesie, che erano spinte all’emulazione delle conquiste sociali sovietiche. In questo momento – specie sul paino europeo- c’è una grande disparità tra l’organizzazione del capitalismo e la disorganizzazione del movimento operaio.

Ritiene che l’opzione dell’unità dei comunisti sia un’opzione di buon senso, perché di fronte all’aggressività dei padroni non c’è altro da fare. In questo momento siamo come a Bisanzio assediata e i teologi nel chiuso delle loro stanze a discutere del sesso degli angeli. Le tesi di Lione non sarebbero uscite se Gramsci se ne fosse andato in Guatemala a studiare! Sono uscite anch’esse dalla lotta ! Affermando che nessuno vuole l’unificazione fredda dei gruppi dirigenti, rifiuta però l’enfatizzazione del basismo: “spontaneamente nasce solo l’erba cattiva”!

Sostiene che solo intorno all’unità dei comunisti si può ricostruire l’unità della sinistra.



Conclusi gli interventi dei relatori hanno chiesto la parola anche una decina tra i compagni presenti.

Riassumendo abbiamo il compagno che ha sostenuto che i comunisti devono stare nelle lotte e che non possono stare in alleanza con il Pd in nessun posto e la compagna che ha fatto notare che in questo momento la richiesta di unità viene dal basso e che c’è una grande differenza tra nostalgia e necessità sociale del Partito Comunista.

Un altro compagno ha argomentato che se c’è stata la svolta a sinistra del Prc è perché molti compagni hanno tenuto e arginato il flusso d’uscita degli iscritti verso la dispersione, che le elezioni, in tempi magri come questi, sono la cassa di risonanza che il potere ci concede, che il suo appoggio all’unità dei comunisti è scontato e che ritiene necessario andare ad un congresso straordinario del Prc dopo le elezioni.

C’è chi ha analizzato la degenerazione avuta dal Prc negli ultimi 3 congressi ed elogiato il nuovo corso di Liberazione e chi, più che preoccupato per quanto è forte il capitalismo, lo è per quanto siamo deboli noi e quindi ha esortato a far presto ad organizzarci cercando di far leva su ciò che ci unisce perché siamo in un periodo di aperto revisionismo e ci sono troppe bande fasciste in giro.

Un compagno poi ha fatto notare che l’unità tra i comunisti (tutti) serve ma solo se non è per fini elettorali e un altro che a Piacenza si sta già discutendo di una lista unica Pdci-Prc, che sono già state organizzate iniziative insieme e che permane comunque la necessità di frequentarsi di più.

Al termine dell’assemblea il compagno Vinci ha chiesto di poter fare alcune considerazioni. In relazione all’unità dei comunisti ci spiega che abbiamo un problema relativo ad una parte della base del partito che è reticente e che i gruppi dirigenti, invece, stanno discutendo da un pezzo su come rendere più indolore possibile un processo di ricomposizione. Per ora sono impegnati ad arginare il flusso di uscita della scissione, che è ancora in corso. I compagni del Pdci questo problema l’hanno capito e, aggiunge Vinci, non bisogna mettere fretta. Secondo lui, tuttavia, la strada per l’unità dei comunisti è spianata, solo ci vuole calma e pazienza.