Parma 7 febbraio 2009, relazione introduttiva di Marco Trapassi

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Crisi! Ancora non è stato formulato dai media borghesi un giudizio univoco sull’entità di questa crisi: si passa dal massimo pessimismo alla spregiudicata sottovalutazione, ed è il caso del governo italiano. Il parere di diversi economisti marxisti che ho avuto modo di ascoltare è invece univoco: non è una crisi finanziaria ma dell’ economia reale, non è una crisi di congiuntura ma di sistema, quindi non sarà breve e, soprattutto per le classi subalterne, sarà durissima.



La cosa che dovrebbe essere notata, e che fa capire quanto è stato spiazzato il capitalismo mondiale, è che, a differenza di altre crisi in altri periodi, il capitalismo non ha pronta una soluzione e va avanti alla giornata. E nel mentre assistiamo a sorprendenti conversioni ideologiche, con i guru del libero mercato che tutt’a un tratto invocano l’aiuto dello stato, riprendendo il vecchio circolo vizioso di socializzare le perdite e privatizzare gli utili.



Questa crisi mi ha dato però lo stimolo per informarmi su argomenti che prima d’ora per me erano molto ostici. Tutto sommato lo sono ancora, ma almeno ho capito il significato di alcune parole come clienti NINJA (no income, no job, no asset), mutui subprime (mutui ad altissimo rischio, stipulati anche a clienti ninja), pacchetti salciccia (cartolarizzazioni di mutui subprime insieme ad altri titoli di migliore qualità), agenzie di rating (agenzie, 3 in tutto il mondo, che sono legate a doppio filo alle più grandi banche USA e che danno un voto per l’affidabilità ai titoli emessi anche dalle stesse banche alle quali sono legate, con un leggero sospetto di conflitto di interesse). Comprendere alcuni meccanismi economici non fa certo di noi degli esperti, ma perlomeno ci fa aprire un po’ di più gli occhi su un mondo che, per l’appunto, sugli occhi dei lavoratori fa di tutto per buttarci il fumo.



Di fronte ad una situazione drammatica come questa, con i governi che da una parte chiedono di avere fiducia e di spendere e dall’altra spingono nella direzione di contrazione dei salari, diminuzione degli impieghi e tagli dei servizi, le voci di protesta più forti e immediate non sono arrivate dal mondo del lavoro, come sarebbe stato logico aspettarsi, ma dagli studenti che, al grido di “LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO” hanno, anche se per un periodo limitato di tempo, impensierito il manovratore. Ma il manovratore ha i mezzi adatti, e ad addormentare le coscienze ci riesce benissimo, soprattutto in assenza di una guida per le classi subalterne, guida che può essere assunta solo da un partito comunista all’altezza dei tempi, partito comunista che purtroppo adesso non c’è.



Il 2008 è stato ricco, se così si può dire, di crisi internazionali. E per tutte il denominatore comune è stata la manipolazione mediatica.

Ad iniziare dalle tensioni in Cina tra i monaci tibetani (che, se potessero vivrebbero ancora circondati da schiavi) ed il governo cinese, fomentate ad arte prima delle olimpiadi da gruppi stipendiati dagli USA, come lo stesso Dalai Lama del resto. E via a far vedere in televisione le violenze dei poliziotti cinesi e mai, dico mai, le devastazioni dei monaci, fino ad arrivare a spacciare per violenze cinesi quelle compiute dalle polizie indiane e nepalesi, visto che anche lì i “pacifici” tibetani hanno provato a mettere tutto a soqquadro.



Di lì a poco la guerra tra Russia e Georgia, per fortuna di breve durata, ha avuto gli onori della cronaca. Ed anche in questo caso, con immenso disprezzo della verità, gli attaccati sono stati fatti passare per oppressori e i georgiani, il cui governo ha bombardato l’Ossezia, inquadrati dalle tv di tutto il mondo con le loro candele accese a vegliare e protestare contro l’intervento di Mosca.



In ultimo voglio ricordare l’invasione Israeliana della striscia di Gaza. Gioiello in termini di manipolazione mediatica. Con Israele che effettua una vera e propria pulizia etnica a Gaza e tutti, ma proprio tutti, i media a dire quanto è cattivo Hamas. Con Israele che usa armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali e raccontano che è una giusta reazione ai missili qassam lanciati poco al di là del confine. Dimenticando l’embargo a cui è stata, ed è sottoposta, la popolazione palestinese a Gaza, il blocco dei valichi e il fatto non secondario che la tregua tra Israele e Hamas raggiunta lo scorso 19 giugno non è stata rotta dalle milizie palestinesi ma dallo Stato d’Israele. L’ultima affermazione non è del presidente iraniano Ahmadinejad o di un portavoce di Hamas, ma dell’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, in un intervento sul Washngton Post intitolato ‘Una guerra non necessaria’. Anche questo un fatto completamente e stranamente ignorato dalla quasi totalità dei media.



In questo quadro poi ci troviamo con gli Stati Uniti che vorrebbero andarsene dall’Iraq, e non ci riescono, e che sono impantanati in Afghanistan tanto da doverci mandare, è notizia di questi giorni, altri 30.000 uomini. Impegno che per il momento impedisce loro di muoversi contro l’Iran e sullo scacchiere latinoamericano.



Dopo aver provato a tracciare brevemente un quadro della situazione, con tutti i miei limiti, essendo io non un “intellettuale” ma uno “zappatore” (come sovente dice che siamo Walter, il mio segretario provinciale), mi addentro brevemente in quella che credo dovrebbe essere la collocazione, oggi, dei comunisti.



Con una situazione di crisi economica, della quale per ora stiamo vedendo solo la punta dell’iceberg, e di continue crisi internazionali, con una destra sempre più aggressiva ed un centro sinistra totalmente piegato sulle posizioni di confindustria, giova alle classi subalterne che la sinistra comunista e/o anticapitalista sia molecolarizzata?

Io, da zappatore, non riesco a intravedere le motivazioni per cui, in questa fase, i comunisti debbano continuare a rimanere divisi!

Non sono forse molte di più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono?

Penso al piccolo mondo di Parma, ma credo che possa valere universalmente, e vedo che con i compagni che gradualmente si sono allontanati dal Prc continuiamo a collaborare, dalla festa della rete 28 aprile all’associazione di amicizia Italia Cuba, dal Comitato Antifascista alle mille altre occasioni che ci sono per confrontarsi e lavorare insieme. Forse lo stesso rapporto, qui a Parma, non lo abbiamo ancora con i compagni del Pdci, probabilmente per le modalità che hanno portato a quella dolorosa scissione.

Ed in questi anni credo che nessuno sia esente da colpe. Paura del ritorno delle destre, errori di valutazione, eccessivo attaccamento al ruolo istituzionale, hanno fatto sì che sia il Prc che il Pdci commettessero errori imperdonabili.



E di tutte le scissioni che il mio partito ha vissuto, tutte mi sono dispiaciute, avendo visto tanti bravi compagni cambiare strada, tranne l’ultima. L’ultima è stata come una sorta di liberazione. Perché coesistevano due progetti diametralmente opposti ed è un bene che il nodo sia stato sciolto. Ora il mio, il nostro dell’area dell’Ernesto, progetto di riunificazione di tutti i comunisti in un unico partito ha delle possibilità in più di realizzarsi. Progetto che a prima vista appare arduo, ma che credo abbia grandi potenzialità, proprio perché ci sono forti spinte dal basso in questo senso.



E il partito che vorrei io è un partito che mi faccia tornare il piacere di farne parte. Un partito che MAI PIU’ anteponga interessi di una coalizione di governo agli interessi dei popoli (votando le guerre) e dei lavoratori (votando per esempio il pacchetto Treu). Un partito che stia in tutte le situazioni di conflitto sociale armato ideologicamente e sempre pronto a dare battaglia. Un partito che ricominci a fare formazione e ricerca, per far crescere i suoi quadri (in maniera che non si sentano semplici zappatori) e per poter meglio comprendere e affrontare le contraddizioni del nostro tempo. Un partito che non senta la necessità ad ogni congresso di cambiare simbolo e di modificare lo statuto. Un partito dove non debba rivivere mai più il carosello di finte tessere e congressi truccati, anche questo un motivo di allontanamento, per disgusto, di tanti bravi compagni.

Un partito comunista di tutti i comunisti.