Italia

Fp Cgil, fare subito il contratto

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da Rassegna.it

“È in atto un balletto su Jobs Act e lavoro pubblico che ha un solo chiaro scopo, quello di oscurare il tema del rinnovo dei contratti pubblici e delle risorse del tutto insufficienti previste nella Legge di stabilità”. Ad affermarlo è la segretaria generale della Fp Cgil Rossana Dettori, in merito al rapporto Jobs Act e pubblici e i prossimi decreti sul tema. Un balletto, precisa la dirigente sindacale, “che ci ha stufato e che torna ciclicamente. Non possiamo non notare, infatti, una strana coincidenza: la riapertura di questo non dibattito a poche ore dalla manifestazione del 28 novembre scorso per rivendicare il sacrosanto diritto al rinnovo di contratti scaduti da oltre sei anni. Questo è il tema che ci interessa e che dovrebbe interessare tutti, specie perché è il contratto il luogo dove dirimere, a partire dalla disciplina del licenziamento, le vicende che riguardano il lavoro pubblico”.

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Ferrovie...SI CAMBIA!!!

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da www.usb.it

I dati definitivi confermano il grande risultato di USB Lavoro Privato alle elezioni RSU/RLS del Gruppo FS. Abbiamo detto che “si cambia!” e rispetteremo questo mandato.

Dopo un lungo e incredibilmente laborioso spoglio durato 7 giorni, nella serata di venerdì sono arrivati i dati ufficiali degli RSU e RLS eletti delle società del Gruppo FS, che confermano e avvalorano la valutazione positiva espressa da USB a caldo all'arrivo dei primi dati ufficiosi una settimana fa.

USB elegge RSU e RLS in tutte le sei regioni, da nord a sud del Paese, dove ha presentato le proprie liste, ottenendo nelle rispettive Unità Produttive risultati ottimi, in molti casi clamorosi, come in alcuni collegi di Trieste, Gorizia, Bologna, Roma, Pisa, Livorno, Napoli, Bari, dove si è attestato come primo o secondo sindacato.

Abbiamo avuto la nostra affermazione nelle due principali società del Gruppo FS, RFI e Trenitalia, in particolare nelle infrastrutture e “nodi” così come negli equipaggi regionali del Friuli Venezia Giulia, dell'Emila Romagna, della Toscana, del Lazio, della Campania e della Puglia.

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Il tasso di disoccupazione cala ma il lavoro manca

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agenziadellavoro filadi Giorgio Langella, Direzione nazionale PCdI

I titoli dei giornali ci avvertono che la disoccupazione è calata. Anzi, non è mai stata così bassa da tre anni. Ci fanno capire che l'azione del governo va nella giusta direzione, che il jobs act ha rilanciato l'occupazione, che il trend è positivo. Evviva!

Ma è proprio così? A leggere i dati dell'ISTAT (dai quali è stata ricavata la notizia) la situazione appare del tutto differente. È vero, la disoccupazione è al 11,5% ed è calata, ma sono calati anche gli occupati e sono cresciuti gli inattivi. La situazione è, quindi, l'esatto contrario di quello che gran parte dell'informazione e il governo ci vuole far credere.

I dati ISTAT sono chiari. A settembre 2015 i disoccupati erano stimati in 2.940.306, a ottobre la stima è di 2.927.043. Ce ne sono, quindi, 13.263 in meno. Bene. Ma, contestualmente, la “forza lavoro” è passata dai 25.422.086 di settembre ai 25.370.257 di ottobre (un calo di 51.829 unità) e gli occupati passano da 22.482.777 a 22.443.214 (-29.563) Questo vuol dire che gli inattivi (cioè chi non lavora, non studia e non è iscritto alle liste di disoccupazione) sono cresciuti dai 14.095.257 di settembre ai 14.127.610 di ottobre (+32.353). Anche la disoccupazione giovanile (età compresa i 15 e i 24 anni) è aumentata dai 604.055 di settembre ai 611.212 di ottobre.

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L'università pubblica: il cantiere delle politiche liberiste

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di Beniamino Caputo
da www.lacittafutura.it

L’università pubblica, dopo anni di controriforme, ha ormai perso il suo scopo originario, ovvero quello di essere il luogo della ricerca scientifica, della sperimentazione e non da ultimo della formazione del sapere critico, per diventare il cantiere in cui si sperimentano le politiche liberiste poi attuate nel mondo del lavoro.

L’università nasce come un luogo dove si sperimenta, dove si fa scienza e dove dovrebbe formarsi la coscienza. Purtroppo questi non sembrano più essere i fini dell’università pubblica italiana. Oggi le università sono tutt’al più il luogo dove si sperimentano le politiche liberiste che verranno attuate poi nell’intera società civile. Nelle università è infatti da tempo in atto: i) la frammentazione dei contratti di lavoro, il lavoro per chiamata diretta (la cooptazione) e i licenziamenti (legalizzati ormai da tempo) ii) gli scontri generazionali tra giovani ricercatori precari e meno precari e tra questi e i più anziani che hanno invece un contratto a tempo indeterminato, iii) la meritocrazia, utile a tagliare drasticamente il finanziamento pubblico e giustificare i tagli, iv) la privatizzazione, attraverso la quale imprese private si impadroniscono dei frutti della ricerca scientifica e ne determinano le scelte, contrariamente al principio già di Galilei dell’importanza della libertà della ricerca per il progresso dell’umanità.

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Guerra e precariato, le comuni verità di Luttwak e Poletti

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di Giorgio Cremaschi
da www.carmillaonline.com

Chissà perché in questi giorni ho finito per associare Edward Luttwak a Giuliano Poletti. Sono due persone diversissime per storia cultura e esperienze, l’uno intellettuale militante dell’imperialismo USA, l’altro burocrate un poco rozzo del pentitismo comunista. Sono persone normalmente lontanissime eppure le loro uscite di questi giorni sui mass media italiani me li hanno fatti sembrare assai vicini. Il primo a La7 ha rivendicato con orgoglio il sostegno degli Stati Uniti ai talebani e a ciò che ne è seguito. È stato un buon affare comunque, ha detto, perché in Afghanistan è crollata l’Unione Sovietica è così l’Occidente ha visto sconfitto il suo principale nemico. Il secondo ha dichiarato inutili le lauree con alti voti, magari conseguite in ritardo, e poi ha rivendicato la necessità di superare il concetto stesso di orario di lavoro, sostituendolo con la retribuzione a prestazione. Io trovo che entrambi abbiano brutalmente descritto la verità. Per Luttwak la guerra si fa per conquistare potere e chi la vince, qualsiasi mezzo usi, ha sempre ragione. Non troveremo in lui le ributtanti ipocrisie sulle guerre umanitarie e democratiche. Le guerre servono a tutelare precisi interessi e per questo devono essere astute e spietate. Le guerre di Luttwak sono quelle del capitalismo liberista e globalizzato di oggi, quello santificato da George Bush padre allorché dichiarò: il nostro sistema di vita non è negoziabile e verrà difeso in tutti i modi.

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Sviluppare in Italia il movimento a difesa della Costituzione nata dalla Resistenza

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tricolore manidi Andrea Catone

Si sta sviluppando in Italia – con l’iniziativa dei diversi Comitati a difesa, attuazione e rilancio della Costituzione e del Coordinamento per la democrazia costituzionale – un movimento di opposizione alla “svolta autoritaria” prodotta dalla combinazione della legge elettorale Italikum (entrata in vigore il 23 maggio 2015) e delle controriforme costituzionali, che non hanno ancora completato il loro iter parlamentare.

Questa azione poggia su due gambe: 1) il ricorso nei tribunali, 2) la preparazione della battaglia referendaria, che richiede una grande mobilitazione di massa.

Grazie all’impegno militante di alcuni avvocati – tra cui Carlo Felice Besostri, già protagonista del ricorso che portò agli inizi del 2014 la Corte costituzionale a sancire l’incostituzionalità del Porcellum– si stanno presentando in tutta Italia, ricorsi sull’incostituzionalità dell’Italikum. La presentazione del ricorso, che, dal punto di vista strettamente tecnico-giuridico, potrebbe essere fatta anche da un solo cittadino elettore, è stata in diverse città occasione per un’azione più ampia di coinvolgimento di cittadini, associazioni, rappresentanti di forze politiche, che possono prefigurare la formazione di quel fronte ampioe unitario per la difesa e attuazione della Costituzione, di cui abbiamo fortemente bisogno, anche in vista della battaglia referendaria, che si svolge sul terreno della mobilitazione popolare e di massa.

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Lo stravolgimento della Costituzione Italiana

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di Giorgio Raccichini

Siamo giunti ad una fase cruciale della storia repubblicana italiana. La crisi di identità e di rappresentanza politica e la disarticolazione del mondo dei lavoratori permettono oggi alle forze del grande capitale, riunite intorno a Renzi, di tentare, con una relativa sicurezza di successo, il colpo da sempre agognato: quello di modificare un testo costituzionale per loro eccessivamente imbevuto di principi solidali rimandanti sia al socialismo che al solidarismo cattolico.

Perché proprio ora? La Costituzione antifascista del ’48 è stato il frutto sofferto della lotta di classe in un preciso momento storico in cui le organizzazioni delle classi lavoratrici, sia in Italia che all’estero, erano in poderosa ascesa. Né i colpi di mano della DC né la “strategia della tensione”, in quel quadro dei rapporti di classe, ebbero nei decenni successivi il potere di bloccare completamente il processo di attuazione del testo costituzionale. Tuttavia negli ultimi vent’anni, come detto sopra, la situazione è radicalmente mutata.

Per quanto concerne l’assetto istituzionale dell’Italia, due saranno i grimaldelli che consentiranno lo stravolgimento della Costituzione anche nella parte che enuclea i principi fondamentali della Repubblica Italiana.

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Jobs Act, un problema di Costituzione

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jobs act renzida Rassegna.it

Tre docenti universitari, esperti di diritto del lavoro, mettono sotto esame la riforma del governo Renzi. Licenziamenti, demansionamento e controllo a distanza: quello che si sostanzia è un tentativo di modifica della Costituzione materiale del Paese

Con il Jobs Act cambiano i rapporti di forza all’interno del mercato del lavoro. Cambiano gli equilibri tra diritti fondamentali, quello del lavoro e quello della libertà di iniziativa economica. Cambia, insomma, seppure senza modifiche formali, la Costituzione materiale del paese, che non è più quella edificata sulle conquiste degli anni ‘70, ma sembra tornata molto più indietro.

È un’analisi molto severa, ma che assume particolare valore perché a svilupparla sono tre “addetti ai lavori”, tre professori di Diritto del Lavoro di atenei diversi, Perugia, Siena e Bologna, chiamati ad esaminare la nuova normativa introdotta dal governo Renzi all’interno di un seminario di formazione, promosso dalla Cgil dell’Umbria a Perugia (il secondo sul Jobs Act, questo era il primo). Seminario introdotto e coordinato da Giuliana Renelli, segretaria regionale Cgil, che ha esaminato nel dettaglio la riforma degli ammortizzatori sociali (“un mare magnum di incertezze”) e animato appunto dagli interventi dei tre “prof” - Stefano Giubboni (Università di Perugia), Giovanni Orlandini (Università di Siena) e Andrea Lassandari (Università di Bologna) - prima delle conclusioni di Corrado Barachetti, responsabile 'Mercato del lavoro' della Cgil nazionale.

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Brancaccio: “Per la nostra economia c'è poco da esultare”

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da www.fiom-cgil.it

“Se la tua squadra del cuore sta perdendo 10 a 0 e a pochi minuti dalla fine della partita riesce a segnare un goal, non ti metti mica a fare i salti di gioia...”. Emiliano Brancaccio, economista e docente all'Università del Sannio, usa questa metafora calcistica per stigmatizzare l'enfasi con cui il governo e i partiti della maggioranza decretano la fine della crisi economica e l'inizio della ripresa.

Però tra gufi lo possiamo ammettere, qualche segno positivo negli indicatori economici c'è. O no?

Innanzitutto lascerei in pace i simpatici e bellissimi gufi. Semmai chi critica la narrazione governativa della crisi e della presunta ripresa è una Cassandra, personaggio che certamente fa previsioni spiacevoli, ma che altrettanto certamente coglie nel segno. Proviamo a ragionare sui dati. L'anno in corso dovrebbe chiudersi con un aumento del Pil dello 0,9%. Su questa previsione si basano i messaggi di ottimismo del governo, che per questo invoca l'applauso del pubblico. Ma questa retorica si scontra con il fatto che dall'inizio della crisi abbiamo perso 10 punti di Pil: come segnare un goal quando si è sotto 10 a zero, appunto. Mi pare ci sia poco da esultare. Aggiungo che è fuori luogo anche l'entusiasmo del governo per i dati sull'occupazione. 

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