Italia

Il mercato del lavoro ai tempi del Jobs Act

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sistemista cavidi Marco Elia | da lacittafutura.it

Dalle rilevazioni Istat, Inps e Ministero del Lavoro emerge come dall’attuazione del Jobs Act la segmentazione del mercato del lavoro e con essa il precariato si siano accentuate.

Difronte alle contradditorie informazioni sull’andamento dell’occupazione che giungono dalle diverse fonti (Istat, Inps, Mdl, Ocse etc.) sembra sempre più complicato formarsi una chiara opinione sugli effetti del Jobs Act. E certo non aiutano le sistematiche strumentalizzazioni governative nella lettura dei dati.

Nonostante la confusione sul tema, tuttavia, non è il caso di disperare né di abbandonarsi a un fatalismo rassegnato o, peggio, alla tentazione di pensare che “qualcosa di buono starà pure accadendo”.

Una volta eliminate le distorsioni del governo e della grancassa mediatica al suo seguito, dai dati emergono infatti alcune chiare indicazioni. Vediamo di sintetizzarle: nell’insieme si tratta di sottolineare nuovamente i modesti effetti sulla dinamica dei nuovi occupati e, per altro verso, il ruolo giocato dal Jobs Act, dopo diversi anni di crisi, nell’ulteriore deterioramento della qualità dell’occupazione.

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Gli azzardi di Padoan, gli errori di Renzi, la discrezionalità dell'UE

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padoan e renzi in senato reutersdi Bruno Steri
da ilpartitocomunistaitaliano.it

Pubblichiamo come contributo alla discussione

In questi ultimi giorni il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha dovuto far fronte a una sequela di perplessità e critiche manifestate in merito alla Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Def) approvata lo scorso 27 settembre dal Consiglio dei Ministri. L’Ufficio parlamentare di bilancio – organismo indipendente incaricato di valutare il rispetto delle regole di bilancio prescritte dall’Ue – non ha convalidato la proposta programmatica prospettata dal governo in quanto “troppo ottimistica”. La Banca d’Italia, con terminologia più soft, ha giudicato “ambiziose” le cifre in essa contenute, mentre l’esponente di Sinistra Italiana Stefano Fassina più seccamente le ha giudicate “inventate”.  A novembre prossimo sarà l’esecutivo di Bruxelles a decidere sulla bontà del quadro economico finanziario per il 2017 presentato dal governo italiano. Intervistato in merito, Matteo Renzi se l’è cavata ricordando che, in tema di previsioni, “ogni anno è la solita solfa”: come dire, ognuno dice la sua, poi si vedrà. Dal canto suo, il Ministro dell’Economia non se l’è presa più di tanto, confermando l’intenzione di far approvare definitivamente analisi e proposte governative entro ottobre e, nello stesso tempo, cautelandosi con un “non facciamo scommesse”, anche se “i moltiplicatori sono difficili da stimare”.

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Referendum costituzionale: le ragioni di una scelta

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boschi renzidi Stefano Barbieri per Marx21.it

Ho avuto modo di leggere la relazione tenuta dal Prof. Raniero la Valle a Messina, il 16 settembre scorso, a un dibattito sui temi del referendum, con la quale espone in maniera rigorosa le ragioni vere che stanno alla base della scelta operata dal governo Renzi di modifica della Costituzione del ’48.

Nell’esposizione lucidissima, La Valle ricorda in maniera esplicita i condizionamenti specifici della JP Morgan con il documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, in cui indicava “quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.”.

E, continua La Valle: “Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.”

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Democrazia&referendum

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da cercareilvero.it

Riceviamo dal compagno Davide Busetto e pubblichiamo come contributo alla discussione

Negli ultimi tempi c’è un grande proliferare di referendum. Da quello tenutosi in Gran Bretagna per la tanto discussa Brexit a quello in Ungheria per le quote migranti, passando poi per quello italiano sulla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi a quello in Colombia sul processo di pace tra FARC e governo.

Questi casi citati sono tutti estremamente differenti, sia per il tipo di referendum (consultivo, abrogativo, eccetera) sia per la materia trattata (immigrazione, strutturazione dello Stato, processi di pace e così via).

A seconda del risultato, inoltre, grazie alla nostra sovrastruttura informativa che si impegna in maniera costante a farci percepire il tutto come bianco o nero, i popoli diventano da un giorno all’altro illuminati o razzisti. Il popolo britannico vota a favore della Brexit? Buona parte dei media lo dipingono come un popolino triste e xenofobo quando, fino a ieri, veniva rappresentato come il massimo dell’integrazione. Stessa storia, a fasi invertite, in Ungheria. Gli ungheresi votano per anni Viktor Orbán e vengono accusati da mezza Unione Europea di essere un popolo razzista. 

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Normale per il capo dello stato che altri paesi si “interessino” all’Italia

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obama renzi risatedi Lucio Manisco
da lacittafutura.it

Dopo le grossolane ingerenze dell’Ambasciatore USA a Roma. Considerazioni Inattuali n. 93

John Phillips rincara la dose per salvare il soldato Matteo con un Pperentorio invito a votare sì alla riforma costituzionale che ricorda quella di Mussolini con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

È sereno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sereno e sorridente quando commenta senza menzionarlo un evento sconcertante anche se frequente nella storia del nostro paese, il perentorio invito rivolto agli italiani dell’Ambasciatore USA John Phillips a votare “sì” sul referendum costituzionale. Il primo cittadino esorta i connazionali a “vivere serenamente” il tempo che resta al voto. Sempre su quell’intervento da proconsole del grande impero d’occidente prende serenamente atto della “interconnessione” dei paesi del globo e giudica normale che tutti questi paesi si interessino a quanto avviene dalle nostre parti (interessante l’analogia tra il popolo, diciamo, del Ruanda e il rappresentante a Roma della più grande potenza mondiale). Con un crescendo di olimpica serenità ricorda infine che in Italia “la sovranità è demandata agli elettori”.

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Per la costituzione del comitato italiano del Festival Mondiale della Gioventù

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Fronte della Gioventù Comunista (FGC)
gioventucomunista.it

Ad ottobre del 2017 in prossimità del centenario della Rivoluzione Socialista d'Ottobre la gioventù di tutto il mondo si riunirà in Russia per la XIX edizione del Festival Mondiale della Gioventù e degli studenti.  L'evento sarà organizzato dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, che unisce le organizzazioni della gioventù antimperialista di tutti i continenti. Slogan di questa edizione: «Per la pace, la solidarietà, la giustizia sociale, combattiamo l'imperialismo. Onorando il nostro passato, costruiamo il futuro!»

Dopo un'apertura a Mosca, il 14 ottobre, dove il Festival ha già avuto luogo nel 1957 e nel 1985, la maggior parte delle iniziative si svolgeranno nella città di Sochi, fino alla conclusione il 22 ottobre. Da sempre i festival rappresentano un grande momento di confronto e scambio tra la gioventù di tutti i paesi, con l'obiettivo di una lotta comune contro l'imperialismo per un futuro di pace.  Un momento che chiama la grande partecipazione delle organizzazioni comuniste, antimperialiste, dei sindacati e dei movimenti di lotta. Un appuntamento di fondamentale importanza oggi in un mondo in cui i contrasti tra le grandi potenze imperialistiche per l'acquisizione e la difesa di quote dei mercati, si risolve in maggiore sfruttamento, guerra, terrorismo, causando la migrazione di milioni di individui e rischiando di trascinare nuovamente la gioventù sull'orlo di conflitti sempre più globali.

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Perché la sinistra in Italia perde?

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di Aldo Giannuli | da aldogiannuli.it

Pubblichiamo come contributo alla discussione

Sette anni fa, Rifondazione conquistava il 5,87%, il PdCI il 2,32%, i Verdi il 2,06%, per un totale che sfiorava il 10%.

Oggi, pur assorbendo qualche briciola dell’Idv, che aveva un po’ più del 2% nel 2006, la sinistra, tutta insieme, ha difficoltà a raggiungere il 4% ed il quadro politico –organizzativo è desolante: Rifondazione, ridotta a poche migliaia di iscritti, Sel si rivela come un aggregato di aspiranti assessori in carriera ed è ora allo sbando con un gruppo dirigente nazionale che non controlla la sua base, Pcl, Sinistra anticapitalistica, Pc di Marco Rizzo ecc. sono piccolissimi gruppi di diaspora politicamente non significativi, del gruppo di Civati si sono perse le tracce da gennaio. La terza componente della “lista Tsipras” sembra dissolta o non fa altro che leccarsi le ferite dopo i reiterati tradimenti del loro idolo. Anche “Rossa” che per un momento aveva suscitato qualche speranza, non sembra essere riuscita a decollare.

La tendenza alla disgregazione prosegue imperterrita sotto la guida di una genìa di capetti uno più inconcludente ed incapace dell’altro, mentre la base elettorale si sta squagliando come un gelato al sole e i risultati delle amministrative di giugno sono stati meno che mediocri. Riuscireste ad immaginare un quadro più deprimente?

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Trasformismo post-comunista

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post communistdi Salvatore Cingari
da sinistrainrete.info

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Fra gli anni Novanta e il nuovo millennio, il ceto politico post-comunista si è in Italia variamente riorientato in senso neo-liberale, con una tendenza a subire l’egemonia del fronte neo-conservatore e neo-liberista e, ovviamente, a far venir meno ogni presidio egemonico sulla base sociale. È passata alla fine l’idea che “riformismo” significasse destrutturare lo stato sociale, assegnando al “privato economico” una funzione liberatrice e pluralistica.

Tutta la resistenza al populismo anti-politico che, nonostante tutto, i post-comunisti italiani hanno in qualche misura esercitato, almeno fino alla trasformazione in Partito Democratico, essendo priva di un progetto alternativo a quello egemonico dominante, è diventata, analogamente, soltanto difesa strenua di una politica che, così separata dalla base sociale, per una sorta di dialettica hegeliana degli opposti, trapassa nel suo contrario: e cioè nell’anti-politica che si pensava di fronteggiare e che, ovviamente, mostrava di avere ben più appeal elettorale nelle sue formule populistico-mediatiche che in quelle di una nomenklatura mai abituata a giocarsi la partita del consenso, prima per via dei limiti posti dalla Guerra Fredda e poi per il suo radicarsi in aree del paese in cui il proprio potere non è in discussione.

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