Italia

La realtà

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renzi jobsactdi Giorgio Langella

Sostiene Renzi, in una nota del 19 marzo, che “la realtà vince sulle bugie: chi parla di Jobs Act come di un fallimento dovrebbe fare i conti con la realtà”. E snocciola alcuni dati: “più 913.000 contratti a tempo indeterminato; più 468.000 occupati permanenti; più 221.000 occupati totali”. Sono dati diffusi da INPS e ISTAT che dimostrerebbero i risultati eccezionali raggiunti grazie al Jobs Act. Sono dati parziali non confrontati con altri.

Sostiene Renzi che chi interpreta in maniera diversa da quella governativa i risultati esposti dice bugie.

Sarà …

Ma ci sono alcune cose da chiarire. Innanzitutto i nuovi contratti sono “a tempo indeterminato” e gli occupati sono “permanenti” solo perché sono definiti così. Nei fatti, grazie al Jobs Act, si può essere licenziati in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione (senza giusta causa) senza possibilità di essere reintegrati nel lavoro anche di fronte all'assenza della giusta causa. La permanenza nel posto di lavoro è, quindi, tutta da dimostrare.

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4 aprile 2016: Giornata di azione internazionale contro le privatizzazioni

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wftuTUI PS - Federazione Sindacale Mondiale (WFTU-FSM)
wftucentral.org

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

La crisi economica e finanziaria non solo non sembra essere finita, ma assume i contorni inquietanti di una guerra aperta e generale. La manipolazione dei dati sul PIL e sulla creazione di posti di lavoro, si scontra con la realtà quotidiana del mondo del lavoro, sia degli occupati che dei disoccupati.

La centralizzazione e la concentrazione del capitale e della ricchezza, la finanziarizzazione dell'economia, l'attacco sistematico alle funzioni sociali dello Stato, la mercificazione di tutte le sfere della vita sociale in una logica di privatizzazione di tutti gli ambiti che possono generare ulteriori profitti al capitale, gli attacchi contro il diritto internazionale e sulla sovranità degli Stati, la centralizzazione del potere politico e la sua sottomissione al potere economico e alle strategie di militarizzazione delle relazioni internazionali: sono tutte componenti delle politiche capitalistiche che dominano la maggior parte dei paesi del mondo.

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Caduti sul lavoro, la strage continua

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elmetti lavorodi Giorgio Langella

Dal 1° gennaio al 15 marzo del 2016, i morti per infortuni sui luoghi di lavoro sono 103. Con i decessi sulle strade e in itinere si superano i 200 morti complessivi. I morti sui luoghi di lavoro per regione sono: Veneto 9, Toscana 9, Sicilia 7, Piemonte 7, Emilia-Romagna 7, Puglia 6, Trentino-Alto Adige 5, Sardegna 5, Marche 5, Lazio 5, Lombardia 5, Campania 4, Umbria 4, Abruzzo 3, Calabria 2, Liguria 2, Friuli-Venezia Giulia 1, Molise1. I lavoratori morti sulle autostrade, all’estero e in mare non sono segnalati a carico delle province.

(fonte Osservatorio indipendente di Bologna http://cadutisullavoro.blogspot.it)

Mentre la “grande” informazione nazionale parla e scrive delle primarie PD più o meno taroccate, delle polemiche nel centro-destra per l'individuazione del sindaco di Roma e se una futura mamma può esercitare il ruolo di sindaco, del figlio di Vendola e dello “scandalo” dato da un film di animazione dove il panda protagonista ha “due papà” … una coltre di silenzio continua ad avvolgere le cosiddette “morti bianche”.

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La revisione costituzionale del rancore: la rottamazione dello spirito costituente

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le 21 donne costituenti 511659.660x368di Luisa Sassu | da gramscicagliari.it

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Per capire quanto è lontana dalla Costituzione la revisione costituzionale del governo Renzi, basta osservare lo stile con cui è scritta: un articolato di pessima fattura, complicato, tortuoso, appesantito da continui rinvii come fosse un qualunque regolamento e non la legge fondamentale dello Stato.

Niente a che vedere con la sobria chiarezza normativa della Costituzione del 1948. Lo stile può apparire come un elemento secondario nella scrittura di una legge, ma non lo è mai. Non lo è nella scrittura delle leggi ordinarie e, a maggior ragione, non lo è e non può esserlo nella scrittura della Costituzione.

La chiarezza e la sobrietà dei precetti costituzionali esprimevano la precisa volontà delle madri e dei padri costituenti di renderli leggibili a tutti. Perché la Costituzione doveva appartenere a tutti, nessuno escluso; doveva rappresentare il fondamento del vivere civile in uno Stato finalmente repubblicano e democratico.

Certo, lo spirito costituente, che ha consentito di ricostruire l’Italia dalle macerie del fascismo e della guerra, non è replicabile nei procedimenti di revisione costituzionale. Quell’esperienza storica e politica è irripetibile. Ma non è ammissibile che le modifiche alla Costituzione avvengano nella totale assenza di una larga ed effettiva condivisione parlamentare: lo prevede l’art. 138 della stessa Costituzione, non soltanto per rafforzare il procedimento legislativo, ma anche per assegnare a quel procedimento la consapevolezza del suo straordinario peso politico e normativo.

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Rimettere il dentifricio nel tubetto. La vendetta dell'autunno caldo

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oprai 1969 assemblea mirafioridi Pasquale Cicalese per Marx21.it

“Considerando che la produttività dipende dalle performance delle singole imprese, dobbiamo lavorare duramente per aiutare queste imprese a essere più grandi e più forti. Se sei troppo piccolo, non puoi sopravvivere”

Pier Carlo Padoan Guindhall, City, Londra 4 marzo 2016

“Se a ristrutturare le aziende sono gli stessi manager-imprenditori che le hanno portate alla crisi è difficile cambiare le cose. E poi ci vuole una nuova finanza adeguata a risollevare davvero le sorti delle aziende e finanziarne il rilancio. Finanza che le banche non possono assicurare, ma che invece possono portare veicoli di investimento specializzati come il nostro”.

R. Saviane Idea Capital Partners, in Milano Finanza, Crediti dubbi? Tutte Pmi, 5 marzo 2016

“Il mercato italiano è destinato ad essere l’epicentro del trading delle sofferenze bancarie”

Justin Sulger, Fondo Anacap  Padoan, gli Npl frenano la crescita ma per le banche nessun rischio di tracollo,  Il sole 24 ore 5 marzo

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Non sono numeri, sono persone!

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morti bianchedi Giorgio Langella

A causa di infortuni nei luoghi di lavoro, dall'inizio dell'anno, sono morte 90 persone. E sono oltre 200 se si considerano i lavoratori deceduti in itinere e sulle strade. Il Veneto è la regione con più caduti sul lavoro, nove dall'inizio dell'anno (3 a Vicenza e Padova, 2 a Treviso, 1 a Venezia).

Questi non sono numeri, sono persone uccise. Non si può leggere queste notizie e restare indifferenti di fronte a un massacro continuo che non può essere frutto del caso o del destino. Si muore di lavoro e per il lavoro perché, nella società nella quale viviamo, la vita vale meno della ricchezza personale. Si muore perché il modello di sviluppo nel quale siamo costretti vivere impone regole inumane secondo le quali la vita è subordinata al profitto ed è diventata una infame normalità preferire il privilegio individuale ai diritti collettivi.

Ci fanno credere che questa società sia la migliore, anzi l'unica possibile. E intanto ci stiamo trasformando in ingranaggi di un sistema spaventoso che cancella i diritti collettivi ed esalta i privilegi individuali.

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L'arte di dare i numeri

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renzi piano jobsactdi Giorgio Langella

Il 12 febbraio di quest'anno l'ISTAT aveva diffuso la stima preliminare della crescita del PIL per il 2015. Era di uno 0,6%, inferiore allo 0,8% stimato da Renzi. Pochi giorni fa la stessa ISTAT rivedeva la stima del PIL 2015 dopo gli “aggiustamenti” relativi al 2014 e diffondeva il nuovo dato: la crescita per il 2015 era dello 0,8%, uguale a quella preannunciata da Renzi qualche settimana prima. A questo punto, il presidente del consiglio si lasciava andare a dichiarazioni entusiastiche del tipo «I numeri dimostrano che l'Italia è tornata. Non la lasceremo in mano ai catastrofisti che godono quando le cose vanno male» o «Con questo Governo le tasse vanno giù, gli occupati vanno su, le chiacchiere dei gufi invece stanno a zero». Ieri, infine, i nuovi dati  forniti dall'ISTAT riconfermavano quelli del 12 febbraio e cioè che la crescita del PIL del 2015, “corretto gli effetti del calendario” si assesta sul +0,6%. In poche settimane i dati sono modificati in maniera sostanziale.

Si dirà che sono assestamenti dovuti a ricalcoli statistici e che, in definitiva, qualche decimo di punto non cambia le cose. Tutto vero, ma è comunque imbarazzante assistere a un balletto di cifre che viene sfruttato da un presidente del consiglio per dimostrare i suoi “clamorosi” successi e lasciarsi andare a quello che sa fare meglio e cioè alla propaganda e agli slogan.

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