Italia

No alla riforma costituzionale

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costituzione closeupdi Giorgio Langella

Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Costituzione approvata da un'Assemblea Costituente composta da persone di altissimo spessore politico e morale, elette a suffragio universale con il metodo proporzionale. La Costituzione fu il risultato di un altissimo compromesso tra le forze politiche e sociali antifasciste che riuscirono a fissare sulla carta quei valori e principi universali per i quali i partigiani avevano combattuto, i diritti fondamentali di tutti i cittadini e regole istituzionali che non consentissero a uno dei poteri dello Stato di imporsi sugli altri. Un esempio di democrazia che, anche dal punto di vista lessicale (era stata prestata grande attenzione persino ai termini utilizzati rifuggendo il linguaggio difficile e contorto proprio della legislazione ordinaria), fece della nostra una delle più belle e comprensibili Costituzioni del mondo.

Ieri un gruppo di 361 personaggi che occupano le poltrone parlamentari grazie a una legge elettorale dichiarata incostituzionale nelle sue parti fondamentali (premio di maggioranza e liste bloccate) ha stravolto quella Costituzione. Lo ha fatto scrivendo articoli contorti e incomprensibili che ridisegnano la struttura dello Stato, che riducono il Senato della Repubblica a un organismo composto da gente non eletta direttamente dal popolo, che consentono all'esecutivo di ottenere una sorta di potere assoluto.

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Tragedie dimenticate

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Marlane cartellidi Giorgio Langella

È passato poco più di un anno dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza del primo processo Marlane-Marzotto che ha visto assolti tutti gli imputati perché il “fatto non sussiste” e perché le prove non sono state considerate sufficienti per condannare chi si è reso colpevole dei decessi e dell'inquinamento che, senza ombra di dubbio, si sono verificati nella fabbrica calabrese. Così le oltre cento vittime, morte a causa di vari tipologie di tumore, non hanno avuto giustizia. Così l'assenza di memoria su quanto è successo alla Marlane-Marzotto di Praia a Mare rimane la principale caratteristica di quella tragedia del lavoro.

Quella della Marlane è stata una lotta lunga, condotta in condizioni particolarmente difficili visto l'isolamento che hanno subito i pochi che hanno avuto la costanza e la volontà di ottenere verità e giustizia. C'è stata un'indagine condotta senza clamore, nel sostanziale silenzio degli organi nazionali di informazione e nell'indifferenza generale che è continuata anche durante il processo e dopo la sentenza.

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Il referendum si vince o si perde tra la gente

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sana costituzione cartellodi Claudio De Fiores | da il Manifesto

Riforme costituzionali. L’offensiva mediatica con la retorica della buona riforma, non consente contorsionismi accademici, va invece disinnescata sul terreno della mobilitazione politica.

Quando sarà esaurito il procedimento parlamentare, l’ultima parola sulla riforma della Costituzione toccherà ai cittadini chiamati a pronunciarsi con un referendum.

Una prova che appare sin da oggi ardua e destinata a lacerare quell’articolato arcipelago di forze politiche, culturali e sociali che nel giugno del 2006 si era unanimemente schierato contro la consanguinea riforma voluta dal governo Berlusconi. Né potremo confidare nella libera informazione.

L’omologazione strisciante ha come protagonista il sistema mediatico (in particolare quello radiotelevisivo).

Specialmente la televisione è impegnata in un’offensiva culturale così pressante da essere riuscita, in poco tempo, a sortire nel senso comune la percezione che la riforma sia oggi necessaria per ottenere “flessibilità dall’Ue”, “liberare il paese dalla casta”, “ridurre gli sprechi della politica”.

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Il compleanno del Jobs Act: cosa c'è da "festeggiare"?

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fabbrica catena operaidi Stefano Barbieri per Marx21.it

Le controriforme del governo Renzi, in totale consonanza con le impostazione della tanto amata UE,  hanno in questi due anni cambiato drasticamente il volto dell’Italia dal punto di vista della struttura democratica e civile, smantellando pezzo per pezzo ogni singolo passaggio dell’architrave costituzionale sulla quale venne costruita la Repubblica italiana.

Se in questi giorni tiene sostanzialmente banco la proposta del governo di affossare il diritto al voto in riferimento ai quesiti referendari prossimi, preceduta dalla gravissima e reazionaria proposta della famigerata Legge elettorale denominata Italicum e della cancellazione del Senato della Repubblica, non si può dimenticare che occorre “festeggiare” l’anniversario di un’altra perla di questo Governo a guida PD quale è stata la riforma del mercato del lavoro denominata Jobs Act.

Non volendo ritornare su analisi e considerazioni che facemmo all’atto della sua entrata in vigore, credo utile, ad un anno di distanza, citare solo alcuni dati statistici riportati e analizzati da soggetti terzi, principalmente economisti,  che hanno incrociato i dati sull’occupazione e i contratti di Istat, Eurostat e Inps. Questa analisi è basata sui numeri, quindi non opinabile,  e ci dice che le nuove tipologie di contratto non hanno determinato una crescita del tempo indeterminato, che la maggior parte dei nuovi contratti è la trasformazione di una tipologia in un’altra e che il vero effetto positivo il Jobs Act lo ha avuto nel far crescere in maniera esponenziale il numero dei contratti a termine.

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Il riassetto capitalistico del governo Renzi

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renzi tv telefonodi Pasquale Cicalese per Marx21.it

Forse era meglio il fiscalista di Sondrio, almeno non ci si trastullava con la concezione nuova di “sinistra”. Ma di certo questo governo, a livello economico, somiglia molto all’ultima versione di Berlusconi. Vediamo perché. Il mentore della politica economica dell’imprenditore di Arcore è stato Giulio Tremonti. Socialista, liberista prima e poi nostalgico dell’intervento pubblico dell’economia. Costui, dopo la crisi mondiale del 2007, attua una svolta. Cerca di tessere una rete di capitalismo di stato con l’apporto di fondi sovrani, in primis cinesi. La sua strategia si basava sulla mobilitazione del risparmio per farlo passare dalla finanza speculativa all’economia reale. Strumenti di questa strategia, volta agli investimenti e ad una nuova industrializzazione, erano le grandi imprese semi privatizzate di Stato, fondi sovrani esteri, la Cassa Depositi e Prestiti e il risparmio degli italiani. Qualcosa del genere sembra attuare Renzi, con una differenza. Quest’ultimo dà più spazio alle poche multinazionali private italiane e al quarto capitalismo delle medie imprese internazionalizzate e opera a tutto campo. Inoltre, Tremonti aveva come target specifico, anche a livello valoriale, le micro e piccole imprese del nord, Renzi predilige le medie grandi aziende.

Come si esplicita questa strategia? Si è iniziato con l’Enel, a cui è stata affidata la realizzazione della digitalizzazione del Paese, un investimento di circa 2,5 miliardi che verrà conseguito con altri operatori privati. Poi c’è la privatizzazione di Ferrovie dello Stato, ancora non attuata per divergenze se la rete ferroviaria debba rimanere pubblica o privatizzata anch’essa.

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Perché l'Unità attacca l'Anpi?

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anpida www.anpi.it

Sull'Unità un commento del giornalista Fabrizio Rondolino contro il presidente nazionale dell'Anpi, Carlo Smuraglia.

"Un articolo che considero inqualificabile e altamente offensivo", questo il giudizio dell'interessato che ringrazia per le numerose testimonianze di solidarietà ricevute e gli altrettanto numerosi comunicati approvati dai congressi Anpi nel corso nell'ultimo fine settimana.

Smuraglia da notizia inoltre di un comunicato della Segreteria nazionale Anpi inviato - con richiesta di pubblicazione - alla Direzione dell'Unità.

Questo il testo:

"Dopo l'inqualificabile articolo di Rondolino, di venerdì scorso, che ha provocato migliaia di prese di posizione indignate, di proteste, di manifestazioni di solidarietà in tutta Italia, in favore dell'ANPI, abbiamo atteso in questi giorni una qualsiasi dichiarazione dell'Unità, che chiarisse se si era trattato di un articolo sciagurato, scappato dalla penna di un giornalista, oppure di una posizione condivisa dal giornale, di attacco, non solo al Presidente Smuraglia, ma all'ANPI nel suo complesso. Non è arrivato nulla e allora si impongono alcune domande: come mai il Presidente Smuraglia, che fino a due o tre anni fa era richiesto di articoli e interviste da parte dei Direttori dell'Unità, è diventato d'improvviso quello che così bassamente viene decritto nell'articolo? C'è un tentativo di delegittimazione, di Smuraglia e dell'ANPI, in relazione alle recenti posizioni assunte in tema referendario, se non addirittura un tentativo di alzare il tono della polemica e della discussione sulle riforme, trascinandole ad un livello peraltro assai basso?

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Senza lavoro e senza reddito

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soldi euro moneteda www.politicasenzarete.com

Il compagno Pasquale Cicalese ci segnala un articolo di Leonardo Santoro che volentieri pubblichiamo come contributo alla discussione.

La proposta di un reddito di cittadinanza (basic income) nasce da un'idea di giustizia, sostenuta da una teoria economica solida.
Semplificando si può riassumere questa teoria in 5 punti:

1 – sproporzione smisurata tra lavoro vivo e lavoro morto;
2 – irrilevanza del lavoro come misura del valore;
3 – disgregazione del confine che separava il lavoro produttivo dal lavoro improduttivo;
4 – nascita della fabbrica diffusa;
5 – partecipazione generalizzata di tutta la collettività alla produzione della ricchezza.

Insomma, secondo questa teoria, partecipiamo alla produzione non solo quando siamo seduti ad una scrivania, o quando programmiamo un tornio a controllo numerico, ma vi partecipiamo anche quando assistiamo i genitori e i figli malati, quando piantiamo dei fiori nel giardino o esponiamo un vaso alla finestra, quando facciamo la spesa e usiamo la carta punti, e anche quando, come cantano i NoveNove, facim o sfaccimm.

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Il lavoro: una situazione drammatica

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disperazionedi Giorgio Langella

Solo qualche settimana fa il governo e la maggior parte degli organi di informazione ci facevano sapere degli straordinari risultati delle “riforme” sul lavoro di Poletti e Renzi. Disoccupazione in calo, occupazione in crescita, grandi opportunità di lavoro. Un successo.

I pochi che osavano porre alcuni interrogativi e, magari, interpretare con maggiore attenzione i dati divulgati dall'ISTAT (non così positivi come voleva la propaganda di regime) venivano definiti “gufi”, menagrami anti-italiani. Tutto andava bene, anzi, meglio.

Ed ecco che i dati diffusi dall'ISTAT e relativi a febbraio sono tutt'altro che positivi. Ci dicono che sono causa della diminuzione degli incentivi regalati alle imprese e che, cercando bene, qualche dato risulta positivo (il tasso della disoccupazione giovanile che è leggermente calato dello 0,2% ma che rimane sempre il più alto tra i paesi europei: 39,1%).

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