Occorre ottimismo. E il lavoro non fa notizia

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lavoro precario cordadi Carmine Tomeo
da lacittafutura.it

Il lavoro fa meno notizia delle primarie del M5S. Sarà che dobbiamo essere ottimisti, come raccontano le classi dirigenti. Ma intanto cresce la precarietà e diminuiscono i salari.

Ormai la precarietà non fa più nemmeno notizia. Ѐ questo un segnale di come l’instabilità di lavoro e di vita sia introiettata come condizione sociale normale oltre che permanente, quasi naturale e perciò immodificabile. Guardate le prime pagine dei giornali il giorno successivo alla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps e ve ne farete un’idea: trovano spazio anche le primarie del Movimento 5 stelle, mentre il lavoro rimane relegato alle pagine interne (quando va bene). E allora pare vada tutto piuttosto bene.


Istat e Confindustria nei giorni precedenti aveva alzato la stima del Pil, migliorandola di qualche decimale di punto; il presidente del Consiglio, Gentiloni, si rallegra degli effetti positivi del Jobs act e della ripresa (sic!); il ministro Padoan può addirittura permettersi di affermare che la ripresa da ciclica è diventata strutturale (sic!). Seppure gli si volesse credere mostrando la stessa ingenuità di un bambino con la fatina dei denti, bisognerebbe almeno chiedersi quale sia il prezzo di tale fantomatica ripresa strutturale.

In assenza di investimenti, che denota una scarsa fiducia delle aziende di una prossima reale ripresa, la produzione di valore in Italia è fatta praticamente sulle spalle di un allargamento ed una maggiore intensità dello sfruttamento dei lavoratori. Costretti a subire precarietà e bassi salari, oltre che continui tagli allo stato sociale, i lavoratori si vedono continuamente sottrarre reddito drenato nelle tasche di chi gode del privilegio di poter partecipare al banchetto delle classi dirigenti. E nonostante ciò, come non fosse bastato lo spostamento di ricchezza dal lavoro al profitto degli ultimi decenni e ed in questi anni di crisi; come non si fossero già regalati abbastanza soldi alle imprese prelevati dalla fiscalità generale, e cioè, in ultima analisi, prelevati soprattutto dalle tasche dei lavoratori, l’idea per niente nuova per migliorare i numeri dell’occupazione (ma di certo non la qualità) è di prevedere sgravi fiscali per l’assunzione dei giovani. Giovani lavoratori che non saranno sottratti dalla precarietà, che non riusciranno a progettare la loro vita ma saranno (dicono, ma c’è davvero da dubitare) meglio occupabili.

Ad oggi, dopo decine di miliardi già regalati alle imprese per assunzioni a tempo indeterminato, la situazione è questa: il saldo tra assunzioni e cessazioni nei primi sette mesi di quest’anno è positivo per 571 mila unità, ma dentro questo dato sono contati 501 mila contratti a termine e 52 mila di apprendistato. I contratti a tempo indeterminato sono solo 18 mila: un misero 3% di “fortunati” lavoratori che possono godere di un contratto a tutele crescenti e senza articolo 18. Dietro i 18 mila “fortunati” lavoratori che hanno avuto un contratto a tempo indeterminato, una massa di precari. Molti a tempo determinato (+25,9%), tanti in somministrazione (+20,4%), una enormità con contratti a chiamata (+124,7%) stipulati per sostituire milioni di voucher a confermare l’estensione di una precarietà già di massa.

Ecco su cosa si fonda l’ottimismo di industriali e governo amico: sulla certezza di avere a disposizione mano d’opera precaria, sottopagata e con pochi diritti (quando ce li ha) e che se perde il lavoro molto probabilmente non ne troverà un altro e comunque, se lo trovasse, sarebbe molto probabilmente peggio retribuito. Ne sa qualcosa chi è costretto a inviare curricula, a bussare alle porte delle aziende che però sempre più spesso si trovano in stato di crisi oppure chiuse o delocalizzate.

Al ministero dello Sviluppo Economico i tavoli di confronti aperti per crisi aziendale non si contano più. Le numerose aree di crisi complessa dimostrano che l’ottimismo delle classi dirigenti è proprio di chi non vive le difficoltà quotidiane delle persone comuni. Intere aree della Penisola si trovano in recessione economica, contano perdite occupazionali di rilevanza nazionale, che hanno effetti sull’indotto in un effetto domino sul territorio ed a livello nazionale che raggiunge livelli drammatici. In Abruzzo e in Liguria, nelle Marche ed in Toscana, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Umbria e poi Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Veneto, contano tutte aree di crisi complesse.

Ma occorre non essere pessimisti, dicono. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, intervistato su Radio Capital dal vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, sostiene che “siamo all'uscita dalla convalescenza, ma dobbiamo stare attenti perché la ricaduta è dietro l'angolo”. L’ansietà sarebbe dovuta al fatto che non avremmo sufficiente capacità di raccontare gli aspetti positivi delle condizioni del Paese. Da qui i bassi consumi, mica tanto per i bassi salari, la precarietà, la disoccupazione. E allora, bene Jobs act e quanto fatto finora, ma occorre fare di più. L’incertezza è dovuta alla legge elettorale che non dà “elementi di stabilità e governabilità nel medio termine”.

Ecco, tanto per dire qual è la distanza la distanza tra classe dirigente e classi popolari, tra padronato e lavoratori, con i primi preoccupati dalla governabilità come elemento di valore in sé ed a profondere (più o meno moderato) ottimismo ed i secondi, i lavoratori, le classi popolari a provare, giorno dopo giorno, a mettere insieme il pranzo con la cena.