La fine dello Stato sovrano

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di Maurizio Musolino | su www.pdci.it

 

berlusconi-si-dimette-300x205L'epilogo della giornata di ieri non può che fare piacere. Berlusconi sembra finalmente alle corde in procinto di uscire dal ring e con lui sembra essere finita un'epoca della nostra politica. Detto questo però appare oggi difficile capire in quale direzione si stia andando e quale sarà il futuro più o meno prossimo. Se è abbastanza chiara la strategia del Pdl – o almeno della parte del partito ancora legata al boss di Arcore – , ovvero approvare la manovra economica, assecondando così la lettera della Bce e le richieste del Fmi, per poter andare ad elezioni anticipate senza il ricatto di portare in questo modo il Paese alla sfascio; meno chiara è la strategia di una opposizione parlamentare che sembra aver paura del voto e invoca un governo tecnico o di unità nazionale come rimedio a tutti i mali.


Una lettura paradossale che stravolge la realtà. Ci regala infatti una ex maggioranza non timorosa del voto (che invece dovrebbe temere più della peste) e una opposizione – unica in tutto il mondo – che sembra preferire rimanere tale.


Su questi temi tutti i media, senza nessuna esclusione, ci consegnano oggi pagine e pagine di inchiostro. Nessun riferimento invece al popolo italiano, a quelle donne e a quegli uomini che dovrebbero poter e dover dire la loro su quale futuro avere. Il silenzio più assoluto. Nessuno che ci dica come si vive in città dove il welfare – sanità, asili, scuole, assistenza agli anziani, agli emarginati, viabilità pubblica... un elenco che potrebbe continuare lunghissimo – è sempre di più un lontano ricordo. Nessuno che ci racconti le storie che si nascondono dietro quelle aride cifre che indicano una disoccupazione sempre in crescita. Nessuno che rifletta su di un territorio ferito preda di disastri idrogeologici. Nessuno che si prenda la briga di farci vedere come sono le giornate di chi costretto alla cassintegrazione cade nell'apatia e nella disperazione. Nessuno che ragioni di come le donne vedano in questi anni regredire le conquiste ottenute nei decenni passati. Nessuno! Solo silenzio.


Ma in questo caso una risposta c'è, e dovrebbe meritare un approfondimento, fuori da ogni steccato. Questa gente non conta e soprattutto non deve contare. In questi anni, ma in modo che mi sembra indiscutibile in questi ultimi mesi, c'è stata una messa in discussione del concetto di cittadinanza e di Stato. Provo a spiegarmi meglio. La Costituzione italiana ci ha consegnato uno Stato come erogatore di cittadinanza e nello stesso tempo come soggetto che trova la sua legittimità nella rappresentanza dei cittadini stessi. Un meccanismo comune a gran parte delle nazioni moderne. Tutto questo però è seriamente messo in discussione. Come leggere altrimenti le “pressioni” che quotidianamente riceviamo da Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e dal quel fantomatico “mercato” che pochi riescono a sostanziare con nomi e cognomi? Lo Stato di fronte a questi organismi dovrebbe essere un ente autonomo, indipendente, che deve dare conto principalmente a chi lo legittima, ovvero al popolo italiano, ma così non è. Non sono un economista, anzi fatico a districarmi su questi temi, ma la domanda che mi faccio, al momento senza risposte, è: oggi in Italia se una maggioranza, legittimamente rappresentante del volere del popolo, volesse decidere autonomamente la sua strada per uscire dalla crisi può farlo? Possono esistere ricette differenti da quella indicata dalla Banca centrale europea? Ovvero fino a che punto lo stato è indipendente e può autodeterminarsi?


A leggere i giornali di questi giorni la risposta è scontata: “non può farlo”. Le compatibilità internazionali ed economiche sembrano essere le vere padrone del nostro futuro, la volontà degli elettori è relegata in un angolo. Nulla può uscire dalla “compatibilità”. Nulla deve uscire. Anzi la drammatizzazione intorno allo spread dei nostri titoli di Stato dimostra come anche un governo delle destre e di una parte consistente dei poteri forti può essere messo in ginocchio non dalla volontà dei cittadini, ma da altri interessi e da altri poteri forti. Il tutto alla faccia di ogni concetto democratico. Berlusconi non mi piace, è un farabutto che meriterebbe la prigione e credo che in questi anni abbia seriamente messo a rischio la nostra democrazia oltre che i pilastri culturali della nostra società, ma ha ragione quando lamenta di essere vittima di congiure e di giochi che nulla hanno a che vedere con il mandato popolare ottenuto con le elezioni. Non dobbiamo avere paura di denunciarlo perché quegli stessi giochi minerebbero domani qualsiasi possibilità di migliorare questa società; pur se è innegabile la soddisfazione per la possibilità di levarcelo finalmente di torno.


Ma se questo è vero, anche solo in parte, allora il discorso si deve spostare obbligatoriamente, anche per il nostro agire di comunisti e di sinistra, su un terreno diverso: la sovranità nazionale deve essere difesa e sostanziata attraverso una battaglia per i diritti. Attraverso i diritti oggi si può recuperare il senso della cittadinanza e quindi l'essere parte di una comunità che si chiama nazione. Attraverso i diritti è possibile rilanciare un moderno internazionalismo, perché i nostri diritti sono anche i diritti dei cittadini statunitensi o i diritti del popolo di Palestina. Rientrare in Parlamento è indispensabile quindi in questa ottica, più che l'essere nel governo o il far parte di una nuova maggioranza.


Vuol dire questo abdicare di fronte al Dio Mercato o di fronte ai poteri forti e fortissimi? No, assolutamente. Significa al contrario evitare guerre contro i mulini a vento per ricominciare a lottare concretamente per cambiare questo mondo.