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elmetti lavorodi Norberto Natali

Tutti sembrano rassegnati ad una nuova batosta per le condizioni di vita della maggioranza meno ricca del nostro popolo. Eppure -per evitare ciò- si sa dove poter andare a prendere “i soldi”.

Solo per fare qualche esempio:


- l’anno scorso la bilancia dei pagamenti con l’estero è stata ottima: le esportazioni sono state ben 56 miliardi di euro in più delle importazioni e non si tratta di un caso isolato. Questo non è un fatto negativo ma serve a indicare come ci siano molti capitalisti che fanno ottimi affari ed hanno guadagnato tanto anche di recente. 

- ad aprile, l’amministratore delegato della più grande banca italiana (Banca Intesa) ha denunciato pubblicamente come i borghesi più ricchi del nostro paese tengano all’estero somme molto ingenti (fior di miliardi di euro) guadagnati in Italia. Prima sfruttano il nostro lavoro e le nostre risorse, approfittano di aiuti fiscali e sostegni pubblici di ogni genere e poi si portano via il frutto di tutto ciò.

- c’è una larga evasione fiscale che in parte è dovuta a famiglie che hanno un reddito basso e non riuscirebbero a sopravvivere senza di essa. Poi c’è l’evasione dei ricchi, quelli che vivrebbero nel lusso anche se rispettassero correttamente tutte le norme fiscali: questa viene stimata (dalle fonti più autorevoli) in cifre che variano dai 70 ai 110 miliardi annui circa. 

- si può considerare che lo 0,5% circa della popolazione italiana dispone di un patrimonio quasi triplo rispetto al nostro PIL, almeno 4.500 miliardi di euro. Con un patrimonio simile, tutta l’Italia potrebbe vivere nella quarantena più stretta per almeno tre anni!

Basterebbe che questo mezzo centesimo di nostri “compatrioti” sacrificasse più o meno 1/50 del suo patrimonio per poter affrontare questo gravissimo momento nazionale senza costringere ulteriormente i lavoratori, i disoccupati, i pensionati ad ulteriori e dolorosi sacrifici. 

Si tratta di una fascia della popolazione che possiede mediamente un patrimonio di 14-15 milioni di euro. In pratica, chi possiede 100 appartamenti di medio valore, dovrebbe continuare a vivere con 98, chi ha 300 ettari di terreno agricolo fertile dovrebbe rimanere con 295: farebbero rinascere la “Patria”!

Basterebbe un governo deciso e giusto (in astratto non sarebbe indispensabile che fosse rivoluzionario e proletario) che attingesse dalle suddette quattro “fonti” perché i lavoratori (e i disoccupati, i pensionati, il sud) non paghino le conseguenze della pandemia in corso. Invece succederà (sta già accadendo) il contrario: soffriranno sempre di più i soliti e anche molte famiglie che finora erano riuscite a vivere discretamente gestendo dei ristoranti o altre piccole attività.

Viceversa, i ricchi saranno nuovamente i più privilegiati e a loro andrà la gran parte dei finanziamenti e dei sussidi che saranno effettivamente erogati. A parole questi ultimi sono destinati all’occupazione e alla salvaguardia dei lavoratori ma in pratica -sotto forma di detrazioni, incentivi ed altro- andranno nelle tasche dei capitalisti e ci sono già degli studi che indicano come la parte maggiore è destinata proprio a quello 0,5% di cui sopra. 

A molti lavoratori viene promesso un aumento del netto in busta paga, per lo più è la conferma di una vecchia, demagogica, decisione di Renzi; tuttavia non è affatto un aumento del salario bensì una riduzione del prelievo fiscale. In più si promette la riduzione delle tasse a destra e a manca, per ogni problema. Con le entrate fiscali si fanno cose molto diverse tra loro: dall’acquisto (negli USA) di inutili e costosissimi F35 e discutibili spedizioni militari all’estero fino alle spese per la scuola, la sanità, i trasporti, l’edilizia pubblica, la cura dell’ambiente. 

Chi peggiorerà le proprie condizioni di vita per tutta questa “generosità” fiscale? 

Tutto ciò avviene dopo un’altra “batosta” dello stesso genere risalente al decennio appena concluso. L’infame legge Fornero (che è nociva più per i giovani di oggi che per gli anziani) e provvedimenti dello stesso segno, vennero assunti a causa dello spread, del debito pubblico e del deficit annuo dello stato. 

Il primo era salito da 100 a 574: negli anni scorsi è ritornato a 100 ma -per ragioni finanziarie su cui ora sorvolo- è come se fosse sceso a 0. Il debito pubblico era circa al 120% e oggi si insiste a voler portare l’attuale 134% al 165% circa. Il deficit annuo è sempre stato intorno al 3% ed ora si ritiene utile aumentarlo molto. 

Insomma, ci sarebbero tutti i motivi per restituire ai lavoratori e ai pensionati quanto tolto a suo tempo e invece si preparano nuovi e più gravosi sacrifici. Così i giovani hanno un futuro negato, di estesa disoccupazione e precarietà, salari e pensioni da fame, in un contesto di arbitrio padronale, ricatti, offese alla dignità personale e collettiva che nessun operaio -trent’anni fa- poteva ritenere possibile; insieme a ciò, un degrado morale e culturale della società che rende la vita sempre più squallida, la devastazione del clima e della natura, i pericoli sempre più intensi di guerra mondiale e il “gangsterismo” di certi stati liberali. 

Occorre ricordare tutto ciò oggi, importante giornata in cui ricorre il sessantesimo anniversario dei morti di Reggio Emilia ed insieme di una stagione di ribellione vincente del popolo, contro il fascismo e il capitalismo, animata dai giovani “delle magliette a strisce” che -suggestiva combinazione della storia- è anche l’anniversario della morte del compagno Pietro Secchia. 

Solo per non mancare un modestissimo omaggio al maestro Ennio Morricone, si può dire metaforicamente che queste due ricorrenze sono come due note musicali che ricordano un’intera sinfonia: giusta e vittoriosa. 

Col Partito di Pietro Secchia e dei morti di Reggio Emilia si è liberata l’Italia e si sono costantemente migliorate (nel complesso e non senza contraddizioni e tortuosità) le condizioni di vita dei proletari e delle masse popolari, sia quelle materiali, sia la dignità e la libertà della loro vita. Nessun giovane, nessun operaio si è mai sentito solo, si è mai trovato da un giorno all’altro nella disperazione, senza un lavoro, senza sapere come sopravvivere senza mettersi in ginocchio di fronte a qualche sfruttatore. 

Da qualche decennio, guarda caso, le cose vanno al contrario e sempre peggio. Tutti gli oppressi e gli sfruttati che sono in Italia, tutti quanti non vogliono rassegnarsi all’immiserimento e all’ingiustizia, quanti credono nella democrazia e nella pace, devono fare la cosa più concreta e necessaria del momento: riflettere profondamente, ripensare onestamente le esperienze, i criteri, le concezioni di quest’ultimo quarto di secolo perché tutto ciò -in linea di massima e pur senza facili generalizzazioni- ha portato solo alle sconfitte, alla disgregazione, all’impotenza.  

Per ritrovare fiducia nella lotta e speranza nel futuro ci vuole una lotta di classe che sia organicamente ideologica, economica ed anche politica, ci rivuole un Partito che affronti le sfide odierne e del futuro come farebbe il Partito di Pietro Secchia e dei caduti di Reggio Emilia.