"...Aveva continuato la politica della destra con uomini e frasi di sinistra..."

E-mail Stampa PDF

crispidi Norberto Natali

Questo titolo è tratto dai “Quaderni dal carcere” di Gramsci nella parte in cui egli descrive il tradimento della sinistra storica nel tardo ‘800. Da quando fu fondato lo stato italiano (Regno d’Italia) nel 1861 -scrive Gramsci- il governo fu guidato dalla destra, mentre uomini come Crispi erano all’opposizione: ferventi repubblicani ispirati da Mazzini e Garibaldi, generalmente su posizioni sociali molto moderne e progressiste.

Dopo un quindicennio, la destra storica fu sostituita dalla sinistra nella direzione del paese; essa, appunto, continuò la politica della destra ma ingannando il popolo con frasi di sinistra e facendosi rappresentare da uomini con un passato di sinistra (è il caso del governo Depretis).


Tuttavia si trattò solo di un passaggio intermedio (una decina di anni) perché poi -queste stesse forze- proseguirono più semplicemente come destra, macchiandosi di colpe che la destra storica, in precedenza, aveva forse sognato ma non realizzato. In primo luogo, lo spargimento del sangue del proletariato reprimendo ferocemente le rivendicazione e le istanze degli operai e dei contadini, iniziando dai “Fasci siciliani” movimento di lotta bracciantile.

Ciò prese avvio con il governo Crispi.

Non a caso il termine “trasformismo” cominciò ad essere usato proprio in quegli anni, con riferimento a quei governi e alla metamorfosi di quelle forze politiche. Tuttavia quel termine non esprimeva un mero giudizio morale su alcuni individui: era piuttosto un’analisi politica. Il De Sanctis, infatti, denunciò che quei sinistri tentavano di disarticolare i partiti e cancellarne la funzione “strappando” dai loro gruppi alcuni parlamentari e “trasformandoli” in gestori di un disegno di governo e di un assetto di potere determinato.

Renzi e Gennaro Migliore non hanno inventato niente!

Eppure le impressionanti analogie con la nostra situazione attuale non si fermano qui.

Gramsci, ovviamente, non si ridusse a farfugliare opinioni superficiali e generiche (spesso stravaganti o infondate) come avviene oggi da noi, per esempio, sul voto umbro. Fornì, invece, una spiegazione scientifica, marxista, di quei processi politici, concludendo che Crispi era il vero capo politico della nuova borghesia. Si riferiva a quei nuovi ceti borghesi i quali affidavano il proprio successo al completamento e allo sviluppo dell’unità nazionale, dello Stato italiano in tutti i sensi e costantemente. Perciò avevano bisogno proprio di quel tipo di “unità nazionale” e di Stato.

Questo comportò una politica vessatoria e repressiva verso il sud, in particolare contro le aspirazioni e le agitazioni delle sue masse popolari. Perciò si alleò, per esempio, con gli agrari meridionali (siciliani in particolare) i quali -nel sud- erano i più “unitari” o “patriottici” di tutti, in quanto avevano bisogno di quello Stato italiano poiché erano impauriti dalle lotte contadine.

Questa politica della sinistra storica e del trasformismo -cioè dello “stato forte”- aveva un motivo ben preciso che era la realizzazione degli interessi di quella nuova borghesia di cui si è scritto, cioè l’industrializzazione del paese, pagata duramente dal sud e dalle campagne.

È impressionante l’analogia con la “nostra” sinistra storica che è il vero punto di riferimento dell’equivalente attuale della nuova borghesia di cui scriveva Gramsci: quella parte di borghesia imperialista travolta dalle proprie contraddizioni e debolezze di fondo, terrorizzata dai grandi mutamenti epocali e dalla sua incapacità di fronteggiarli, la quale (semplificando al massimo) ha bisogno di liberarsi di tutte le conquiste del movimento operaio italiano e dai vincoli della Costituzione, ancorandosi saldamente all’unità europea, all’Unione Europea come al nuovo proprio Stato.

Ecco come tale odierna “sinistra” è il vero garante della NATO e soprattutto della UE, nell’ambito della quale all’Italia (e al suo proletariato) tocca oggi la sorte che Gramsci -all’epoca- denunciò per il mezzogiorno e i contadini.

Come gli agrari siciliani dell’800 erano i più accesi sostenitori dell’unità d’Italia, questa parte della borghesia italiana è oggi la più europeista di tutti.

In breve, la parte più d’avanguardia di quel grande processo rivoluzionario che fu il risorgimento, ad un certo punto storicamente determinato (dagli sviluppi della lotta di classe) dovette fare i conti con la nuova realtà: il principale e vero “nemico”, ora, veniva da quello che un tempo era il proprio stesso campo. Non si presentava come nemico del risorgimento, come una Vandea motivata da una reazione contro di esso, bensì lo rivendicava e pretendeva di esserne il proseguimento.

Le sanguinarie avventure coloniali avviate proprio in quel periodo, venivano propagandate come coerenti con i valori patriottici risorgimentali mentre erano il più completo tradimento degli ideali democratici e rivoluzionari di Mazzini e Garibaldi (e non solo loro).

Ciò non significa che le forze e gli interessi sconfitti dal risorgimento (per esempio il regime borbonico) non fossero più un problema ma chi ha fatto naufragare (in quell’epoca) le migliori speranze dell’800 non furono i Borboni ma Depretis e Crispi, ovvero i trasformisti.

Questi ultimi, semmai, “utilizzarono” il brigantaggio nel sud sia per giustificare gli abusi e gli eccessi repressivi, sia, più tardi, per utilizzarne alcune componenti a proprio vantaggio (cioè contro i lavoratori e la democrazia).

Significativamente, gli intellettuali oggi fanno sparire completamente alcune pagine -della teoria e della storia del movimento operaio comunista internazionale- che avevano invece largo spazio e molta importanza. Un esempio tipico riguarda la strenua lotta di Lenin contro il “regime dei circoli” (ossia contro la frantumazione) che fu una delle principali radici dell’esperienza bolscevica.

Un altro caso, è l’importanza che ebbe per Lenin -e tanti altri dirigenti del movimento operaio, anche italiani- la polemica contro Millerand. Questi era un po’ l’equivalente francese dei trasformisti ma il suo tradimento ebbe più risalto di quello degli italiani, benchè più tardivo. Si trattava di un dirigente socialista francese che ai primi del ‘900 iniziò la collaborazione con l’avversario come ministro “socialista”. Superfluo dire che gridava ai quattro venti che lui era più “concreto”, che difendeva gli interessi dei lavoratori “in pratica” e non a chiacchiere, agendo “dall’interno” per evitare peggioramenti ed ottenere i miglioramenti possibili in quel momento.

Nel giro di un ventennio finì per diventare capo del governo e poi dello stato francese e principale dirigente dello schieramento reazionario (il Blocco Nazionale): questa fu l’unica cosa “concreta” che fece veramente!

In Italia abbiamo avuto un’altra esperienza che definire trasformistica potrebbe essere involontario umorismo. Giunti al crocevia storico dell’inizio della prima guerra mondiale, uno dei più influenti (forse il più influente) dirigente del PSI (forza che, in un certo senso, aveva sostituito i mazziniani e i garibaldini di mezzo secolo prima) che si atteggiava a rivoluzionario acceso e passionale, Mussolini, passò dall’altra parte, con pochissimi accoliti. Qualche anno dopo fu seguito da un altro dirigente socialista (nel frattempo divenuto membro del comitato centrale del PCdI) tale Bombacci, il quale fu poi giustamente fucilato insieme al suo capo.

Inizialmente, Mussolini abbandonò le posizioni pacifiste per schierarsi a favore della guerra e -per un certo periodo- non fu possibile (almeno per le larghe masse) distinguerlo nettamente “dall’interventismo rivoluzionario” che era una posizione politica onesta. Dopo la guerra, non abbandonò mai del tutto il tentativo di fare la sua politica accompagnandola “con frasi di sinistra” (a modo suo).

Togliatti, nel 1935, aveva in mente anche questi precedenti quando scrisse “in tempi diversi, nello stesso paese, il fascismo assume aspetti differenti”. Intendeva dire (secondo il modestissimo parere di chi scrive) che chi aveva combattuto e abbattuto -per fare un esempio- il regime borbonico, ad un certo momento (stabilito dalla Storia) doveva continuare la lotta contro i trasformisti e Crispi, se voleva essere conseguente con le finalità e le premesse delle battaglie contro i Borboni, benchè queste battaglie non fossero state abiurate -almeno a parole- da Crispi (anzi!).

Anche perché -volendo fare la storia con i se e con i ma- difficilmente i Borboni (se fossero rimasti al potere mezzo secolo in più) avrebbero fatto al sud danni peggiori dei trasformisti.

Oggi, per essere coerente con gli ideali più profondi e le finalità più avanzate della Resistenza e della lotta antifascista, bisogna denunciare i trasformisti (i Depretis, i Crispi e i Mussolini) della nostra epoca, ovvero quelli che OGGI continuano “la politica della destra con uomini e frasi di sinistra”.

Destra è la politica guerrafondaia (all’occorrenza antidemocratica e perfino terroristica) contro le masse lavoratrici nell’interesse della borghesia, sinistra è l’opposto. Dopo il risorgimento, dunque, una parte della sinistra storica soppiantò la vecchia destra nel perseguire gli stessi interessi borghesi e lo stesso fece il fascismo. In nessuno dei due casi, però, la vecchia e la nuova destra furono da sole unica “alternativa” una dell’altra (se così vogliamo dire). In entrambi i casi, forze importanti (qualitativamente e quantitativamente) delle masse lavoratrici combatterono entrambe “le destre” (anche con apposite tattiche temporanee). La lotta contro la destra storica richiedeva anche quella contro i trasformisti e contro il fascismo e viceversa.

Non accadde mai che ci si riducesse a stare da una di queste due parti con il motivo di combattere l’altra. Per questo Togliatti, sempre nel 1935, spiegò che bisognava individuare -nella politica fascista- quegli elementi (potremmo dire quelle contraddizioni) su cui far leva per contrapporgli gli interessi delle grandi masse lavoratrici con una politica rivoluzionaria.

Visto il livello del dibattito in certi ambienti della sinistra attuale, conviene spiegare meglio: Togliatti non propose mai la mera confluenza nell’alveo della parte di borghesia che combatteva il fascismo, con il pretesto della pericolosità di Mussolini! Tutta (o quasi) la storia del PCI dimostra che la minaccia reazionaria non è stata mai un alibi per cedimenti e capitolazioni. Occorre reagire invece con la lotta di massa economica e democratica, tenendo sempre due riferimenti fissi: combattere le oligarchie ed impedire che siano sempre e solo i lavoratori a pagare le conseguenze della politica borghese e delle sue crisi.

Quello che manca oggi non è, per esempio, un voto “migliore” dei lavoratori umbri, rispetto alle due principali coalizioni in competizione.

Avrebbe avuto senso appoggiare Crispi per combattere la destra storica o viceversa? Avrebbe avuto senso appoggiare i liberali conservatori, i monarchici per combattere i fasci? Quello che manca oggi, quel che è veramente negativo (anziché le scelte “obbligate” di una parte dell’elettorato) è una forza che contrapponga alla borghesia (dunque anche alle minacce reazionarie) gli interessi del proletariato, con una politica conseguente e di avanguardia che significhi che non si combatte Salvini con l’attuale coalizione governativa e nello stesso tempo che non è lui la risposta al giusto risentimento e al malcontento verso le forze ora al governo.

Sono inutili i piagnistei e le giaculatorie sui risultati elettorali e sulle scelte delle masse, se non si parte da questa mancanza: è tale “vuoto” l’unica vera novità storica dell’attuale scenario politico italiano (e solo italiano, direi).

Ps. Va da sé che la soluzione ai problemi attuali non è possibile senza un impegno ed una lotta per il “ritorno” di un forte PCI, combattivo e coerente. Questo tema non era affrontabile in tale scritto e perciò si è preferito non intervenire, per esempio, sulla partecipazione dei compagni comunisti alle recenti elezioni umbre.