Riflessioni a sinistra

E-mail Stampa PDF

seta rossaRiceviamo da Francesco Fustaneo e volentieri pubblichiamo come contributo alla discussione

Oramai da più di un decennio la c.d. sinistra “radicale” è confinata in aree extra-istituzionali con percentuali elettorali irrisorie e come se ciò non bastasse è frammentata in tanti partiti, movimenti e correnti, spesso guidati da leader impalpabili.

E’ pacifico che utilizzando il termine “radicale”(di per sé comunque criticabile), si discerne quelle forze politiche comuniste o postcomuniste o comunque collocabili alla sinistra del P.D.; quest’ultimo ormai è rimasto un partito “di sinistra” solo per i media mainstream; è innegabile infatti che avendo propinato per anni politiche neoliberiste, abbattendo i diritti dei lavoratori e il welfare, tale compagine politica sia riuscita a realizzare per stessa ammissione dei suoi avversari, obiettivi prefissati però rimasti sempre preclusi alle stesse destre al governo.


Eliminerei dal novero delle forze radicali di sinistra il gruppo di S.e.l., attualmente trasformatosi in L.e.u. che puntando ad un rapporto ambivalente e ambiguo col P.d. ha costruito il proprio percorso politico, riuscendo per far approdare in Parlamento i suoi più rampanti dirigenti e al contempo all’ultima tornata elettorale, grazie alle liste bloccate, anche personaggi che hanno ricoperto rilevanti ruoli istituzionali nella legislatura precedente, ma non certo amatissimi dall’elettorato, come la Boldrini e Grasso, fallendo però nell’obiettivo di riconfermare la rielezione di Massimo D’Alema.

Fatta questa breve ma doverosa premessa, precisiamo che per la sinistra che si ispira ancora ad una matrice socialista e/o comunista, il quadro è a dir poco desolante.

Un partito come Rifondazione Comunista che al suo apice poteva contare su percentuali di consenso dell’8%, nell’arco di pochi anni è riuscito a collezionare una dura serie di sconfitte elettorali, nonostante l’accorpamento in cartelli (si pensi a Sinistra Arcobaleno o a Rivoluzione Civile) o l’aver puntato su progetti definiti più ambiziosi come “Potere al Popolo” raggiungendo però con tale lista solo l’ 1,06% alle ultime elezioni nazionali.

Non godono di buona salute elettoralmente parlando, neanche gli altri partiti di matrice comunista che hanno deciso di correre da soli alle ultime elezioni parlamentari raggiungendo percentuali mortificanti: il Partito Comunista ha ottenuto lo 0,38% dei consensi, con la sola scusante di aver corso solamente nel 57% dei collegi alla Camera, mentre la lista “Per una Sinistra Rivoluzionaria” ( in cui si schierava anche il Partito Comunista dei Lavoratori) dal canto suo otteneva un miserrimo 0,08%.

Si è molto dibattuto su come si sia potuto dilapidare in pochi anni un così grande consenso elettorale e cosa fare per un rilancio politico.

Alcuni analisti hanno additato la crisi alla eccessiva istituzionalizzazione della Sinistra e alla partecipazione di Rifondazione all’esperienza governativa con Romano Prodi, altri alle scelte movimentiste di Bertinotti, altri alla scollatura ideologica inevitabilmente seguita nell’ultimo ventennio al crollo dell’Urss. Chiaramente questi sono solo alcuni motivi plausibili ma non possono essere i soli.

Occorre partire dal presupposto che il nocciolo duro dell’elettorato della sinistra radicale è profondamente diverso da quello della destra tradizionale.

Poco avvezzo a dinamiche clientelari, molto più ideologizzato, è finito, in assenza di un partito forte e dogmatico come lo era il Pci per divenire volatile e poco fedele alle scelte della sua classe dirigente.

Se è palese che di errori né siano stati fatti tanti, è pur vero che anche il P.D. e il P.D.L. ne hanno commessi di ben più gravi, non pagando dazio però nelle stesse proporzioni.

L’assenza di voto di scambio, la mancanza di capitali e finanziamenti che inevitabilmente influenzano le campagne elettorali e l’organizzazione di un partito, l’assenza nei tv e nei giornali, la scollatura con la gente maturata anche con il venir meno dei rapporti con i grandi sindacati e con i caf e i patronati hanno amplificato la crisi.

L’ideologizzazione a tratti eccessiva, che fa dibattere e spesso litigare su tutto come un comunicato su una questione internazionale ( solo per fare un esempio), le frammentazioni e le scissioni a dispetto del motto “Proletari di tutto il mondo unitevi”, hanno condotto a una debolezza strutturale che cozza invece con l’unità che le altre forze politiche “avversarie” riescono a mantenere: un esempio su tutti, la tenuta dell’alleanza della Lega con le fila berlusconiane, nonostante il voltafaccia di quest’ultimo e la formazione di un governo con il M5S.

Se la riunificazione completa di tutte le forze radicali di sinistra è impossibile da raggiungere per motivi atavici, sarebbe opportuno ripartire da un nuovo soggetto, magari da condivise basi marxiste-leniniste accantonando le sterili dispute dottrinali che non producono un avanzamento di un millimetro nel campo delle conquiste popolari.

L’unione dunque come centro di partenza e la capacità di innovare il pensiero marxista calandolo nelle esigenze prospettate dalle nuove dinamiche economiche del mondo globalizzato. Ancora, l’utilizzo di un linguaggio moderno posto che alcune categorie “economiche” ed ideologiche sono mutate.

Occorrerebbe poi puntare su una più incisiva capacità comunicativa, sfruttando le nuove potenzialità di internet e dei social media per riconquistare spazi di visibilità che nelle televisioni e nei giornali saranno preclusi.

Ripartire dalla centralità del lavoro e dell’economia, puntare sui diritti sociali e in seconda battuta su quelli civili, posto che solo in presenza di un avanzamento dei primi la storia ha dimostrato che possono conquistarsi i secondi.

Occorre maggiore pragmatismo che accantoni futili contese ideologiche e permetta di confrontarsi anche su temi sensibili per l’elettorato, posto che per quanto possa essere accusato di essere influenzabile, di ascoltare la pancia anziché la testa, è comunque quello che sfrutta nelle urne l’unica arma finora ancora a sua disposizione: il voto. E’ chi vuole partecipare al confronto politico secondo le regole democratiche non potrà non tenerne conto.

E’ chiaro che bisogna continuare a insistere e incalzare gli avversari politici sui temi da sempre di nostro appannaggio: la critica al sistema capitalistico, la difesa delle pensioni e dei diritti dei lavoratori, la tutela di beni pubblici essenziali a partire dall’istruzione e dalla sanità, ancora il contrasto alla disoccupazione e la tutela dell’ambiente.

Occorre però avere maggiore coraggio anche nell’approccio di argomenti finora trascurati.

Il tema del contrasto ai privilegi della politica, per esempio, che tanto ha fruttato elettoralmente all’antipolitica dei grillini.

A sinistra per troppo tempo ha prevalso la linea di chi ha bollato come “populista” la scelta di ridurre i privilegi di parlamentari e consiglieri regionali. Le vecchie tradizioni di partito sono state abbandonate per mettere di lato “opportunisticamente” un tema comunque caro alla gente e tacere su sprechi e prerogative che separano sempre più i politici di professione dal popolo.

Con che coerenza un politico di sinistra potrà biasimare un capitalista che non rinuncia ai privilegi della propria condizione sociale ed economica, quando egli appena entrato in Parlamento non rinuncia ai propri.

Il tema che poteva essere un volano elettorale è stato messo in sordina e regalato alle truppe di Grillo. Mujica ha tracciato la strada in Sudamerica venendo elogiato per il suo comportamento moralmente inattaccabile e portato ad esempio in tutto il mondo, finanche dai suoi avversari politici. Occorrerebbe magari ripartire ispirandosi a figure come la sua.

Un altro tema scottante, che da mesi domina il dibattito politico è quello delle migrazioni. Un argomento cavalcato strumentalmente dalla Lega ma di certo molto sentito tra le classi popolari. Tutti abbiamo assistito in tv alle centinaia di sbarchi a Lampedusa e nelle coste siciliane e calabresi e lentamente abbiamo visto mutare la composizione sociale ed etnica delle periferie nelle nostre città.

Le migrazioni sono un fenomeno antico, primordiale. Da milioni di anni l’uomo si sposta per stabilizzarsi in luoghi più prosperi. Il fenomeno è sempre esistito e sempre esisterà e anzi con l’attuale sistema economico è destinato ad accentuarsi. Un mondo in cui i tre quarti dell’umanità vivono in condizioni di stenti e otto uomini tra i più ricchi guadagnano quanto metà della popolazione globale, è prima o poi destinato a implodere.

Le cause delle migrazioni sono molteplici: guerre, conflitti etnici e religiosi hanno un ruolo determinante, ma i migranti che arrivano in Italia sono per la maggior parte “economici”: gente che scappa da fame e miseria, da paesi sempre più aridi e desertici o più semplicemente da disoccupazione o in cerca di migliori condizioni di vita.

E’ chiaro che lo sbarco è solo l’effetto finale di un processo ben complesso. In un mondo orfano dell’Urss e col tramonto dell’ideologia comunista sono falliti anche i tentavi embrionali di sperimentare il socialismo in Africa e Medio Oriente. Ha prevalso la globalizzazione che lentamente preso il soppravvento su economie già provate da decenni di colonizzazione, imperialismo e depredamento delle risorse. Lo sporco gioco delle multinazionali, le dittature, la corruzione dilagante e le deleterie politiche monetarie imposte dall’Fmi hanno completato l’opera.

Tuttavia se la propaganda leghista non si pone il problema di fare analisi di questo genere limitandosi a criminalizzare e respingere il migrante, sarebbe intellettualmente scorretto negare che attorno al sistema dell’accoglienza finora attuato si sia generato un preoccupante fenomeno di speculazione economica, così come bisogna avere il coraggio di dire che non è plausibile una politica dell’ ”accoglienza senza sé e senza ma”.

In primo luogo perche la categoria del migrante non è omogenea, ma ha mille sfumature. Nella diatriba sfruttato-sfruttatore, nel gioco ideologico in cui si vuole racchiudere il migrante nella figura proletario da unire alle lotte, spesso si dimentica che manca un soggetto politico di spessore che li educhi a quel ruolo e ancor più spesso ci si scorda che il modello da cui molti migranti sono attratti è proprio l’opposto: ossia lo stile di vita occidentale e il modello capitalista che nell’immediato è più competitivo di qualunque altro modello economico.

Occorre aggiungere che le migrazioni di massa inevitabilmente comportano effetti distorsivi nei paesi di accoglienza. Nel caso italiano i migranti si inseriscono spesso in contesti con un’economia poco salubre, in particolare quella meridionale, già caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione, dal fenomeno opposto dell’emigrazione giovanile e da altissime percentuali di neet.

I risultati sono anche la degenerazione nel lavoro nero e iper sfruttato nei campi da parte degli africani che scalzano dal lavoro i già sfruttati e irregolari braccianti autoctoni; lo sfruttamento e le condizioni di semischiavitù delle donne rumene nelle serre del ragusano o ancora le baraccopoli in Calabria, solo per fare alcuni esempi.

I flussi migratori finiscono poi anche per accentuare i tassi di microcriminalità: accadeva anche negli Usa con i migranti italiani che affollavano le carceri delle città della East Coast. Molta gente che vive nei quartieri periferici delle città del nord si è ritrovata minoranza in casa propria ed è innegabile che in mezzo a tanta gente onesta che arriva, vi sia una minoranza rumorosa che finisce per spacciare droga, compiere furti in casa o scippi per strada, sia per le condizioni di povertà, sia perché tra i migranti vi è pure chi sfugge alle condanne delle autorità giudiziarie dei rispettivi paesi d’origine.

Motivi per cui l’ipotesi dell’accoglienza a 360 gradi e le frontiere aperte, soprattutto da parte di un solo stato e in questo stadio della nostra civiltà sono quantomeno utopistiche. Occorrerebbe invece puntare ai controlli dei flussi migratori coinvolgendo l’Europa e organismi sovranazionali come l’Onu, rilanciare programmi cooperativi di aiuto per le economie di quei paesi in via di sviluppo, contrastare i programmi governativi di intervento militare, rafforzare la prevenzione e il contrasto al lavoro nero e al contempo puntare all’integrazione degli stranieri che già risiedono in Italia, assumendo come pilastri la laicità dello Stato e il rispetto delle leggi , alla base di un sistema che alla lunga dovrà cimentarsi anche con confronti religiosi difficili come quelli con l’Islam più radicale.

La sicurezza, argomento di contorno, che spesso si intreccia col capitolo “immigrazione”, seppur molto sentita dalla gente è stata alla lunga lasciata ad esclusivo appannaggio della destra. Ora, se da un lato occorre ribadire la centralità della lotta alle mafie, occorrerebbe non mettere in secondo piano il contrasto della microcriminalità e riproporla nei programmi elettorali: la gente purtroppo, nelle stazioni, nelle piazze, sui bus si scontra spesso con borseggiatori, spacciatori e gentaglia di ogni tipo, il cui numero per via della crisi economica e delle migrazioni irregolari inevitabilmente tende ad accrescersi.

Un altro tema da cui ripartire sarebbe poi quello del contrasto agli effetti negativi della globalizzazione.

Su questo punto la sinistra era stata profetica: nel 2001 a Genova in occasione del G8 per ribadire la propria contrarietà alle devastanti politiche globali, migliaia di giovani finirono nella morsa della repressione poliziesca. Da quel momento Rifondazione perse le redini di un movimento enormemente partecipato e multiforme (il Movimento No Global) che aveva cercato di inglobare, ma destinato a evaporare lentamente negli anni successivi.

Eppure il crollo dell’artigianato, la crisi dell’agricoltura sono stati solo alcuni degli effetti collaterali di un fenomeno che la sinistra aveva saputo con largo anticipo prevedere.

Il progressivo abbattimento dei dazi doganali, l’intensificarsi del liberismo economico sono state le cause del tracollo di tanti produttori agricoli italiani: pensiamo al crollo dei prezzi del limone in Sicilia prima e delle arance dopo, solo per fare un esempio.

Eppure non si è più stati in grado di raccogliere quanto seminato, di prendersi i meriti di quelle battaglie lasciando ad altri il testimone: come il M5S, bravo con la sua campagna mediatica a farsi testimonial contro l’aumento delle quote di importazione dell’ olio tunisino. A sinistra a parte il voto contrario della Forenza in Commissione commercio internazionale al Parlamento Europeo e qualche passaggio televisivo di Marco Rizzo sul tema, il buio assoluto. Allo stesso modo ci è toccato sorbirci Salvini ertosi in Sicilia a difensore del comparto agrumicolo e dei piccoli pescatori. Il tutto, appunto, mentre la sinistra sembra aver dimenticarsi e accantonato quei temi per cui tanto si era battuta in passato.

Quelli appena elencati sono piccoli spunti di un’analisi che avrebbe bisogno di settimane intere e di molte più righe a disposizione. Ma il tempo stringe e a fronte di politiche di austerità sempre più oppressive, di un liberismo sempre più sfrenato, di un’xenofobia cavalcante e dei rigurgiti dell’estrema destra spesso celati dietro una finta “antipolitica”, quelli citati potrebbero essere dei piccoli semi da piantare per ritagliarsi nuovi spazi sociali e rinsaldare il legame con quelle classi che un tempo la sinistra rappresentava; rispolverando perché no anche la parola “populismo”, intesa nella migliore delle sue accezioni, ossia quella del rapporto diretto e dell’intesa col popolo, rifuggendo il mero intellettualismo spesso solo fine a se stesso.

Francesco Fustaneo