Documento della Segreteria Nazionale del Pci RECOVERY FUND: UNA PROVVIDENZA INADEGUATA E SOCIALMENTE PERICOLOSA

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Banca Centrale Europea.jpg.pagespeed.ic.5 WOrwp1GOriceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

I principali organi di stampa hanno salutato con enfasi, a nostro parere eccessiva, la proposta franco-tedesca del cosiddetto Recovery Fund (Fondo per la Ripresa), concepito per far fronte a una crisi economica e sociale ulteriormente drammatizzata dalla planetaria emergenza sanitaria. Si è sottolineato che, dei complessivi 750 miliardi di euro resi disponibili, 500 affluiranno a Stati e settori in difficoltà non come prestiti ma come trasferimenti a fondo perduto; e che per la prima volta, a copertura della suddetta somma, la Commissione Ue emetterà dei “recovery bond”, titoli di debito europei, configurando una parziale mutualizzazione del debito stesso: dunque un debito non iscritto a bilancio del singolo Stato. Nel merito, si è dato poi rilievo al fatto che “ben 173 miliardi” sarebbero destinati al nostro Paese, 82 miliardi come trasferimenti e 91 sotto forma di prestiti a tassi agevolati.


Non sorprende che tale sortita sia stata ascritta a tutto merito del Presidente del Consiglio Conte e del commissario Gentiloni, autori di un pressing “vincente” in sede europea. Ma è bene specificare che la signora Ursula von der Leyen non è stata colta da un improvviso sussulto di generosità o di simpatia mediterranea, quanto piuttosto, sulla scia del patto franco/tedesco e con i buoni auspici della signora Merkel, ha dovuto assumere un atteggiamento di cauta mediazione tra l’oltranzismo dei Paesi nordici (segnatamente di Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) e le richieste dei Paesi in maggiore difficoltà, a cominciare da Italia e Spagna. Mediazione decisa, tra l’altro, alla luce della forza contrattuale di questi ultimi: senza Italia o Spagna, non esisterebbe più il mercato unico europeo; e tanto meno l’euro, così come è oggi.

Tutto bene quindi? Purtroppo no. Lo scomposto entusiasmo per l’entrata in scena degli eurobond – o recoverybond che dir si voglia – non può far scomparire i limiti della suddetta operazione: limiti che confermano la strutturale inadeguatezza dell’approccio Ue alla crisi. Innanzitutto, va ribadito che si sta parlando di una proposta, non di un risultato acquisito: una proposta che sarà portata al Consiglio europeo del prossimo 19 giugno, dove ad attenderla ci saranno anche i suoi oppositori. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha fatto sapere che tale proposta costituisce solo un “punto di partenza”. Quale possa essere il punto d’arrivo lo ha fatto capire il governo svedese, secondo cui la proposta della Commissione non è accettabile, in quanto l’intervento della Ue deve basarsi su prestiti e non su trasferimenti. Del tutto sensato quindi prevedere un’ulteriore mediazione al ribasso. 

Ma anche restando al merito del suddetto disegno, non è tutto oro quel che riluce. In primo luogo, va evidenziata l’inadeguatezza delle risorse da mettere a disposizione, precipitate in pochi giorni da 1500/2000 miliardi a meno della metà: 750 miliardi che rappresentano un irrisoria percentuale del bilancio Ue, un aiuto del tutto insufficiente rispetto al disastro economico e sociale che va profilandosi. Aiuto che oltre a tutto è destinato ad arrivare tardi, a disastro conclamato: il Recovery Fund è infatti un piano agganciato al bilancio Ue 2021/2027 e il flusso di risorse non comincerà a rifluire prima del gennaio del prossimo anno. Nel frattempo, da qui ad allora, si esauriranno i fondi delle misure straordinarie di sostegno al reddito e le risorse a supporto del pagamento degli affitti. E scadrà il blocco dei licenziamenti. Una situazione che sembra stia facendo pensare a qualcuno, all’interno del Pd, di fare comunque ricorso al Meccanismo europeo di stabilità, il famigerato Mes, per far fronte alle emergenze di questo intermezzo temporale. Inoltre, la corresponsione degli aiuti potrebbe avvenire sulla base della presentazione di progetti, che quindi entrerebbero in concorrenza tra loro: selezione drammatica sul terreno economico-sociale, come drammatica è stata in carenza di strutture sanitarie la selezione tra chi far vivere e chi lasciar morire di coronavirus.

Come detto, il Recovery Fund dovrebbe essere finanziato tramite emissione di titoli sul mercato - appunto i recoverybond – da parte della Commissione europea. Ciò significa che l’Ue si indebita sul mercato, con i grandi speculatori privati: non è quindi previsto alcun intervento da parte di una Bce restituita al ruolo di prestatrice in ultima istanza, nessuna monetizzazione del debito come accaduto nel resto del mondo occidentale, in Gran Bretagna e Giappone, le cui banche centrali hanno potuto stampare moneta a profusione per coprire le falle aperte dall’emergenza pandemica. E, a quanto pare, non è da escludere che vi possa essere una partecipazione alle spese di finanziamento del fondo, da parte degli stessi Stati beneficiari degli aiuti (per l’Italia si tratterebbe di contribuire per circa 64 miliardi). Un vero paradosso: per accedere al fondo a seguito di una condizione di difficoltà economica, si dovrebbe co-finanziare il fondo stesso. In alternativa ad un tale contributo dei singoli Stati, si ipotizza (ma è assai difficile che passi) una tassazione europea: plastic, carbon e digital tax, tassa sulle grandi imprese. E’ tutto da discutere il prossimo 19 giugno. Unica certezza: nuovo debito pubblico, più tasse per le classi popolari. 

Infine non va dimenticato, per quel che concerne i tanto encomiati trasferimenti a fondo perduto, che essi fanno rientrare dalla finestra il ricatto delle controriforme strutturali e dei diktat di Bruxelles. Come ha dichiarato la signora von der Leyen “le sovvenzioni devono essere legate al semestre Ue”, cioè sottoposte al controllo stretto della Commissione, che co-decide circa il loro impiego. Con ciò si avrebbe un’ulteriore spinta al commissariamento del Paese e all’esautorazione dell’autorità nazionale. In definitiva, c’è un problema che è di fondo: una volta che si giudichi superata l’emergenza sanitaria, il Patto di stabilità e crescita e i parametri di Maastricht (attualmente sospesi, ma giuridicamente comunque in vigore) torneranno ad essere efficaci. A quel punto, in presenza di un Pil che le previsioni danno in caduta libera del 10/15 %, si faranno stringenti le pressioni per “rientrare dal debito” da parte dei “rigoristi”. La domanda è sempre la stessa: chi paga? 

In estrema sintesi, il Pci non ritiene che si debba proseguire sulla strada di interventi a debito. Non rinunciamo a seguire con attenzione le proposte che puntano a cambiare strutturalmente il ruolo della Bce, a sterilizzare lo stock di debito pubblico acquistato dalle banche centrali nazionali, sapendo tuttavia che ciò coinciderebbe con un cambiamento profondo (e assai improbabile) della natura, del carattere dell’Unione, con la sostanziale evaporazione degli interessi contrapposti che l’hanno sin qui contraddistinta. Non rinunciamo quindi a tenere ben presente un Piano B di uscita dall’Ue, con l’intento generale di operare per la costituzione di una Confederazione europea di sovranità nazionali indipendenti e solidali. Nell’immediato, non perderemo mai di vista gli interessi delle classi popolari, operando perché queste ultime abbiano una decisiva voce in capitolo, quando si dovrà decidere sull’uso delle risorse, quali che siano e da qualunque fonte promanino.