Preoccuparsi dell'inflazione

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crisi economica suicidio 300Pubblichiamo l'ultimo editoriale di Guido Salerno Aletta

Preoccuparsi già oggi dell’inflazione che verrà, di qui a qualche mese o nei prossimi anni, potrebbe apparire davvero prematuro: un vezzo intellettuale, un dibattito bizantino sul sesso degli angeli. Basta invece pensare ai mille dubbi che assalirebbero, per il timore di un contagio, chi tra qualche settimana entrasse in una camera di albergo, oppure nella cabina di una nave da crociera. Vorrebbe essere sicuro che sia stata adeguatamente disinfestata: se l’epidemia o il suo rischio dovesse permanere, si tratterebbe di un costo addizionale, sistemico, che farebbe sballare i conti di chissà quante offerte di servizi simili, dove il rispetto della distanza interpersonale non basta. Ci sarebbe una inflazione da costi spaventosa se si dovesse procedere sulla via della stabilizzazione di alcune regole di comportamento individuale e collettivo. 


Viene da pensare agli effetti dello shock petrolifero del ’73: tutto cominciò a costare improvvisamente di più, produrre, spostarsi, riscaldarsi. Mentre allora l’aumento dei prezzi era destinato ai Paesi produttori e venne soprannominato la “tassa dello sceicco”, stavolta lo shock sanitario comporterebbe una sorta di “virus surcharge” che colpirebbe pressochè tutte le attività umane. E’ presto però per fare previsioni: di questa epidemia e dei suoi sviluppi sappiamo ancora troppo poco.

Ci troviamo in un momento di confusione, senza riflettere a fondo sul fatto che anche e forse soprattutto le decisioni di emergenza che vengono prese oggi, un po’ alla rinfusa, dai governi, dalle banche centrali e dai grandi operatori economici e finanziari per affrontare la crisi determinata dall’epidemia di coronavirus influiranno fortemente su un elemento fondamentale: la prosecuzione o meno della tendenza pluridecennale alla finanziarizzazione delle economie, ovvero alla preferenza per la accumulazione e alla negoziazione di strumenti solo latamente rappresentativi della economia reale. 

Si registra da tempo una distanza crescente tra l’andamento dei valori monetari degli asset, che crea un euforizzante effetto ricchezza negli investitori, e quello dei prezzi che determina invece frustrazione e preoccupazione nei consumatori: di fatto, alla crescente inflazione dei primi si è accompagnata la stagnazione dei secondi. I bassi prezzi delle merci e dei servizi, in particolare, hanno rappresentato il motore della globalizzazione ed il fondamento del mercatismo. 

Dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008-2010, l’attenzione principale è stata dedicata alla tenuta dei sistemi bancari, alla sostenibilità dei debiti privati e pubblici, alla eliminazione di squilibri strutturali nelle relazioni internazionali. Le economie reali dovevano assumere, attraverso le riforme, configurazioni idonee ad evitare il ripetersi di quegli squilibri: maggiore competitività, minori costi per la produzione, flessibilità del lavoro. Il tema dell’inflazione, soprattutto in Europa, è stato correlato collegato al livello di disoccupazione indispensabile per non superare il pil potenziale. I salari monetari dovevano crescere ad un ritmo contenutissimo, e quelli reali non dovevano superare l’andamento della produttività. Laddove questa era più bassa rispetto ai concorrenti, i salari reali dovevano essere ridotti a favore del margine lordo di impresa. 

Le politiche monetarie accomodanti sono servite a moderare il costo del denaro per i prenditori di capitali: non solo la funzione del credito bancario è stata ritenuta recessiva rispetto alla acquisizione di capitali direttamente sul mercato, ma anche i margini sugli interessi si sono azzerati. I dividendi bancari sono dipesi più dalla capacità di imporre costi ai depositanti sulle loro operazioni piuttosto che dai proventi sugli attivi impiegati nel credito. 

Vero è che un’occasione così neutrale, perché globale e non ascrivibile per colpa a nessuno, non poteva che riuscire gradita a tutti coloro che cercavano da tempo una scusa per mettere freno alla crescita continua dei valori finanziari: una sgonfiata serviva. Si abbatte però anche l’economia reale, innescando un incessante moto pendolare. 

Per quanto la caduta degli indici di Borsa sia già stata particolarmente violenta a partire dall’inizio dell’anno, paragonabile per velocità e profondità solo a quella della crisi del ’29, i guai cominciano ora. I valori azionari delle imprese automobilistiche, dei grandi vettori aerei, delle stesse banche sono basate sulla speranza di una ripresa più o meno veloce. Solo speranze, a dire il vero, perché nessuno offre garanzie sulle prospettive, soprattutto dal punto di vista sanitario: gli stessi scienziati che oggi dettano ai governi le strategie di contenimento e di mitigazione della epidemia, non si pronunciano affatto sulle prospettive a breve e medio termine: mentre prima parlavano della necessità di ridurre il rapporto tra vecchi e nuovi contagiati al di sotto dell’unità, ora ipotizzano la necessità di convivere con il virus. La fantomatica, ma sempre negata immunità di gregge pur in assenza di vaccinazioni di massa, riemerge come un fantasma. 

Si è invertito, in poche settimane, il baricentro della dominanza: dal Mercato verso lo Stato. Parimenti, nel trilemma sulla incompatibilità tra Stati, Democrazia e Globalizzazione, la crisi ha già spostato decisamente l’asse verso gli Stati: a danno non solo della Globalizzazione ma soprattutto della Democrazia. Ad Oriente come ad Occidente, sono i Governi ed i loro vertici ad aver assunto il controllo delle operazioni. E’ un paradigma assai noto, quello del Sovrano che decide sullo e nello stato di eccezione: l’inaccettabile diviene inevitabile. L’unità di comando, nei momenti di emergenza, non comporterebbe spazi per il dibattito: è una bugia colossale, perché si dovrebbe almeno aggiungere l’aggettivo “pubblico” al termine dibattito. Dietro le quinte, in ogni governo, ci sono violenti scontri sul da farsi, che si celano però alla collettività. E’ un dibattito tra pochi: vale il principio per cui in guerra non sono ammesse defezioni. Il ricorso al termine guerra, ancorché sanitaria, ricorre ormai spesso e giustifica tutto: sono gli esperti, i virologi, gli epidemiologi, gli infettivologi, a cercare di convincere i vertici politici sul da farsi. Accade esattamente come nelle guerre armate, quando il rapporto tra militari e politici si fa cruciale, parimenti celato alla collettività: si discutono le opzioni delle strategie, calcolando le perdite attese, quelle subite ed inflitte per ogni battaglia. Per ora, nel bilanciamento tra la tutela della salute e gli interessi della produzione, sta prevalendo la prima. 

Solo in Italia, però, si è deciso per la sospensione generalizzata delle attività economiche, fatta eccezione per quelle indispensabili: una scelta assai discutibile, che ci penalizzerà assai. Per molte imprese, il danno sarà irrecuperabile. Ci sono interi settori che rimarranno inevitabilmente fermi per chissà quanto tempo, come quello turistico. Ma, ferme le precauzioni di distanziamento personale e l’uso dei dispositivi di protezione individuale, questa scelta solo italiana di sospendere la quasi totalità delle attività produttive appare davvero suicida. E’ un nuovo 8 settembre. 

La questione dell’inflazione, nei prossimi anni, dipenderà innanzitutto da una scelta eminentemente politica, ideologica: continuare ad indirizzare e confinare il risparmio e gli investimenti in asset finanziari significa rafforzare questa l’industria rispetto all’economia reale.

C’è un altro punto, nodale e simmetrico, che riguarda la sostenibilità ambientale della crescita dell’economia reale. Mentre le risorse naturali sono determinate, al più riproducibili, il loro consumo tende ad assumere una traiettoria che ne supera la disponibilità. Questa divaricazione tra offerta rigida e domanda crescente non ha un impatto lineare sui prezzi delle materie prime: lo dimostra l’andamento del petrolio, che risponde soprattutto a logiche geopolitiche e finanziarie. Oggi, per via del prevalere dell’offerta sulla domanda, il prezzo di un barile di petrolio oscilla intorno ai 20 $ per barile: in termini reali, è assai più economico di quanto non lo fosse nel 1973, alla vigilia della Prima crisi petrolifera. 

La crisi sanitaria del coronavirus si colloca quindi nel corso della transizione industriale verso la Green Economy. Con l’Accordo di Parigi sul clima era stato assunto un impegno globale per ridurre i combustibili fossili e le immissioni di CO2 al fine di contenere il rialzo della temperatura atmosferica. Gli Usa, per volontà del Presidente Donald Trump, hanno ritirato l’adesione all’Accordo per via dei maggiori costi che sarebbero ricaduti sulle industrie statunitensi. Di recente, Trump ha anche rimosso i limiti alle emissioni inquinanti delle automobili che erano stati imposti dal suo predecessore, Barak Obama. La transizione verso l’auto elettrica, che comporta un immenso sforzo finanziario, risentirà pesantemente di questa crisi. D’altra parte, il crollo delle vendite di auto registrato in questo ultimo mese, non ha precedenti storici: siamo al blocco totale.

L’andamento dell’economia in generale, e soprattutto quello della inflazione, dipenderanno in primo luogo dalla capacità degli Stati e delle banche di offrire sostegni contingenti alle imprese, in termini di liquidità aggiuntiva per fare fronte agli impegni assunti. Gli Stati e le banche, i reprobi del dopo 2008, diventano ora salvifici protagonisti. A loro spetta agire, perché ogni disoccupato in più ed ogni azienda fallita comporta un peso negativo in termini di domanda e di offerta, con una ricaduta ulteriore sul livello generale dei prezzi. Questi ultimi potrebbero salire solo nel caso in cui, per una falcidie generalizzata delle imprese, l’offerta dovesse essere insufficiente rispetto alla futura domanda ancorché ridotta. Il settore agricolo, che utilizza spesso manodopera straniera, potrebbe dar vita ad una serie di aumenti dei prezzi, considerando anche il rallentamento degli scambi internazionali, deciso in via prudenziale dai governi. In Cina, per la carne di maiale e per il pollame, a causa delle contemporanee epidemie che hanno colpito gli allevamenti, si registrano già da tempo carenze negli approvvigionamenti e vistosi rincari. 

L’aumento generalizzato dei prezzi al consumo dipenderà poi dalla permanenza e dalla incisività delle normative poste a tutela della salute: i costi dei servizi sanitari e turistici, per i trasporti delle persone e nel commercio al dettaglio, anche per via dei tempi di attesa derivanti dal distanziamento nelle file imposte ai clienti, saranno tutti fattori che li aumenteranno. Molto incideranno gli sgravi fiscali, che potrebbero in parte sterilizzarli. 

Tutto comunque dipenderà dai nuovi e maggiori vincoli che saranno posti all’economia reale: puntando non solo sulla green economy, quanto sulla safe life. Ai consueti problemi posti dalla sostenibilità ambientale di uno sviluppo economico “energy intensive” aggiungeremmo quelli della sostenibilità sociale di un paradigma normativo che sanitarizza l’intera esistenza umana: anche se il virus non c’è oggi, potrebbe sempre tornare. 

L’ossessione della fine del mondo e della morte, eclissate da secoli, tornerebbero ad essere strumento di dominio per gli Stati e di arricchimento per i Mercati. Una morsa in cui la libertà dell’uomo e la democrazia verrebbero definitivamente schiacciati.