L'andamento della disoccupazione in Italia

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operaio fabbrica05di Francesco Fustaneo

Il 31 ottobre l’Istat ha pubblicato i dati provvisori relativi al mercato del lavoro e da una loro lettura, la situazione purtroppo non appare rosea per il nostro paese.

Da quanto diffuso dall’Istituto di Statistica, il tasso di disoccupazione torna a crescere attestandosi al 10,1%. (+ 0,3 punti percentuali su base mensile). Si accresce dunque il divario con il tasso medio dei paesi dell’eurozona, secondo l’Eurostat stabile all’8,1%. L’aumento della disoccupazione investe sia gli uomini che le donne e riguarda tutte le classi di età. Le persone in cerca di lavoro ammonterebbero a 2.613.000, in aumento di 81 mila unità (+3,2%) rispetto ad agosto e in calo di 288 mila unità rispetto al mese di settembre dello scorso anno.

Un dato su cui influisce anche il calo degli inattivi, ossia coloro che non hanno un impiego né lo cercano, diminuiti di 41 mila unità. Si riducono gli occupati, meno 34 mila unità su agosto (-0,1%). Un calo concentrato soprattutto sui dipendenti con contratto a tempo indeterminato (-77 mila) mentre aumentano gli occupati a termine (+27 mila) e i cosiddetti indipendenti, cioè imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi (+16 mila). Sull'anno i contratti stabili diminuiscono di ben 184 mila unità: un dato quest’ultimo ineluttabile e in perfetta sintonia con le politiche legislative protrattesi negli anni recenti all’insegna della flessibilità sul mercato del lavoro, che inevitabilmente si sono tradotte in un aumento dei lavoratori precari e di lavoratori autonomi “fittizi”, partite iva dietro cui si spesso si celano veri e propri rapporti di lavoro dipendente.

In attesa che l’ormai prossimo reddito di cittadinanza sconfigga la povertà, come affermato da Di Maio, nel frattempo sono i giovani italiani ad essere i più colpiti da anni di sterili politiche occupazionali. Il tasso di disoccupazione giovanile infatti si attesta al 31,6% (+ di 0,2 punti). Peggio di noi, tra gli under 25, si collocano solo la Grecia e la Spagna. Enorme il divario con la Germania, che si attesta al 6 per cento.         Risale invece al giugno scorso la pubblicazione dei dati relativi ai neet in Italia da parte dell’Eurostat: ossia quei giovani  fra 18 e 24 anni che non studiano e non lavorano, acronimo dell'inglese "not (engaged) in education, employment or training", cioè "non (impegnati) in studio, lavoro o ricerca di impiego. L’Istituto Europeo fornendo i dati relativi al 2017 evidenziava come un italiano su quattro, di età compresa tra i 18 e i 24 anni, non studiasse ne cercasse lavoro. Sotto questo profilo la nostra nazione segna il dato peggiore all’interno dell’Ue. I neet italiani nel 2017 erano il 25,7%, contro una media europea pari al 14,3%. La percentuale più bassa è stata invece registrata nei Paesi Bassi , pari al 5,3% . Entrando poi nel dettaglio, secondo il “Regional Year book 2018” pubblicato sempre dall’Eurostat a metà settembre, addirittura ad una nostra regione, la Sicilia, andrebbe il record negativo: con il dato del 39,6%, è la peggiore dell'Europa continentale. Batte in negativo l’isola, solo la Guyana francese con il 45,4%. A peggiorare il quadro, la constatazione che fra le undici regioni con il più alto tasso dei neet in Europa, quattro sono italiane: la Sicilia, come dicevamo e a seguire Campania, Puglia e Calabria.

Insomma i dati sono impietosi e in prospettiva, il rallentamento della crescita economica non aiuta: nel terzo trimestre del 2018, l'Istat calcola che il Prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso di crescita sullo stesso periodo del 2017 è in rallentamento allo 0,8%.

Nella nota mensile recentemente pubblicata dallo stesso Istituto ( il 07-11-2018 n.d.a), relativa al mese di ottobre, il trend negativo viene confermato: “In Italia, il Pil nel terzo trimestre ha segnato una variazione congiunturale nulla interrompendo la fase costantemente espansiva iniziata nei primi tre mesi del 2015” scrive l’Istituto. “Sia le componenti interne della domanda (al lordo delle scorte) sia le esportazioni nette hanno fornito un contributo pari a zero .…….ad ottobre l’indicatore anticipatore ha evidenziato un’ulteriore flessione, segnalando la persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico”.

Dal canto loro le politiche economiche in fase di attuazione non sembrano purtroppo indirizzarsi verso un marcato rilancio dell’occupazione: complice anche l’assenza di un piano nazionale di sviluppo infrastrutturale, anche le più clamorose riforme annunciate, quali il reddito di cittadinanza e la riforma dei centri per l’impiego, non produrranno almeno nell’immediato, effetti di sorta e di sicuro non indirizzeranno i giovani verso lavori stabili ma al più in altri gironi infernali di precarietà, quando non si tradurranno in meri interventi assistenziali.

Francesco Fustaneo