I ‘postumi’ del Sì. Intervista al professor Paolo Maddalena

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costituzione 460x250un'interessante intervista di Alba Vastano  al al professor Paolo Maddalena

di Alba Vastano

da http://www.blog-lavoroesalute.org

Siamo ormai ad un mese dal referendum confermativo che ha chiamato gli elettori ad esprimersi, votando Sì o No, sulla legge costituzionale al taglio dei parlamentari “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 240 del 12 ottobre 2019 . L’art. 138 della Costituzione prevede che una legge può essere sottoposta a referendum se ne facciano domanda, entro 3 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta, un quinto dei membri di una camera o 500mila elettori o 5 consigli regionali. La richiesta di referendum è stata firmata da 71 senatori e approvata dall’ufficio centrale per il referendum dalla Corte di Cassazione. 


Una forte e partecipata campagna per il No, forse inaspettata, ha visto coinvolti molti Costituzionalisti e tanti personaggi della cultura italiana. Tanto da far sperare in una svolta rispetto ai fautori per il Sì. Non è andata, ma era anche prevedibile, vista la forte adesione dei partiti parlamentari e dei loro fidelizzati fra gli elettori. Nonostante la sconfitta del No, quel 30 per cento e oltre avrà un peso sulle scelte future del Parlamento nella nuova legislatura post elezioni politiche del 2023? 

Delle ragioni del No e delle conseguenze della vittoria del Sì risponde nell’intervista che segue, Paolo Maddalena, costituzionalista, vice presidente emerito della Corte costituzionale. Il professor Maddalena, proprio in questi giorni, ha subito un’esposizione mediatica impropria, in particolare sui social, per aver disdetto la sua partecipazione ad una manifestazione di stampo sovranista e negazionista. 

L’occasione è preziosa e doverosa per esprimere al professor Maddalena la piena solidarietà, riconoscendogli l’alto impegno permanentemente speso contro le politiche neoliberiste che da molto tempo stanno minando le basi, i principi e i valori della nostra Costituzione. 

D: Professore, nonostante una intensa campagna per il No, è purtroppo passato il Sì al taglio dei parlamentari. Per chi non le ha intese, reputandole avverse o inutili alla causa della difesa della Costituzione, può ribadire le ragioni del No?

R: Il primo argomento da considerare per individuare le ragioni del NO proviene dalla disputa che si svolse in sede costituente proprio sulla questione del numero dei Parlamentari, nella quale i sostenitori della necessità di avere un numero elevato di rappresentanti ponevano in primo piano, Terracini in testa, il valore della maggiore rappresentatività democratica, mentre i sostenitori di un numero più ridotto ponevano in primo piano l’esigenza della maggiore efficienza. Prevalse la tesi della maggiore democraticità e si decise che per la Camera dei Deputati si dovesse prevedere un deputato per ottantamila abitanti, o frazione superiore a quarantamila, e per il Senato, da eleggere su base regionale, si dovesse prevedere un Senatore per duecentomila abitanti o per frazioni superiori a centomila. Nel dibattito referendario queste essenziali considerazioni sono state poste in secondo piano e la maggioranza delle argomentazioni si sono condensate sull’aspetto (ritenuto marginale dai Costituenti) della riduzione dei costi. 

Inoltre, è, a mio avviso, innegabile che ancor oggi, sia pur in una situazione ben diversa, fa ancora scuola il pensiero di Terracini. Voglio dire che il valore della maggiore democraticità è così alto che, non solo non consente di fare una discussione sul “costo” delle leggi, ma rende nello stesso tempo inconsistente l’argomentazione fondata sull’efficienza. Il perseguimento di quest’ultima, infatti, non dipende dal numero dei Parlamentari, ma soltanto dalla “qualità” e dalla “volontà” dei singoli rappresentanti del Popolo. Lo si è visto a proposito della pessima legge di revisione costituzionale che ha introdotto nell’art. 81 della Costituzione l’obbligatorietà del “pareggio di bilancio”, il cui iter legislativo è stato rapidissimo, fino al punto che il Popolo non ne ha avuto nessuna conoscenza e tutto si è svolto dietro le quinte. 

D: Professore, come commenta questa dichiarazione dell’ex ministro Rino Formica “Il Sì al referendum del 20/21 settembre è un voto controrivoluzionario, che vuole cancellare quello del 2 giugno del 1946, ripristinando lo Statuto albertino e instaurando una Monarchia finta, di facciata, travestita da Repubblica”.

R: L’ex ministro Formica ha pienamente ragione. Come ho appena detto, togliere la centralità del Parlamento significa dare potere al Governo, con il fine ultimo, molto evidente, di instaurare una forma di Stato presidenzialista, che vede la soluzione dei problemi mettendo “un uomo solo al comando”. 

D: Quindi con la vittoria del Sì si potrebbe tornare alla Costituzione flessibile dello Statuto Albertino. La fase pre-repubblicana in cui il sovrano era il re e non il popolo?

R: Per l’appunto. La concentrazione dei poteri in un uomo solo al comando e la corrispondente riduzione di poteri del Parlamento muterebbe la gerarchia delle fonti, poiché in pratica sposterebbe il potere sovrano dal Parlamento (e cioè dal Popolo) al Governo, con la inevitabile conseguenza che la legge avrebbe la pari forza delle norme e dei principi costituzionali. In sostanza, sarebbe cancellata la Costituzione. 

D: In riferimento al concetto di Costituzione rigida, così com’è la nostra, sarà necessario spiegare cosa intendessero i Padri costituenti nell’enunciare gli art. 138 e 139. Può commentarli nella loro essenza, nel significato e nella giusta interpretazione?

R: I due articoli sono strettamente legati e hanno la finalità di impedire che con leggi di revisione costituzionale (come stava avvenendo, ad opera del Governo Renzi nel 2016), venga stravolta la Costituzione. L’articolo 138 prevede un procedimento legislativo complesso che richiede l’approvazione “meditata” di due terzi dell’Assemblea, ovvero, qualora la legge sia approvata soltanto a maggioranza assoluta, la possibilità di chiedere la sottoposizione a referendum della legge stessa da parte di un quinto dei componenti di una Camera, o di cinquecentomila elettori, o di cinque Consigli regionali, in modo da far intervenire lo stesso Popolo sovrano su un avvenimento di così alto rilievo. L’articolo 139 pone poi un altro limite assolutamente invalicabile: quello dell’impossibilità di mutare la forma repubblicana con una legge di revisione costituzionale. Dal che discende la chiara conseguenza che la legge di revisione non potrà mai cambiare i principi fondamentali della Costituzione, costituendo, questi, l’essenza della forma repubblicana.

D:  Perché, secondo lei, altri Costituzionalisti illustri come Onida e Carlassare hanno sostenuto il Sì. Non le è sembrato un ossimoro costituzionale questo endorsement da parte di chi dovrebbe, in ogni caso essere garante e tutelare le leggi costituzionali?

R: Non conosco le argomentazioni addotte dai summenzionati costituzionalisti. Ribadisco soltanto che, a mio avviso, le ragioni del NO non possono essere smentite da una lettura non preconcetta delle norme costituzionali. 

D: Il mantra più ricorrente del popolo del Sì, durante la campagna elettorale è stato ‘ L’Italia ha troppi parlamentari. Nessuna Costituzione ne prevede così tanti” indicando Stati federali come Usa e Germania che hanno tutt’altro impianto costituzionale. Una fake che, fra le altre, ha convinto molti elettori. Ѐ tardi per smontarlo, ma è sempre utile rinfrescare la memoria sull’iter dal 1948 al 1963, quando se n’è fissato il numero attuale in proporzione al numero degli abitanti. 

R: Guardare alle Costituzioni degli altri Paesi è un fuor di luogo, poiché tale raffronto prescinde dal valutare il contesto giuridico costituzionale nel quale la decisione del numero dei Parlamentari si è collocata. Ad ogni modo è utile ricordare che la statuizione di un numero fisso di Deputati e Senatori si è reso necessario, poiché con il criterio seguito dai Costituenti, il criterio cioè di rapportare il numero dei Deputati e dei Senatori al numero degli aventi diritto al voto, sancendo (ed è questo il punto più serio) un così alto divario tra il numero dei Deputati e quello dei Senatori, aveva portato, a un certo punto, che, nei casi di “votazione comune” di Camera e Senato,i componenti dell’intero Senato avrebbero avuto una disponibilità di voti inferiori a quella di un solo partito della Camera, con la conseguenza di neutralizzare la volontà di tutta la rappresentanza senatoriale. D’altro canto è da notare che la disciplina costituzionale introdotta nel 1963 manteneva, per quanto riguarda la Camera, un quoziente di rappresentatività non discosto di fatto da quello risultante dall’applicazione della originaria formulazione, mentre, per quanto riguarda il Senato, essa mirava, ovviamente, a una integrazione della sua composizione. 

D: A suo parere professore quali sono i fini politici del taglio dei parlamentari? Non sarebbe stato più vantaggioso e democratico, se si voleva risparmiare sulle spese del Parlamento, il taglio degli stipendi e dei privilegi dei deputati e dei Senatori?

R: Secondo me, la proposta del taglio dei Parlamentari è stato un parlare alla pancia degli elettori, a fini elettorali, e ben altre sono le proposte da fare per risolvere la crisi economica italiana. Quella, ad esempio, di evitare la cessione a stranieri delle fonti di produzione di ricchezza, come di recente è avvenuto per la gestione del porto di Trieste, ceduto ai Tedeschi e per la fibra ottica, regalata a TIM, che è una società praticamente straniera. 

D: La vittoria del No avrebbe compromesso la stabilità dell’attuale governo e si sarebbe aperta una crisi che avrebbe portato alle elezioni anticipate? 

R: Non ritengo che la vittoria del NO avrebbe compromesso la stabilità dell’attuale governo. Ritengo, invece, che proprio la vittoria del SI ha dato più forza a quelle formazioni politiche populiste come la Lega di Salvini.

D: Professore, veniamo ai risvolti post referendari. Con la vittoria del Sì cosa cambierà nell’assetto parlamentare? In fondo non sarà un autogol proprio per i partiti di maggioranza che hanno più seggi in Parlamento e quindi più parlamentari da tagliare? E quel 30 e passa per cento che si è opposto e ha dato il suo No peserà nelle scelte future del Parlamento, considerando che c’è una cospicua parte di popolazione che si è opposta al taglio? 

R: Quanto peserà sulla politica dei singoli partiti questa vittoria del SI è difficile prevederlo. In linea di pura logica si potrebbe dire che il taglio proporzionale dei Parlamentari non dovrebbe portare conseguenze di rilievo per ogni singolo partito. Tuttavia, è da sottolineare che ci troviamo in un periodo di grande confusione, provocata dal pensiero unico dominante del neoliberismo e che gli oppositori a questa illogica ideologia, anziché puntare il dito contro le conseguenze nefaste del capitalismo, dimostrate dalle enormi difficoltà che si sono verificate in campo sanitario a proposito del Covid 19, si sono schierati contro le misure restrittive imposte dal governo, come se i danni all’economia provocati dal coronavirus, fossero stati provocati dalle giuste misure adottate contro questa terribile malattia. I negazionisti hanno a mio avviso una grande responsabilità e, per non offenderli, ho parlato per loro della imbecillitas in senso ciceroniano, cioè della debolezza nei confronti dei disagi da affrontare.

D: Secondo lei il Parlamento riuscirà a mettere mano ad una nuova legge elettorale per un ritorno al proporzionale puro?

R: Questo non lo so. Bisognerebbe chiederlo ai Segretari di partito. Io posso dire che, secondo la Costituzione, il proporzionale puro è il solo criterio sinceramente democratico che si dovrebbe far valere. 

D: Domanda fuori tema. Con la pandemia in atto, è cambiata la visione del mondo e delle collettività ovunque. Ѐ subentrata l’indifferenza verso le lotte comuni per i diritti ed è aumentata la paura. Quale futuro si prospetta per l’umanità così duramente colpita in cui sono saltati tutti parametri sociali, politici ed economici? 

R: Speravo molto che questa pandemia aprisse gli occhi a tutti. Ma purtroppo oltre cinquanta anni di governo neoliberista, sia da parte di destra, sia da parte della cosiddetta sinistra, ha talmente tarpato le ali all’intelligenza collettiva, da farmi propendere verso una risposta di segno negativo. In un Paese nel quale il sottoscritto da sempre “antinegazionista” venga considerato tra i negazionisti è qualcosa che far cadere le braccia. A me non resta che continuare imperterrito la mia lotta contro il neoliberismo, il negazionismo (figlio del neoliberismo), il populismo e il cosiddetto sovranismo, facendo capire a tutti che l’amore di Patria, sancito dall’articolo 52 della Costituzione, “è dovere sacro del cittadino” e non va confuso con il “nazionalismo” di mussoliniana memoria.

D: Secondo lei chi ha il difficile compito di decidere aperture e chiusure degli spazi sociali e impone le norme di sicurezza sta agendo per la tutela della salute pubblica o è condizionato da Confindustria e dai poteri forti europei che ci impongono ulteriori sacrifici, altrimenti i soldi promessi del Recovery Fund non arriveranno?

R: Ritengo che il Governo abbia agito bene nella prima fase della pandemia. Mi sembra peraltro che nella seconda fase il Governo abbia ceduto alle pressioni di Confindustria diminuendo, per tutto il periodo estivo, le restrizioni sanitarie, senza accorgersi che Confindustria mira al perseguimento dei suoi interessi individuali immediati, senza nessuna preoccupazione per il futuro. E ora il governo si trova nella difficilissima situazione di dover fronteggiare una situazione sanitaria sempre più forte e devastante. Tutto questo perché non si è tenuto sufficientemente in conto che la Costituzione, all’articolo 32, ha sancito che il “diritto alla salute” è “diritto fondamentale del cittadino e interesse della Collettività”, per cui esso è presupposto per l’esercizio di tutti gli altri diritti fondamentali.