Ripristinare il proporzionale e la Costituzione nata dalla Resistenza

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parlamento sessionedi Domenico Losurdo, Presidente dell'Associazione politica e culturale Marx XXI

Per completare la disfatta del progetto reazionario

Dopo la memorabile sconfitta subita da Matteo Renzi, si infittiscono le voci che rivendicano il ripristino del sistema proporzionale. In effetti, la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza non può essere considerata completa se non si cancellano gli effetti del sostanziale colpo di Stato che nel 1993 portò alla liquidazione del sistema proporzionale e inflisse un grave colpo alla democrazia. Su questo tema riporto alcuni miei interventi che risalgono all’epoca del colpo di Stato del 1993 (Domenico Losurdo)

La cancellazione del proporzionale e la storia alle sue spalle

Alla vigilia del referendum che ha introdotto il sistema maggioritario, un giornalista ha fatto osservare: «Tutte le revisioni [costituzionali] rispondono a quella specie di legge non scritta che gli esperti chiamano la regola dell'evento esterno. Il principio dice che le Costituzioni moderne vengono modificate o addirittura sostituite totalmente a causa di eventi esterni e traumatici» [1].

Tale osservazione può essere una chiave di lettura per le vicende oscure e inquietanti che hanno caratterizzato la vita politica italiana. L’approvazione da parte della Corte Costituzionale di un referendum che difficilmente può essere catalogato tra quelli abrogativi previsti dalla Costituzione è stata accompagnata e scandita dalle minacce esplicite di vari esponenti leghisti di ricorso al kalashnikov per spazzar via la Prima Repubblica e dal coro unanime della stampa e dei mezzi di informazione che, con minacce larvate, indicava nel caos e nell’anarchia l’unica alternativa al varo del referendum e del sistema uninominale e maggioritario. Anche i radicali mutamenti che si sono verificati e che sembrano doversi ancora verificare in Italia sono il risultato di un lungo processo svoltosi non nelle aule parlamentari e neppure nelle sedi dei partiti e per di più contrassegnato da trame oscure, da minacce nonché dal ricorso alla violenza e al terrore. Già il «Piano di rinascita democratica» a suo tempo approntato da Licio Gelli si esprime sprezzantemente sull’«anarchico disegno originario» della Costituzione, condannata anche come obsoleta rispetto al «contesto interno e internazionale ormai molto diverso da quello del 1946». Il Piano in questione che, fra i suoi «programmi a breve, medio e lungo termine», elenca anche la conquista dei mezzi di informazione (stampa e TV), viene alla luce nel 1981. E’ appena il caso di dire che non si contano gli attentati e le stragi verificatisi in Italia prima e dopo tale data. La storia della Prima Repubblica è la storia dei tentativi eversivi che hanno cercato di affossarla: particolarmente rilevante è quello che, nel 1964, vede come protagonisti il comandante generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e lo stesso presidente della repubblica Antonio Segni e che ha come punto di riferimento il «piano Solo»; questo prevede l’occupazione militare delle prefetture, della RAI-TV, delle centrali telefoniche e delle sedi di «alcuni» partiti, nonché la deportazione in Sardegna di dirigenti ed esponenti politici e sindacali.

(da Domenico Losurdo, La Seconda Repubblica, Liberismo, federalismo, postfascismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, cap. 2, § 3)

Suffragio universale e sistema proporzionale

Il movimento democratico individua con chiarezza il significato politico e sociale del dibattito sui sistemi elettorali che si sviluppa a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Leggiamo un intervento francese di fine secolo: «La rappresentanza proporzionale, affermano i nostri avversari, permetterà la rappresentanza dei partiti anticostituzionali o rivoluzionari», aprirà le porte del parlamento a «commercianti di ombrelli», «straccivendoli» e «ubriachi», «agli elementi e ai partiti "pericolosi"» (Saripolos, 1899, II: 169, 172 e 177). Col collegio uninominale, sono le classi tradizionalmente considerate «pericolose» che si intende tenere a bada e al di fuori degli organismi rappresentativi. Si comprende allora che non solo il movimento democratico, ma anche una più larga opinione pubblica rivendichi in Francia il sistema proporzionale come concreta realizzazione del «suffragio universale e eguale», diversamente condannato «a non esistere che sulla carta» (Saripolos, 1899, II:166). Sì, si tratta non solo di abolire la discriminazione censitaria, ma anche di respingere proposte come quelle del voto plurale, caro a Mill, ma che, in questo momento, trova concreta attuazione anche al di fuori dell'Inghilterra, in un paese come il Belgio. Il voto plurale è l'unico modo di rendere disuguale il suffragio? Vediamo gli effetti prodotti dal collegio uninominale:

«Su 100 elettori sono tutt'al più rappresentati 45: così il Parlamento non rappresenta neppure la metà del paese: di chi è rappresentante allora la maggioranza del parlamento? [...] Oggi su 10 milioni circa di Francesi che hanno diritto di voto, sono rappresentati solo 4 milioni e mezzo: è così che intendete il suffragio universale?».

E, invece, «bisogna che tutti i voti abbiano eguale valore»; e se la democrazia è «il governo di tutti», allora è chiaro che la sua concreta realizzazione, il suo avvenire «è intimamente legato alla questione della rappresentanza proporzionale» (Laffitte, 1910: 254-5; 159 e 263).

Certo, la definizione di democrazia qui presupposta implica «la partecipazione di tutti agli affari pubblici», «la partecipazione effettiva e proporzionale di tutti cittadini alla designazione degli organi dello Stato» (Saripolos, 1899, II: 144). La libertà politica è anche esercizio del potere politico, non semplicemente la sua delega: «Il Suffragio Universale non è stato stabilito per decidere se questo o quel gruppo parlamentare avrà la totalità della rappresentanza in un collegio elettorale: è stato istituito per permettere a tutti i cittadini di esercitare la loro parte di sovranità» (Lachapelle, 1911: 49). E allora, «le minoranze hanno il medesimo diritto delle maggioranze ad essere rappresentate in modo proporzionale alle loro forze elettorali: in un regime di uguaglianza politica, ogni voto deve avere il medesimo valore rappresentativo». Il conseguimento di tale obiettivo è reso impossibile dallo «scrutinio uninominale», i cui sostenitori -si sottolinea polemicamente- non fanno altro che seguire la politica del «regime bonapartista» il quale, in tal modo, riusciva ad «ottenere enormi maggioranze nel corpo legislativo» (Lachapelle, 1911: 35 e 1-2).

A partire dalla fondazione della Terza Repubblica, la «rivoluzione» da portare a compimento mediante l'introduzione della proporzionale viene vista come la realizzazione delle parole d'ordine di libertà e uguaglianza scaturite dall'89 (Saripolos, 1899, II: 470), come lo sviluppo della rivoluzione del '48 che per prima aveva affermato il principio del suffragio universale. Già nel 1864, dall'esilio cui l'aveva costretto Luigi Napoleone, uno dei protagonisti di quella rivoluzione aveva rivendicato la rappresentanza proporzionale in nome dell'«uguaglianza» che costituisce l'«essenza della democrazia», e in polemica contro ogni sistema elettorale che, condannando al silenzio le minoranze e, soprattutto, le classi inferiori, sancisce «il governo del privilegio» (Blanc, 1873: 252). Il crollo della dittatura bonapartista, cui era ben caro il collegio uninominale, sembra conferire slancio a tale rivendicazione. Ora, assieme al suffragio universale, anche la rappresentanza proporzionale, chiamata a dar concretezza al principio «un uomo un voto», viene rivendicata facendo appello alla «dichiarazione dei diritti dell'uomo che conferisce a ogni cittadino il diritto di concorrere, "personalmente o mediante il proprio rappresentante", all'elaborazione della legge» (Huard, 1991: 167). E' di qui che scaturisce la condanna netta e senza appello del collegio uninominale:

«La rappresentanza proporzionale [...] è il logico complemento del Suffragio Universale di cui Lamartine ha dato la seguente definizione: "Il diritto è eguale per tutti i cittadini ed è assoluto. Nessun cittadino può dire all'altro: io sono più sovrano di te!" Perché questo principio sia applicato, è necessario che il valore rappresentativo di ogni suffragio sia il medesimo, che il voto d'un elettore radicale abbia il medesimo valore che quello d'un elettore socialista o d'un elettore moderato, e viceversa. Ora è chiaro che tale risultato non può essere raggiunto che attribuendo ad ogni frazione importante del corpo elettorale una rappresentanza proporzionale al numero dei voti di cui essa dispone, e non decidendo che sarà solo la maggioranza degli elettori ad essere rappresentata in ciascuna circoscrizione» (Lachapelle, 1911: 36-7).

(da Domenico Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, cap. 6, § 2)

Sturzo, Gramsci e Gobetti contro la cancellazione del proporzionale messa in atto dal fascismo

Il significato reazionario [della cancellazione del sistema proporzionale e] del ritorno al collegio uninominale invocato, nell'Italia del primo dopoguerra, da uno schieramento vasto e variegato [liberali di destra, conservatori, nazionalisti e fascisti] viene colto con chiarezza dai diversi partiti di massa che manifestano invece il loro consenso al sistema proporzionale. In tal senso si esprime anche il neonato partito popolare di Luigi Sturzo il quale, significativamente, assieme al rifiuto del collegio uninominale, formula nel suo programma la rivendicazione del «riconoscimento giuridico e [della] libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale» (Sturzo, 1992: 42-3). Il peso crescente dei sindacati e delle organizzazioni politiche delle masse popolari segna il tramonto dell'Italia liberale dei notabili, cara anche ai nazionalisti impegnati in prima fila nel denunciare gli effetti rovinosi e sovversivi dell'abbandono del collegio uninominale. Più tardi, nei Quaderni del carcere, Gramsci osserverà: 

«In misura molto maggiore e più organica che nel 1913 (quando il collegio uninominale restringeva le possibilità e falsificava le posizioni politiche di massa per l’artificiosa delimitazione dei collegi), nel 1919 in tutto il territorio, in uno stesso giorno, tutta la parte più attiva del popolo italiano si pone le stesse questioni e cerca di risolverle nella sua coscienza storico-politica» (Gramsci, 1975: 2005). 

Non si tratta, dunque, semplicemente di un sistema elettorale diverso rispetto a quello precedente, bensì del fatto che, con la proporzionale, per la prima volta, le masse sono chiamate ad esprimersi non per scegliere, localmente frazionate, tra questo o quel candidato, ovvero tra questo o quel notabile, ma tra partiti e opzioni politiche diverse e contrapposte, di rilievo nazionale. E, naturalmente, tutto ciò non può non contribuire a politicizzare in profondità il paese anche nei suoi angoli più remoti, fino a quel momento rimasti al riparo, con grande gioia dei nazionalisti e dei nazional-liberali, dalle inquietudini della politica e della modernità. 

Ma l'intervento più articolato nel dibattito sul sistema elettorale si deve a Piero Gobetti, questa singolare figura di rivoluzionario liberale che in realtà si rivela, sotto molti aspetti, più vicino all'«Ordine Nuovo» che al partito liberale ufficiale. Alcuni elementi della sua analisi riprendono temi e argomenti già visti: il collegio uninominale «riesce l'ideale più accessibile ai contadini, alieni dal partecipare alla vita dello Stato, paghi di eleggere il deputato, incapaci di controllarlo»; da Gobetti la proporzionale viene difesa e celebrata non come «strumento di conservazione», cioè di integrazione di minoranze diversamente condannate ad essere escluse dagli organismi rappresentativi, bensì come il sistema elettorale più adatto alla «democrazia», dato che essa «obbliga gli individui a battersi per un'idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l'economia sia elaborata dalla politica». Qui già emerge un elemento di novità, soprattutto se si tiene presente la condanna che Gobetti pronuncia di ogni forma di «rappresentanza professionale»: ebbene, anche il collegio uninominale viene denunciato come strumento di «corporativismo» e di spezzettamento delle «classi» in «categorie». Si comprende allora il perché della «lotta contro la proporzionale» ingaggiata dai fascisti, non a caso esplicitamente schierati a favore del corporativismo, che della dissoluzione corporativistica della classe operaia hanno assoluto bisogno per portare a termine la conquista del potere. Ed ecco la drastica alternativa formulata da Gobetti: o «vivere in un regime di democrazia moderna» all'insegna della proporzionale, oppure regredire verso «il Medioevo di Mussolini», anche se costui pretende di mascherare i suoi «stratagemmi di volgare restaurazione come scoperte futuriste» (Gobetti, 1983: 141-3).

(da Domenico Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, cap. 6, § 8)

[1] A. Sensini, Presidente o Cancelliere? Viaggio ragionato nel labirinto delle riforme istituzionali, Milano, Sperling & Kupfer, 1992, p. 3.

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Ripristinare il proporzionale e la Costituzione nata dalla Resistenza

di Domenico Losurdo, Presidente dell'Associazione politica e culturale MARX XXI

 

Per completare la disfatta del progetto reazionario

 

Dopo la memorabile sconfitta subita da Matteo Renzi, si infittiscono le voci che rivendicano il ripristino del sistema proporzionale. In effetti, la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza non può essere considerata completa se non si cancellano gli effetti del sostanziale colpo di Stato che nel 1993 portò alla liquidazione del sistema proporzionale e inflisse un grave colpo alla democrazia. Su questo tema riporto alcuni miei interventi che risalgono all’epoca del colpo di Stato del 1993

(Domenico Losurdo)

 

La cancellazione del proporzionale e la storia alle sue spalle

 

Alla vigilia del referendum che ha introdotto il sistema maggioritario, un giornalista ha fatto osservare: «Tutte le revisioni  [costituzionali] rispondono a quella specie di legge non scritta che gli esperti chiamano la regola dell'evento esterno. Il principio dice che le Costituzioni moderne vengono modificate o addirittura sostituite totalmente a causa di eventi esterni e traumatici»[1]. Tale osservazione può essere una chiave di lettura per le vicende oscure e inquietanti che hanno caratterizzato la vita politica italiana. L’approvazione da parte della Corte Costituzionale di un referendum che difficilmente può essere catalogato tra quelli abrogativi previsti dalla Costituzione è stata accompagnata e scandita dalle minacce esplicite di vari esponenti leghisti di ricorso al kalashnikov per spazzar via la Prima Repubblica e dal coro unanime della stampa e dei mezzi di informazione che, con minacce larvate, indicava nel caos e nell’anarchia l’unica alternativa al varo del referendum e del sistema uninominale e maggioritario. Anche i radicali mutamenti che si sono verificati e che sembrano doversi ancora verificare in Italia sono il risultato di un lungo processo svoltosi non nelle aule parlamentari e neppure nelle sedi dei partiti e per di più contrassegnato da trame oscure, da minacce nonché dal ricorso alla violenza e al terrore. Già il «Piano di rinascita democratica» a suo tempo approntato da Licio Gelli si esprime sprezzantemente sull’«anarchico disegno originario» della Costituzione, condannata anche come obsoleta rispetto al «contesto interno e internazionale ormai molto diverso da quello del 1946». Il Piano in questione che, fra i suoi «programmi a breve, medio e lungo termine», elenca anche la conquista dei mezzi di informazione (stampa e TV), viene alla luce nel 1981. E’ appena il caso di dire che non si contano gli attentati e le stragi verificatisi in Italia prima e dopo tale data. La storia della Prima Repubblica è la storia dei tentativi eversivi che hanno cercato di affossarla: particolarmente rilevante è quello che, nel 1964, vede come protagonisti il comandante generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e lo stesso presidente della repubblica Antonio Segni e che ha come punto di riferimento il «piano Solo»; questo prevede l’occupazione militare delle prefetture, della RAI-TV, delle centrali telefoniche e delle sedi di «alcuni» partiti, nonché la deportazione in Sardegna di dirigenti ed esponenti politici e sindacali.

(da Domenico Losurdo, La Seconda Repubblica, Liberismo, federalismo, postfascismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, cap. 2, § 3

 Suffragio universale e sistema proporzionale

Il movimento democratico individua con chiarezza il significato politico e sociale del dibattito sui sistemi elettorali che si sviluppa a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Leggiamo un intervento francese di fine secolo: «La rappresentanza proporzionale, affermano i nostri avversari, permetterà la rappresentanza dei partiti anticostituzionali o rivoluzionari», aprirà le porte del parlamento a «commercianti di ombrelli», «straccivendoli» e «ubriachi», «agli elementi e ai partiti "pericolosi"» (Saripolos, 1899, II: 169, 172 e 177). Col collegio uninominale, sono le classi tradizionalmente considerate «pericolose» che si intende tenere a bada e al di fuori degli organismi rappresentativi. Si comprende allora che non solo il movimento democratico, ma anche una più larga opinione pubblica rivendichi in Francia il sistema proporzionale come concreta realizzazione del «suffragio universale e eguale», diversamente condannato «a non esistere che sulla carta» (Saripolos, 1899, II:166). Sì, si tratta non solo di abolire la discriminazione censitaria, ma anche di respingere proposte come quelle del voto plurale, caro a Mill, ma che, in questo momento, trova concreta attuazione anche al di fuori dell'Inghilterra, in un paese come il Belgio. Il voto plurale è l'unico modo di rendere disuguale il suffragio? Vediamo gli effetti prodotti dal collegio uninominale:

«Su 100 elettori sono tutt'al più rappresentati 45: così il Parlamento non rappresenta neppure la metà del paese: di chi è rappresentante allora la maggioranza del parlamento? [...] Oggi su 10 milioni circa di Francesi che hanno diritto di voto, sono rappresentati solo 4 milioni e mezzo: è così che intendete il suffragio universale?».

 E, invece, «bisogna che tutti i voti abbiano eguale valore»; e se la democrazia è «il governo di tutti», allora è chiaro che la sua concreta realizzazione, il suo avvenire «è intimamente legato alla questione della rappresentanza proporzionale» (Laffitte, 1910: 254-5; 159 e 263).

Certo, la definizione di democrazia qui presupposta implica «la partecipazione di tutti agli affari pubblici», «la partecipazione effettiva e proporzionale di tutti cittadini alla designazione degli organi dello Stato» (Saripolos, 1899, II: 144). La libertà politica è anche esercizio del potere politico, non semplicemente la sua delega: «Il Suffragio Universale non è stato stabilito per decidere se questo o quel gruppo parlamentare avrà la totalità della rappresentanza in un collegio elettorale: è stato istituito per permettere a tutti i cittadini di esercitare la loro parte di sovranità» (Lachapelle, 1911: 49). E allora, «le minoranze hanno il medesimo diritto delle maggioranze ad essere rappresentate in modo proporzionale alle loro forze elettorali: in un regime di uguaglianza politica, ogni voto deve avere il medesimo valore rappresentativo». Il conseguimento di tale obiettivo è reso impossibile dallo «scrutinio uninominale», i cui sostenitori -si sottolinea polemicamente- non fanno altro che seguire la politica del «regime bonapartista» il quale, in tal modo, riusciva ad «ottenere enormi maggioranze nel corpo legislativo» (Lachapelle, 1911: 35 e 1-2).

A partire dalla fondazione della Terza Repubblica, la «rivoluzione» da portare a compimento mediante l'introduzione della proporzionale viene vista come la realizzazione delle parole d'ordine di libertà e uguaglianza scaturite dall'89 (Saripolos, 1899, II: 470), come lo sviluppo della rivoluzione del '48 che per prima aveva affermato il principio del suffragio universale. Già nel 1864, dall'esilio cui l'aveva costretto Luigi Napoleone, uno dei protagonisti di quella rivoluzione aveva rivendicato la rappresentanza proporzionale in nome dell'«uguaglianza» che costituisce l'«essenza della democrazia», e in polemica contro ogni sistema elettorale che, condannando al silenzio le minoranze e, soprattutto, le classi inferiori, sancisce «il governo del privilegio» (Blanc, 1873: 252). Il crollo della dittatura bonapartista, cui era ben caro il collegio uninominale, sembra conferire slancio a tale rivendicazione. Ora, assieme al suffragio universale, anche la rappresentanza proporzionale, chiamata a dar concretezza al principio «un uomo un voto», viene rivendicata facendo appello alla «dichiarazione dei diritti dell'uomo che conferisce a ogni cittadino il diritto di concorrere, "personalmente o mediante il proprio rappresentante", all'elaborazione della legge» (Huard, 1991: 167). E' di qui che scaturisce la condanna netta e senza appello del collegio uninominale:

«La rappresentanza proporzionale [...] è il logico complemento del Suffragio Universale di cui Lamartine ha dato la seguente definizione: "Il diritto è eguale per tutti i cittadini ed è assoluto. Nessun cittadino può dire all'altro: io sono più sovrano di te!" Perché questo principio sia applicato, è necessario che il valore rappresentativo di ogni suffragio sia il medesimo, che il voto d'un elettore radicale abbia il medesimo valore che quello d'un elettore socialista o d'un elettore moderato, e viceversa. Ora è chiaro che tale risultato non può essere raggiunto che attribuendo ad ogni frazione importante del corpo elettorale una rappresentanza proporzionale al numero dei voti di cui essa dispone, e non decidendo che sarà solo la maggioranza degli elettori ad essere rappresentata in ciascuna circoscrizione» (Lachapelle, 1911: 36-7).

(da Domenico Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, cap. 6, § 2)

 

 

Sturzo, Gramsci e Gobetti contro la cancellazione del proporzionale messa in atto dal fascismo

 

Il significato reazionario [della cancellazione del sistema proporzionale e] del ritorno al collegio uninominale invocato, nell'Italia del primo dopoguerra, da uno schieramento vasto e variegato [liberali di destra, conservatori, nazionalisti e fascisti] viene colto con chiarezza dai diversi partiti di massa che manifestano invece il loro consenso al sistema proporzionale. In tal senso si esprime anche il neonato partito popolare di Luigi Sturzo il quale, significativamente, assieme al rifiuto del collegio uninominale, formula nel suo programma la rivendicazione del «riconoscimento giuridico e [della] libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale» (Sturzo, 1992: 42-3). Il peso crescente dei sindacati e delle organizzazioni politiche delle masse popolari segna il tramonto dell'Italia liberale dei notabili, cara anche ai nazionalisti impegnati in prima fila nel denunciare gli effetti rovinosi e sovversivi dell'abbandono del collegio uninominale. Più tardi, nei Quaderni del carcere, Gramsci osserverà:

«In misura molto maggiore e più organica che nel 1913 (quando il collegio uninominale restringeva le possibilità e falsificava le posizioni politiche di massa per l’artificiosa delimitazione dei collegi), nel 1919 in tutto il territorio, in uno stesso giorno, tutta la parte più attiva del popolo italiano si pone le stesse questioni e cerca di risolverle nella sua coscienza storico-politica» (Gramsci, 1975: 2005).

Non si tratta, dunque, semplicemente di un sistema elettorale diverso rispetto a quello precedente, bensì del fatto che, con la proporzionale, per la prima volta, le masse sono chiamate ad esprimersi non per scegliere, localmente frazionate, tra questo o quel candidato, ovvero tra questo o quel notabile, ma tra partiti e opzioni politiche diverse e contrapposte, di rilievo nazionale. E, naturalmente, tutto ciò non può non contribuire a politicizzare in profondità il paese anche nei suoi angoli più remoti, fino a quel momento rimasti al riparo, con grande gioia dei nazionalisti e dei nazional-liberali, dalle inquietudini della politica e della modernità.

Ma l'intervento più articolato nel dibattito sul sistema elettorale si deve a Piero Gobetti, questa singolare figura di rivoluzionario liberale che in realtà si rivela, sotto molti aspetti, più vicino all'«Ordine Nuovo» che al partito liberale ufficiale. Alcuni elementi della sua analisi riprendono temi e argomenti già visti: il collegio uninominale «riesce l'ideale più accessibile ai contadini, alieni dal partecipare alla vita dello Stato, paghi di eleggere il deputato, incapaci di controllarlo»; da Gobetti la proporzionale viene difesa e celebrata non come «strumento di conservazione», cioè di integrazione di minoranze diversamente condannate ad essere escluse dagli organismi rappresentativi, bensì come il sistema elettorale più adatto alla «democrazia», dato che essa «obbliga gli individui a battersi per un'idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l'economia sia elaborata dalla politica». Qui già emerge un elemento di novità, soprattutto se si tiene presente la condanna che Gobetti pronuncia di ogni forma di «rappresentanza professionale»: ebbene, anche il collegio uninominale viene denunciato come strumento di «corporativismo» e di spezzettamento delle «classi» in «categorie». Si comprende allora il perché della «lotta contro la proporzionale» ingaggiata dai fascisti, non a caso esplicitamente schierati a favore del corporativismo, che della dissoluzione corporativistica della classe operaia hanno assoluto bisogno per portare a termine la conquista del potere. Ed ecco la drastica alternativa formulata da Gobetti: o «vivere in un regime di democrazia moderna» all'insegna della proporzionale, oppure regredire verso «il Medioevo di Mussolini», anche se costui pretende di mascherare i suoi «stratagemmi di volgare restaurazione come scoperte futuriste» (Gobetti, 1983: 141-3).

 (da Domenico Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, cap. 6, § 8)

 

 



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            [1] A. Sensini, Presidente o Cancelliere? Viaggio ragionato nel labirinto delle riforme istituzionali, Milano, Sperling & Kupfer, 1992, p. 3.