La revisione costituzionale del rancore: la rottamazione dello spirito costituente

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le 21 donne costituenti 511659.660x368di Luisa Sassu | da gramscicagliari.it

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Per capire quanto è lontana dalla Costituzione la revisione costituzionale del governo Renzi, basta osservare lo stile con cui è scritta: un articolato di pessima fattura, complicato, tortuoso, appesantito da continui rinvii come fosse un qualunque regolamento e non la legge fondamentale dello Stato.

Niente a che vedere con la sobria chiarezza normativa della Costituzione del 1948. Lo stile può apparire come un elemento secondario nella scrittura di una legge, ma non lo è mai. Non lo è nella scrittura delle leggi ordinarie e, a maggior ragione, non lo è e non può esserlo nella scrittura della Costituzione.

La chiarezza e la sobrietà dei precetti costituzionali esprimevano la precisa volontà delle madri e dei padri costituenti di renderli leggibili a tutti. Perché la Costituzione doveva appartenere a tutti, nessuno escluso; doveva rappresentare il fondamento del vivere civile in uno Stato finalmente repubblicano e democratico.

Certo, lo spirito costituente, che ha consentito di ricostruire l’Italia dalle macerie del fascismo e della guerra, non è replicabile nei procedimenti di revisione costituzionale. Quell’esperienza storica e politica è irripetibile. Ma non è ammissibile che le modifiche alla Costituzione avvengano nella totale assenza di una larga ed effettiva condivisione parlamentare: lo prevede l’art. 138 della stessa Costituzione, non soltanto per rafforzare il procedimento legislativo, ma anche per assegnare a quel procedimento la consapevolezza del suo straordinario peso politico e normativo.


Le revisione costituzionale esige un compromesso nobile, quello che i costituzionalisti definiscono overlapping consensus.

E invece, questa revisione scaturisce da un percorso esattamente opposto: è un articolato rigido imposto dal governo e sottratto al corretto svolgersi della dialettica parlamentare, affidato al continuo ribadire che il risultato (la cosiddetta ‘madre di tutte le riforme’) deve essere ottenuto a qualunque condizione perché (nella narrazione del governo) il popolo aspetterebbe questa riforma da settant’anni (cioè da prima che la Costituzione fosse scritta ed entrasse in vigore!).

Questa plateale mistificazione sull’insopprimibile necessità di modificare la Costituzione, si collega ad una riflessione sulla genesi della cosiddetta riforma: una riflessione sul contesto in cui è maturata, sull’avvio del suo percorso legislativo e sull’ancoraggio dei suoi contenuti.

Il contesto è quello che conosciamo tutti: una grave crisi di rappresentatività della politica e dei corpi intermedi che dovrebbero esprimerla (anzitutto i partiti); una profonda sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni; un conseguente accrescimento della astensione dal voto; un diffuso sentimento di antipolitica che richiama il tema dei costi della politica e dei privilegi della casta. Sappiamo bene che questi problemi hanno trovato analisi e soluzioni del tutto insoddisfacenti ed inefficaci, ma la peggiore di tutte le analisi è quella che considera la forma di governo descritta dalla Costituzione in un capro espiatorio della ingovernabilità. Così come la peggiore soluzione è quella che interviene sulla forma di governo modificando sostanzialmente il sistema parlamentare e assegnando un enorme potere all’esecutivo.

Le ragioni addotte dal governo Renzi per varare questa revisione costituzionale “lisciano il pelo” all’antipolitica, giustificano la “riforma” del Senato con un’asserita riduzione dei costi, e con una supposta maggiore efficienza del procedimento legislativo “finalmente libero dal sistema del bicameralismo perfetto”. Come se il problema del nostro ordinamento fosse una scarsa produzione di leggi e non, viceversa, quello di un’eccessiva produzione di leggi scarse (nella forma, nella sostanza e nelle ricadute applicative).

La propaganda del governo si attesta su questi contenuti e di fatto “fonda la nuova Costituzione sul rancore: verso lo Stato, la politica, i partiti, i nemici di partito, il passato, la storia” (così Mario Dogliani). In queste parole, la conferma che le modifiche del governo Renzi alla Costituzione negano alla radice qualunque residuo spirito costituente e nascono dalla sollecitazione di un distacco tra il popolo sovrano e le istituzioni di rappresentanza, nonché da una evidente (perfino ostentata) conflittualità tra le forze parlamentari.

Sulla genesi del percorso legislativo di questa revisione si potrebbe scrivere un trattato di diritto costituzionale: un percorso avviato da un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale e destinatario di un preciso monito dei giudici della Corte: approvare una legge elettorale corrispondente alle indicazioni della sentenza (quindi, della Costituzione) e poi sciogliere le Camere e tornare al voto.

Invece, incredibilmente, questo Parlamento delegittimato non solo continua ad esistere, ma addirittura modifica la Costituzione. Un vulnus al principio di rappresentanza cui si aggiunge un ulteriore gravissimo vulnus ai fondamenti costituzionali del nostro ordinamento.

Alla fine di questo inaccettabile percorso, che speriamo di interrompere col nostro NO al referendum oppositivo del prossimo autunno, resterà la presunzione che una qualunque maggioranza possa modificare la Costituzione; l’idea stessa della rigidità/supremazia della Costituzione diventerà un tiepido argomento giuridico contraddetto da una classe politica scellerata e autoreferenziale.

Perché il valore della Costituzione deve essere praticato e non soltanto proclamato nel principio di gerarchia delle fonti del diritto. Infine, la genesi dei contenuti di questa revisione costituzionale conferma una tendenza autoritaria, ancorandosi al mito di una governabilità interamente costruita sullo svuotamento del sistema parlamentare: un risultato conseguito attraverso la combinazione della “riforma” del Senato con la legge elettorale che tutti chiamano Italicum. 

Giova ricordare che la legge elettorale è stata approvata imponendo il voto di fiducia e ricorrendo spesso agli “emendamenti maxi-canguro”: una pratica parlamentare che certo non depone in favore di una dialettica corretta ma, al contrario, esprime una forzatura, ai limiti della illegittimità, delle norme e delle prassi parlamentari.

Ciò che occorre sottolineare, per aver chiara la genesi autoritaria dei contenuti di questa revisione costituzionale, è che viene interrotto, praticamente ab origine, il principio di rappresentanza in tutti i passaggi cruciali in cui questo principio dovrebbe esprimere la sua effettività: dal momento della competizione elettorale a quello della manifestazione della volontà popolare; dalla assegnazione del premio di maggioranza agli accordi per la formazione del governo; dalla conclusione di questi accordi alla definizione dell’indirizzo politico.

Nulla di tutto ciò avviene nel rispetto del principio pieno e lineare di rappresentanza politica.

E il modello che ne deriva, a ben vedere, somiglia allo spettacolo dei rapporti tra Governo e Parlamento cui assistiamo tutti i giorni da ormai due anni: un Presidente del Consiglio che ha trasformato il Parlamento in una giostra di maggioranze variabili e in una fabbrica di voti al suo programma; senza che quel programma sia mai passato attraverso la valutazione e la scelta del corpo elettorale. Diciamo che le prove tecniche del modello autoritario, insito nella revisione costituzionale, sono già in fase avanzatissima, ma non sono ancora concluse; manca un passaggio importante, e questo passaggio è nella nostra disponibilità.

Spetta a tutti noi, in un referendum che non esige il quorum e in cui vince chi prende anche un solo voto in più, fare in modo che quel voto in più sia un NO a questa inaccettabile revisione costituzionale. Basta un No in più, ma auspichiamo che la maggioranza dei NO sia schiacciante.

Proprio come avvenne nel referendum del 2006. Sana e robusta Costituzione a tutti.