Dal voto alle donne alle ‘quote rosa’: la crisi della rappresentanza

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ass gramsci cagliari tesseradi Laura Stochino | da gramscicagliari.it

Riceviamo dalla compagna Laura Stochino, dell'Ass. Antonio Gramsci di Cagliari, un suo contributo che volentieri pubblichiamo

Il martirio delle nostre eroine, la lotta magnifica delle nostre donne ci permettono di affermare che la grande conquista da noi ottenuta: il diritto di eleggere e di essere elette non ci è stato elargito, ma è stato un giusto riconoscimento dei nostri meriti. Rita Montagnana, Noi Donne 1946

Il 1 Febbraio 1945 viene emanato il decreto che sancisce il diritto di voto alle donne, alcuni mesi dopo la legge viene modificata e ampliata: le donne avrebbero esercitato anche il diritto dell’elettorato attivo. Il 2 Giugno 1946 le donne votano per la prima volta il quesito referendario sulla scelta della forma di Stato e l’assemblea costituente. Sono passati settant’anni, per molti aspetti quella data segna un percorso di continuo progresso e liberazione, per altri è l’apice di qualcosa d’irripetibile. Quella non fu una battaglia dell’ultima ora, una conquista concessa dalla politica maschile, ma l’epilogo positivo della straordinaria partecipazione delle donne alla lotta partigiana in tutte le sue forme.

Certamente anche negli anni precedenti non era mancato il tentativo di introdurre il suffragio universale, soprattutto da parte delle donne del partito socialista e della borghesia milanese; in particolare nei territori italiani che furono dell’impero austriaco, le donne sentivano fortemente il problema, in quanto lo Statuto Albertino le aveva spogliate dell’esercizio autonomo dei propri averi sottomettendole alla tutela del padre o del marito. A questo proposito è importante ricordare l’impegno di donne come Annamaria Mozzoni che sin dalla fine del secolo XIX s’impegnarono nella costruzione di un fronte ‘femminista’ attraverso appelli e petizioni. Negli anni successivi alla Grande Guerra, alla donna sono riconosciuti diversi diritti giuridici sin allora negati nell’ambito del lavoro e sembrò anche possibile vincere la battaglia suffragista. La proposta di legge Martini-Gasparotto del 1919 viene discussa e a suo sostegno non mancano appelli con firme illustri, ma la questione di Fiume e l’avvento del fascismo bloccano l’iter parlamentare e il movimento suffragista (se così lo possiamo definire) si sfalda: le priorità divengono altre. Gli stessi partiti di massa (il Partito Socialista in particolare) abbandonano la battaglia e il nascente Partito Comunista è ben lontano dall’affrontare tali questioni. Il modello di donna fascista è quello di una patriota, dedita alla famiglia, totalmente relegata nel ruolo di moglie, madre e sorella (forse più delle parole sarebbe utile ricordare il ritratto che di quella donna fa Ettore Scola nel suo film “Una giornata particolare”). Negli anni della Resistenza il movimento riprende forza, i partiti di massa investono sulle organizzazioni femminili: il Partito Comunista fonda l’Unione delle Donne Italiane (UDI) e il Partito Popolare il Centro Italiano Femminile (CIF). La lotta contro il fascismo segna profondamente le coscienze delle donne italiane, per esse, come si può rilevare dagli scritti e dai ricordi, è evidente che la futura democrazia non potrà ignorare il ruolo profondamente politico svolto dalle donne. Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi sostengono fortemente questa battaglia, la stessa Chiesa Cattolica approva. Si giunge così alla data del 2 giugno del 1946 e all’insediamento dell’Assemblea Costituente in cui vengono elette 21 donne su 556 membri. Benchè il numero sia irrisorio il risultato politico è storico. Da quel momento il cammino non sarà sempre facile, la Repubblica conoscerà diversi passaggi di arresto, la stessa Costituzione è frutto di mediazioni che cercano la sintesi fra un modello di donna inserita in un contesto patriarcale e il tentativo di liberazione e parità. Molti risultati arriveranno solo negli anni Settanta con il nuovo diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio e l’aborto.

I numeri odierni ci raccontano un’Italia in cui la disoccupazione femminile è aumentata, non è diminuita la differenza salariale e l’elettorato attivo è esercitato in minima parte: nelle amministrazioni locali abbiamo poche donne sindaco, le parlamentari negli anni hanno avuto picchi significativi al ribasso e non c’è nessuna donna alla guida di un partito di maggioranza. È interessante notare che negli anni è invece aumentata la presenza di donne negli incarichi di governo nazionale e locale, le donne sono nominate nelle giunte e alla guida di importanti ministeri, ma stentano a farsi eleggere. Nel 2015 è stata approvata nella sua completezza la legge sulle ‘quote rosa’, un modo per ovviare a questo squilibrio. Se da un lato può essere visto come un elemento costruttivo dall’altra è la constatazione di un fallimento. Una forzatura legislativa che favorisce l’elezione di qualcuno per il suo genere. Un approccio che confonde l’uguaglianza dei diritti con la parità; si elegge una donna perché è donna, non perché rappresenta delle istanze, come se tutte le donne fossero portatrice dei medesimi interessi e problemi. Bisogna allora ampliare la questione e inserirla nella più generale crisi della rappresentanza e dei luoghi in cui essa si esercita, vale per gli uomini come per le donne, le quali non vengono percepite come portatrici di un punto di vista diverso da quello maschile. Nel panorama nostrano nella maggior parte dei casi le donne interpretano la politica allo stesso modo dei loro compagni di partito, non sono percepite come un’alternativa, non si salvano dal senso comune dell’antipolitica. Al contrario il fatto che spesso siano delle ‘nominate’ le rende ancor meno apprezzate. Se possiamo provare a fare una considerazione a distanza di settant’anni dal nostro ingresso nell’elettorato attivo, è che oggi richiamarsi ad una differenza di genere non è sufficiente per ottenere consenso. Le donne sono tra di loro profondamente diverse e chi sceglie di fare politica non può limitarsi ad affermare un generico sostegno a tematiche ‘femminili’. Ciò che serve oggi è saper problematizzare (per poi risolvere) la crisi della rappresentanza democratica, dell’esercizio del potere come abuso e possesso, temi che nascono al maschile, ma che oggi si declinano in tutti generi. Se negli anni settanta era necessario imporre lo slogan: il personale è politico, forse oggi possiamo rilevare come fin troppo di ‘personale’ è arrivato alla politica, dimenticando nell’affermazione dell’individualismo le differenze materiali, la collettività, le classi e soprattutto i conflitti.