Diritto di manifestare. Parla Stefano Rodotà

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di Stefano Rodotà | su il Manifesto

 

Stefano Rodota-w350Leggi Reali, divieti a manifestare nella forma corteo, fermi di polizia e "Daspo politico". «Sono davvero sbalordito, questo è un Paese che ha perduto la memoria». Stefano Rodotà è indignato. Perché con questi divieti «inammissibili» si stanno «sospendendo le garanzie costituzionali». E perché quando un ministro di governo, come Maroni, parla di «terrorismo urbano» usa una «violenza verbale di segno uguale e contrario a quella del 15 ottobre a Roma». «Attenti al linguaggio», è il suo monito. Ma è rivolto anche a noi: «Non sono d'accordo con Valentino Parlato», dice. «Certo che devo cercare di capire, ma subito dopo non faccio sconti. Chi ha usato la violenza, sabato scorso, l'ha fatto intenzionalmente contro quel movimento che aveva deciso di mettere in atto forme di democrazia partecipativa. Quella violenza ci ha fatto fare a tutti un brutale passo indietro».

 

Per la prima volta da tempo immemore un corteo della Fiom – che ha sfilato a Roma perfino nel '77 – viene vietato. Come valuta questo provvedimento?

 

Una misura assolutamente inammissibile. Per due motivi. Primo perché non si possono sospendere le garanzie costituzionali, e il divieto generalizzato di fare cortei a Roma in questo periodo imposto da Alemanno è un provvedimento contrastante con l'articolo 17 della Costituzione. Oltretutto non si può precludere alcuna forma in cui esercitare legittimamente il diritto a manifestare. Secondo: il divieto è sì contemplato nell'articolo 17 della Costituzione ma solo per «comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica». Motivi che non possono essere ipotetici. Deve appunto essere «comprovato» che chi organizza il corteo - in questo caso la Fiom - mette a rischio la sicurezza pubblica. È un dettato di stretta applicazione e va applicato tenendo sempre presente che nel bilanciamento tra i due diritti, quello a manifestare è preminente. Vorrei sapere come è stato motivato questo divieto. Dobbiamo considerare che da sabato scorso Roma è diventata una città a rischio, in cui la libertà di manifestazione del pensiero è temporaneamente sospesa, almeno in alcune sue forme? È questo il nuovo status della città?

 

Valentino Parlato solo per aver detto che gli scontri di sabato scorso «sono segni dell'urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», ha scatenato un «dispiegamento di buoni sentimenti», come dice Rossana Rossanda. Lei cosa ne pensa? 

 

Non condivido la posizione di Valentino. Dire che - lo riassumo grossolanamente - il rischio di violenza è ormai insisto nelle manifestazioni, dato l'attuale contesto e la conseguente tensione sociale, è un argomento molto rischioso perché può essere usato con conseguenze gravissime, come abbiamo visto.

 

Lei si è fatto un'idea di chi sono questi giovani «violenti»?


No, ma ho letto che la loro è stata una scelta anche contro quel tipo di manifestazione considerata troppo «debole». So bene che la violenza nella storia c'è, che non viene dal nulla e è più facile trovarla nel disagio. Ma guardiamo il lascito drammatico di quella giornata: sta tornando in voga l'argomento che le manifestazioni si devono di nuovo irreggimentare, devono prevedere un servizio d'ordine. Sta passando l'idea che la libertà di manifestare richiede un'infinità di cautele, a cominciare da parte di chi le organizza. La violenza ha svuotato di ogni senso l'iniziativa politica. Non ci dimentichiamo che l'obiettivo del corteo era di andare a San Giovanni per mettere le tende e creare un presidio permanente. Non dico proprio una piazza Tahrir a Roma, ma comunque cercare di creare qualcosa che potesse dare stabilità, responsabilità, visibilità pubblica, opportunità di confronto. Tutto ciò è stato spazzato via, e questo è un atto di irresponsabilità.

 

Il linguaggio di Maroni richiama gli anni '70. È giusto?


Non c'entrano nulla gli anni '70. Non c'era, allora, questo tipo di rabbia. Nessuno pensava: «Ci avete levato il futuro, volete farci pagare il vostro debito».

 

Quanto influisce il fatto che siano orfani di rappresentanza politica?


Questi giovani non solo non hanno una rappresentanza politica ma sono disillusi e rifiutano la democrazia rappresentativa. Pensiamo però che la crisi della democrazia partecipativa possa aprire spazi a una svolta violenta? Ricordiamo che l'ambizione dei movimenti che hanno sfilato il 15 ottobre era proprio tentare di salvaguardare la democrazia reale e ripristinare forme partecipative di rappresentanza. Volevano andare in piazza con una tenda, segno di precarietà e al contempo di stabilità, dimostrare che il movimento non è più volatile ma ha un luogo proprio, rappresentantivo, dove esercitare il confronto senza mediazioni. Tutto questo è stato impedito. Ed è, ai miei occhi, imperdonabile. I violenti hanno danneggiato gravemente il movimento togliendo voce e forza a tutti coloro che stavano cercando un minimo di mutamento politico. Noi dobbiamo a tutti i costi salvaguardare questo tentativo, uno sforzo comune a centinaia di migliaia di persone.