Grazie, non accetto fiori dal nemico

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ingranaggidi Alba Vastano

da http://www.blog-lavoroesalute.org

Uno dei canali di maggior diffusione della musica popolare è una kermesse fra le più note che ha accreditato la canzone italiana nel mondo, sin dai tempi di ‘Volare’. Dopo 70 anni il festival di Sanremo è ancora un marchio molto gettonato ed ha uno share elevatissimo di ascolti. Non è solo musica questa kermesse, è soprattutto costume e dal costume arrivare al mercato, quindi all’economia nazionale e non solo, è un passo

Così come la poesia che sgorga liberamente da un animo sensibile, anche la musica (ndr, dal greco 
musikos, riferito alle Muse) e le altre arti protette dalle corrispondenti Muse suscitano quel pathos che addolcisce i tormenti e libera le emozioni . Tutte le arti hanno in comune l’accezione relativa al raggiungimento della perfezione. Ѐ questo il senso a cui chi fa musica dovrebbe aspirare, il saper trasmettere a chi ascolta delle emozioni così intense da sentirsene appagato, riproducendo quelle emozioni, libero da convenzioni e condizionamenti di schemi precostituiti. Senza più voler coinvolgere la musa Euterpe e le sue divine sorelle nel discorso ed evitando di sconfinare nella spiritualità dell’arte della musica, sarà più opportuno interessarsi alla dimensione più profana dell’arte musicale che si sostanzia quando questa assume la connotazione di musica popolare che ha sempre un forte e importante richiamo, ma spesso viene strumentalizzata dal mercato del settore.


Uno dei canali di maggior diffusione della musica popolare è una kermesse fra le più note che ha accreditato la canzone italiana nel mondo, sin dai tempi di ‘Volare’. Dopo 70 anni il festival di Sanremo è ancora un marchio molto gettonato ed ha uno share elevatissimo di ascolti. Non è solo musica questa kermesse, è soprattutto costume e dal costume arrivare al mercato, quindi all’economia nazionale e non solo, è un passo. Ma il mercato ormai globalizzato è in mano ai grandi tycoon, i signori del capitalismo e delle politiche neoliberiste che hanno contributo con la malapolitica degli attuali governi a smantellare lo Stato sociale. Se ne evince che la kermesse ligure, tramite la musica popolare, produce quel populismo che fa il gioco dei poteri forti.

I segnali che invia il sistema mediatico costruito a misura della kermesse sono ben chiari e non possono sfuggire all’occhio critico di chi non si lascia infatuare dai fuochi fatui di una avveniristica e megagalattica ribalta. Segnali inconfondibili articolati sulla costruzione dello star system, dal bagliore hollywoodiano di quell’ambiente estremamente sfarzoso, alla piaggeria a volte stucchevole dei presentatori, al look da corte del re Sole sfoggiato dai protagonisti, look talmente spinto nel lusso che abbaglia persino dai monitor. Quante ore di lavoro malpagato e quanto sfruttamento si nasconde dietro quelle mise da Mille e una notte? Quante povere mani hanno lavorato giorno e notte con un compenso da fame per quegli abiti da palazzo reale? E tutto questo con la musica, intesa come arte popolare, e con il festival della canzone popolare italiana che affinità ha?

Se poi parliamo di cachet milionari assegnati agli artisti internazionali che più alzano l’asticella dell’audience, mentre i musicisti occasionali e sconosciuti vengono liquidati con 50 euro a serata, stiamo parlando di un sistema che ingrassa i potenti e affama il mondo sommerso del precariato . Stiamo parlando di sfruttamento dei lavoratori. Eppure questo mercato capitalistico nato e organizzato dietro le maglie di questo sistema che è il festival sanremese, inchioda davanti ai monitor, con il rituale appuntamento annuale del mese di febbraio, milioni di telespettatori, propagandosi oltralpe e oltreoceano. E rimanda al mondo connesso l’immagine di un’Italietta vestita a festa, se non felice, quantomeno spensierata. La menzogna dell’immagine stereotipata e patinata corre sull’onda dei media e mistifica un sotterraneo sistema corrotto e corruttibile che non è possibile negare, pur se rivestito di lustrini, finalizzati all’abbaglio su un sistema sociale su cui da tempo è calata la mannaia dei tagli ai fondi per sostenere le politiche del lavoro e il welfare.

Ѐ l’ipocrisia del potere che tutto può, avvalendosi persino di testimonial dei diritti umani e sociali per appropriarsi di contenuti che non gli appartengono e iniziative che non realizzeranno mai, ovvero lo spendersi e lottare per le giuste cause, quali la salvaguardia dell’ambiente, la violenza di genere, la sanità pubblica e i diritti dei lavoratori. Menzogne su menzogne, a cui lo spettatore ignaro si affida, mentre viene raggirato e illuso che un paese allo sbando, si possa salvificare anche tramite la musica e il made in Italy, di cui ben poco è rimasto. E così vuoi per oblio o per obnubilamento, ma anche semplicemente per spirito critico e per acquisire più conferme possibili su come gira lo star system sul baraccone italiano della musica, ci si incolla allo schermo per sette sere l’anno, facendo zapping di tanto in tanto per evitare almeno gli sponsor che nelle pause della kermesse trovano la gallina dalle uova d’oro. Il tempo di riprendere fiato e coscienza e di tentare inutilmente di comprendere il perché si torni ancora a gettare l’occhio su quel palco tronfio e megalomane a osservare personaggi che, da lucido, per chi è provvisto di spirito critico e di pensiero autonomo, non si sognerebbe mai di seguire.

Sotto abbaglio infatti è improbabile arrivare ad analizzare e comprendere il motivo sociologico che spieghi l’interesse nel seguire ritualmente una kermesse che in realtà andrebbe boicottata. Ma a luci ormai spente si può tentare un’analisi sufficientemente razionale, sia pur pressappochista. Forse è la banalità dell’effimero, del vacuo che sopravvive beffardo, borioso e potente nella nostra cultura e spiega anche il motivo per cui la visione comune della società è da sempre stata dominata dalle più basse forme di populismo, fino a diventare il male estremo dei nazionalismi, così come le piazze salviniane dimostrano.

Se ne può dedurre che seguiamo con interesse stupefacente certi eventi sensazionalistici, scivolando inconsapevoli nella banalità del male e non riusciamo ad emergerne a tempo debito. Quel tempo necessario a recuperare spirito critico e ragionevolezza per schierarci dalla parte giusta, dalla parte delle lotte per il ripristino dei diritti soppressi, dalla parte della democrazia e delle costituzioni. E restiamo invece attoniti e impotenti con il rischio sempre più invadente, ingerente e pressante di cadere nella trappola reazionaria del potere, incapaci di sgusciarne fuori. Il palco di Sanremo, con le sue innumerevoli note stonate, non rappresenta da tempo quella sana tradizione della festa della canzone italiana ed è, come molte altre manifestazioni populiste, la punta dell’iceberg di un sistema corrotto.

(ndr, nelle note a seguire non parlerò di note musicali, dei testi delle canzoni, né dei personaggi, alcuni molto discutibili tanto da meritare un saggio antropologico a parte. Non ne parlerò, perché semplicemente ho visto tutt’altro che un festival della musica e le note di quel tutt’altro, a mio avviso, sono note stonate)

Le note stonate del 70simo Festival della canzone italiana.

Stucchevole la piaggeria estrema dei conduttori invasati da un’allegria immotivata, corollata da fragorose risate di cui sinceramente non si comprende l’origine. Where is la battuta così originale e divertente? E dov’è riconoscibile nei dialoghi o nei monologhi l’ironia intelligente che procura ilarità nel pubblico, ma non fa sganasciare dalle risate il conduttore, prima ancora che venga pronunciata la battuta?

Le giacche tempestate di luci psichedeliche. Mai visto tanta luce e bagliori sul torace di un uomo. Ѐ mancata all’outfit esagerato solo la cappa e la corona. Fossero state comprese nel look dell’euforico conduttore avremmo forse assistito all’ ascesa in diretta verso gli alti cieli riservati, per antonomasia, alla nobiltà o al clero.

Un’esagerata standing ovation rivolta alla bellezza femminile, talvolta artefatta. Giovani volti, già botulinati e levigati e scattanti corpi di donne sommersi da chilometri di sete, lustrini e lamé hanno sfilato sul palco, in discesa graziosa, ma titubante, dalla scala delle star. Il valore corrispettivo in soldi di una sola toilette avrebbe potuto sfamare il terzo mondo per almeno un mese. Lo sfoggio e l’enfasi del lusso, come sempre, regna sovrano in queste kermesse del superfluo. Ed è quantomeno inaccettabile, se non deprecabile, troppo in contrasto poi con i messaggi umanitari e sociali che da quel palco si sono voluti strumentalmente lanciare. Un vero ossimoro .

E c’è di più e di peggio. Trattando della violenza di genere, Rula Jebreal… ha commosso il mondo connesso alla sua performance sanremese e non poteva che essere così. Bella, intelligente, carismatica e dalla parte giusta. Peccato che non abbia potuto lanciare, essendo in terreno avverso com’è noto, un messaggio a sostegno della causa palestinese di cui lei stessa è attivista e militante. Peccato Rula!

Mentre sul video messaggio di Roger Water i riflettori si sono spenti, senza giustificato motivo apparente. la Rai lo ha considerato una inutile appendice che avrebbe intralciato i tempi della scaletta. Facilmente intuibile, in realtà, il motivo della mancata partecipazione del famoso esponente dei Pink Floyd, band notoriamente anti israeliana che si sostanzia con un mantra che il cantante ripropone appena può “Ciò che gli Israeliani fanno ai Palestinesi è simile a quello che gli Ebrei dovettero subire nella Germania degli anni ‘30”.

Altra nota stonata. Benigni, il comico, il simpatico attore, incline alla provocazione verbale e gestuale, come noi a respirare, insignito di 3 Oscar per il film ‘La vita è bella’. Un film che ha fatto versare fiumi di lacrime. Peccato si concluda con un falso storico dei peggiori. Un più che menzognero revisionismo su come in realtà si sono svolti i fatti. Ѐ lo storico Alessandro Barbero a confermare la falsificazione storica nel film quando i carri armati statunitensi liberano il campo di concentramento nella famosa scena finale. Barbero ribadisce che si tratta di una delle tante falsificazioni storiche attuate dai “vincitori” di ogni epoca.

Come è noto, o dovrebbe esserlo, sono stati i Sovietici a liberare la maggior parte dei campi di concentramento e sterminio, tra cui il più grande, ossia Auschwitz. Ed è stata l’Armata Rossa a distruggere oltre il 70% dell’esercito tedesco nella Seconda Guerra Mondiale.’ (post Fb, pagina La Riscossa). Per non parlare di un Benigni filo Pd e seguace delle politiche renziane. Che poi la sua performance all‘Ariston sul ‘Cantico dei cantici’, in versione erotica più affine a ‘Lo cunto de li cunti’ di Basile, che all’originale del testo sacro, ha lasciato negativamente stupefatti per il travisamento sensazionalistico troppo spinto e fuori luogo, per un festival seguito da intere famiglie con relativa figliolanza, in pole position davanti ai monitor, fino a notte inoltrata.

La beneficenza dichiarata pubblicamente ed elargita come un gesto generoso e magnanimo dai big dal portafoglio d’oro, in realtà anche questa è nota stonata. L’elargizione di parte del ricco cachet ottenuto per aver calcato il palco sanremese con le loro performance è inequivocabilmente di gusto pacchiano. Il mondo degli sfruttati, degli invisibili, dei poveri non ha bisogno di regalìe in denaro stile Soros, ma di diritti, di riscatto sociale, di umanità.

Anche il look esageratamente sfarzoso delle dipendenti Rai (ndr, alcun riferimento negativo alla loro professionalità) presenti è nota stonata. Giocando in casa dei loro datori di lavoro e in quella kermesse forse l’ outfit era motivato, ma per noi che siamo dalla parte dei dimenticati e che aspiriamo ad una società più giusta e di pari fra pari, quella casa è del nemico di classe e il vestirsi a festa, diventando merce in vetrina per ingrassare il padrone è ben lontano dai nostri principi. . Quel nemico che ha il potere di gestire i media mainstream, quel nemico che da sempre oscura le apparizioni dei rappresentanti della sinistra radicale e ospita solo i politici che hanno distrutto lo Stato sociale del paese e continuano a farlo.

Così come è nota stonata il non aver fatto un gesto simbolico e significativo da parte anche di una sola delle donne presenti su quel palco. Il riferimento è al gesto formale dell’offerta dei magnifici fiori della Riviera ligure. Per lanciare un segnale forte a sostegno della causa femminile e contro la violenza di genere, quei fiori qualcuna fra le donne presenti, anche e solamente una, avrebbe dovuto restituirli pubblicamente al mittente accompagnando il gesto con un “Grazie, ma non accetto omaggi dal suo padrone, perché è un nemico della libertà e dei diritti delle donne ”. Sarebbe stato un piccolo, ma importante gesto rivoluzionario. Ancora un’occasione persa, peccato!