Dietro il debito pubblico bassi salari e delocalizzazioni

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di Domenico Moro | su Asilo politico inserto del  Nuovo Corriere di Firenze

 

operaio legnoLa ragione principale della crisi del debito pubblico deriva dalla stagnazione del Pil negli ultimi dieci-quindici anni e dalla mancata ripresa, rispetto alla crisi dei mutui, nei Paesi avanzati. Questo è ancora più vero per l’Italia, che ha registrato per oltre dieci anni, prima della crisi, una crescita media del Pil inferiore a quella degli altri Paesi europei, subendo la crisi in modo più pesante. Confindustria attribuisce questo ritardo alla diminuzione della crescita della produttività. Quello che Confindustria non dice, però, è che le cause della riduzione della produttività e della competitività  italiana derivano dalle scelte sue e dei governi che l’hanno accontentata. In primo luogo, negli ultimi venti anni lo stock degli investimenti destinati all’estero è quasi decuplicato, stornando molta parte del risparmio italiano verso Paesi con costo del lavoro inferiore allo scopo di realizzare saggi di profitto più alti. Inoltre, molti capitali si sono spostati da settori manifatturieri, sottoposti alla concorrenza, verso settori con prezzi di monopolio, grazie alle privatizzazioni, che, in aggiunta, hanno eliminato o indebolito le poche imprese italiane grandi e presenti in settori tecnologicamente avanzati. Ma la ragione principale del calo della produttività e della competitività italiana sta nelle controriforme del mercato del lavoro, dal “pacchetto Treu” (1997) alla “legge Biagi” (2003). Come dimostrano due studi, uno dell’FMI e un altro di docenti di Harvard e della Northwestern University, la produttività ha rallentato in Europa dagli anni ‘90 a causa della precarizzazione del lavoro, che ha reso disponibile alle imprese una maggiore quantità di lavoro abbassandone il costo. Questo è avvenuto con maggiore intensità in Italia, il cui indice Ocse di protezione del lavoro è sceso in pochi anni al di sotto di quello di Francia e Germania e la cui produttività tra 1990 e 2009 è stata la più bassa tra i Paesi del G7. L’abbondanza di lavoro a basso prezzo ha scoraggiato le imprese dal fare nuovi investimenti e miglioramenti di processo. Alle controriforme del mercato del lavoro si è aggiunta la massiccia esternalizzazione che ha aumentato le micro-imprese, permettendo di aggirare l’articolo 18, ma, allo stesso tempo, riducendo le economie di scala e la ricerca innovativa. In tal modo si è ridotta la produttività del fattore capitale, basando la competitività solo sulla produttività del fattore lavoro, cioè sull’intensità e sulla lunghezza del lavoro. Questo meccanismo ha retto per un po’ grazie alle svalutazioni competitive della lira e all’evasione-elusione fiscale e contributiva. La prima è venuta meno con l’euro, e le seconde hanno contribuito al rigonfiamento del debito pubblico. La riduzione della base produttiva industriale e della produttività hanno indebolito le esportazioni. Nello stesso tempo, l’immissione di massicce dosi di liquidità da parte delle banche centrali, favorendo la bolla immobiliare e l’indebitamento delle famiglie europee, ha incentivato le importazioni. L’effetto negativo è stato duplice. Da una parte, è aumentato il debito commerciale con l’estero e, dall’altra, è esploso il debito pubblico, perché, al momento dello scoppio della bolla, le banche, alle prese con crediti inesigibili, sono state salvate dagli Stati. Senza crescita non si risolve la crisi del doppio debito e senza produzione industriale non c’è crescita. Dagli Usa all’Italia ci si rende conto che bisogna rilocalizzare. Il punto è come farlo. Marchionne vuole applicare il “modello Detroit”: contrazione di salario, diritti e welfare in cambio delle rilocalizzazioni. Confindustria vuole continuare nella stessa disastrosa direzione: privatizzazioni e riduzione del costo del lavoro, giudicato troppo alto. Secondo Eurostat, però,  il costo del lavoro manifatturiero è di 24 euro all’ora per addetto in Italia, di 27,7 euro nell’area euro, di 33,4 euro in Germania e di 33,2 in Francia.  Viceversa, i margini di profitto sul fatturato sono il 7,5% in Italia, il 6,6% in Germania e il 5,4% in Francia.  Soprattutto, è assurdo pensare di affrontare la competizione mondiale abbassando il costo del lavoro italiano a quello polacco o brasiliano. La crescita di un Paese come il nostro può essere perseguita solo con investimenti e innovazione. Ma ciò richiede il ribaltamento del paradigma politico-economico prevalente, cioè stabilire l’intervento dello Stato nell’indirizzo dell’economia e nella produzione, da quella dei servizi in regime di monopolio ai settori tecnologici avanzati, che i privati non coprono, e l’abolizione delle controriforme del lavoro, a partire dalla “legge Biagi”. Le risorse ci sono, da quelle della Cassa depositi e prestiti a quelle recuperabili da una vera riforma fiscale, che ristabilisca la progressività delle imposte prevista dalla Costituzione e combatta l’evasione.


Domenico Moro (16 ottobre 2011)