Italia

Il welfare aziendale: una favola nera

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industria meccanicadi Lucia Mango, Segreteria Nazionale PCI

da ilpartitocomunistaitaliano.it

In questo periodo nelle aziende metalmeccaniche si lavora alla contrattazione di secondo livello.

Questo perché in questo paese oggi i contratti collettivi nazionali si ‘integrano’ con la contrattazione aziendale o territoriale, quella tra rappresentanze sindacali e azienda, quella che cambia da realtà a realtà, in base al potere contrattuale dell’RSU e/o in base all’etica o alla ‘bontà d’animo’ del padrone e all’andamento dei suoi profitti.

Dal 2015 poi il jobs act ha, con l’art.51, equiparato il contratto nazionale collettivo alla contrattazione di secondo livello su un numero abnorme di regole (comprese la percentuale massima dei lavoratori a tempo determinato e la durata massima degli stessi), rendendo di fatto del tutto variabili in base al luogo e al datore di lavoro le condizioni materiali dei lavoratori della medesima categoria.

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Attacco bipartisan alle pensioni. Quando la solidarietà tra generazioni diventa un dispositivo neoliberale

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inps 500pxdi Alessandro Somma
MicroMega Online

Due proposte di legge

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha da poco iniziato l’esame di due proposte di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, nella parte in cui menziona il diritto alla pensione e precisa che alla sua attuazione “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Con la prima proposta, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione, dal Pd ai Fratelli d’Italia, si vuole puntualizzare che il diritto alla pensione si attua “secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni”1. La seconda proposta è stata presentata da deputati del Pd e ha un contenuto simile: vuole precisare che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria”2.

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“Houston, abbiamo un problema”

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Industria 4di Andrea Aimar
da sbilanciamoci.info

Le trasformazioni tecnologiche di Industria 4.0 ci pongono di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti. Un dibattito in vista del G7 di settembre a Torino

Sono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% [1]o 47%[2]le ipotesi più radicali, 9% [3]quelle più caute, 35%[4] per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

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Al supermarket del Capitale

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capitalismdi Ufficio Credito ed Assicurazioni del Partito della Rifondazione Comunista

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’unica cosa che non ci è del tutto chiara dell’acquisizione delle parti buone di Veneto Banca e Popolare di Vicenza da parte di Intesa Sanpaolo è come abbia pagato, alla fine della “faticosa” trattativa, l’AD del Gruppo Carlo Messina. Se cercando una monetina, un po’ imbarazzato, nelle tasche di giacca e pantaloni, se chiedendo al Ministro Padoan l’IBAN sul quale l’indomani fare un bonifico o se, come dicono i più informati, consegnando due assegni circolari da 0,50 cent, uno per ognuna delle due ex-banche concorrenti.

Per il resto, si tratta di un’operazione che, al di là della complessità tecnica e dell’infinita (e in buona parte originale) serie di clausole di salvaguardia che l’acquirente privato ha imposto, appare nel suo significato politico-economico di una chiarezza straordinaria.

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Il Pd toglie ai lavoratori per dare alle banche

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salvataggio banche venete 510di Alessandro Somma

da MicroMega Online

E così, alla fine, il governo è riuscito a salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca, e con loro i correntisti con somme depositate oltre i centomila Euro e i possessori di obbligazioni senior: non subiranno le conseguenze previste dalla recente disciplina europea, quella sul mitico bail in, non dovranno cioè contribuire in prima persona al salvataggio. La parte sana delle due banche verrà regalata a Banca Intesa, che erediterà così una rete di sportelli in una tra le aree più ricche del Paese. E riceverà inoltre cinque miliardi di Euro per fronteggiare i costi dell’operazione, inclusa la gestione dei quasi quattromila lavoratori che perderanno il posto. La parte malata delle due banche verrà invece assorbita dallo Stato, che metterà a disposizione altri dodici miliardi di Euro come garanzia per i crediti deteriorati: quelli che hanno condotto i due istituti veneti alla rovina.

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Brancaccio: “Il capitalismo cambia, la sinistra è in ritardo”

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Emiliano Brnacaccio 510 intervistaintervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena

da MicroMega Online

Dopo il salvataggio delle banche venete, per l’economista siamo giunti ad un sistema che privatizza i profitti e socializza le perdite: “L’intervento dello Stato a favore dei capitali privati, tra l'altro, implica aumenti significativi del debito pubblico”. Così boccia la visione dello Stato come semplice “ancella” del capitale privato e non vede in Italia forze politiche capaci di proporre un'alternativa: “A sinistra del Pd noto ancora molta subalternità culturale ai vecchi slogan del liberismo, sebbene la realtà si rivolti da tempo contro di essi”. Difendere la Costituzione? “Non basta”. 

«Siamo giunti ad un sistema che alla luce del sole privatizza i profitti e socializza le perdite». Con una recente intervista in cui dichiarava che alle presidenziali francesi non avrebbe votato «né per la fascista Le Pen né per il liberista Macron» Emiliano Brancaccio aveva diviso il popolo della sinistra.

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DL 50/2017: un taglio dei salari poco visibile..

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salario imprenditori lentedi Luca Scacchi, Cd CGIL
da sindacatounaltracosa.org

Pochi se ne sono accorti, quasi nessuno ne ha parlato. Con la manovra correttiva dello scorso aprile, il governo Gentiloni ha aperto la possibilità di tagliare i salari di più di 160 euro netti annui (quello che molti contratti hanno conquistato per l’anno in corso, in alcuni settori come i metalmeccanici persino di più). Un taglio che non colpisce indistintamente tutti i lavoratori e le lavoratrici, ma paradossalmente proprio quelli che potremmo definire “classe centrale”: quelli che lavorano nelle aziende più grandi, più sindacalizzate, dove c’è una contrattazione di secondo livello ed un’organizzazione del lavoro più sofisticata. In pratica, ci si propone di tagliare i salari dove il capitale investe di più e dove c’è una classe lavoratrice più organizzata. Lo si fa, però, con un meccanismo particolare che rende questo taglio poco percepibile, in primo luogo agli stessi lavoratori che lo subiscono. Vediamo come.

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La fabbrica è casa nostra

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ceme carugateda radioarticolo1.it

Questa storia la racconto io, ma non è solo la mia storia. E’ anche quella di Sofia, Antonella, Cristina e delle altre lavoratrici della Ceme di Carugate. Sono Maria, oggi ho 46 anni e ne avevo 16 quando ho iniziato a lavorare nello stabilimento di Cologno di questa azienda. Poi, cinque anni dopo, quando hanno aperto la fabbrica di Carugate, il fondatore della Ceme Spa (era il padrone, certo, ma una brava persona) mi ha proposto di andare lì. All’inizio c’eravamo solo io, un altro lavoratore e una pressa. Con il tempo l’azienda si è ingrandita, sono arrivate Anna, Sabina e le altre.

In quello stabilimento siamo state adolescenti, siamo diventate donne, abbiamo trovato un compagno, un marito, alcune hanno fatto dei bambini. Insomma, questa azienda è un po’ anche nostra anzi, forse è più nostra che di chi oggi la vuole distruggere.

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Il lavoro? Sempre più irregolare

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ispettoredellavorodi Marta Fana
da temi.repubblica.it

Affrontare il tema del lavoro irregolare presenta ampi margini di complessità legati sia alla natura del fenomeno, che per definizione si sottrae alle informazioni ufficiali, sia alle variegate modalità con cui si presenta.

Stando alle definizioni ufficiali, utilizzate dall’Istat, le unità di lavoro irregolare sono quelle «relative a prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia lavoristica, fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative»[1]. Dal quadro d’insieme, riportato dall’Istituto Nazionale di Statistica e aggiornato fino al 2014, emerge che il contributo al pil del lavoro irregolare ammonta a 77,2 miliardi di euro, corrispondente a circa il 5,3% del valore aggiunto totale. A questi dati corrisponde una stima di 3 milioni 667mila unità di lavoro irregolare, di cui 2 milioni 595mila relative a posizioni di lavoro subordinato e 1 milione e 72mila a lavoro indipendente (o autonomo).

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Sindacatini, sindacatoni e attacco al diritto di sciopero

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scioperodi Segreteria nazionale CUB Sallca
da sallcacub.org

Il recente sciopero nel settore dei trasporti ha provocato reazioni isteriche da parte di alcuni personaggi politici, che meritano una nostra riflessione .

Per parlare di diritto di sciopero potremmo partire dal settore che conosciamo meglio, quello bancario. Cominciamo col dire che anche da noi va avviata una procedura di “raffreddamento” che dura in tutto una ventina di giorni, va dato il preavviso dieci giorni prima (ma le aziende possono anche decidere di non mettere i cartelli) e spesso la controparte neppure si presenta in sede di conciliazione. Insomma, gli obblighi sono solo per noi.

Ma quali diritti dell’utenza devono essere tutelati? Il settore bancario venne inserito a suo tempo tra quelli nei quali deve essere garantito il servizio minimo essenziale, costituito, nel nostro caso, dal pagamento di stipendi e pensioni e dai mezzi di sussistenza  per le persone.

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