Internazionale

Carceri israeliane: cresce il numero dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame

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da http://nena-news.globalist.it/

 

political-prisonersLe autorità e la stampa israeliane minimizzano. In realtà la campagna di disobbedienza civile portata avanti dai detenuti palestinesi si è estesa a molte carceri israeliane. Da oggi in sciopero anche gli ex carcerati, in segno di solidarietà.

 

Ramallah,05 ottobre 2011, Nena News – Si è estesa a migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane la campagna di disobbedienza civile, incluso lo sciopero della fame, iniziata nelle prigioni di Rimon e Nafha 8 giorni fa, per chieder migliori condizioni di vita. Una campagna rafforzata dal secco niet dell’amministrazione israeliana, di soddisfare anche solo parte delle richieste dei detenuti politici, più di 5000 palestinesi, fra cui 200 minorenni, secondo l’associazione per i diritti umani B’Tselem (e inclusi 219 palestinesi in detenzione amministrativa); richieste che i prigionieri palestinesi avanzano da tempo, ma che le autorità israeliane non vogliono ascoltare: la fine della pratica dell’isolamento che Israele utilizza come “punizione collettiva”, la fine delle ispezioni umilianti, fine anche della pratica secondo la quale ai detenuti vengono legati mani e piedi durante le visite di familiari e avvocati; chiedono inoltre permessi per poter studiare. Condizioni che il governo Netanyahu si rifiuta categoricamente di concedere, come confermato dal Ministro palestinese per i prigionieri, Issa Quraqe in seguito all’incontro tenutosi lo scorso martedì tra i rappresentanti dei detenuti, il vicedirettore del carcere israeliano di Ramon e ufficiali dell’intelligence israeliana.

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Il veto di Cina e Russia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Siria

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Cina e Russia, due dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, hanno opposto il loro veto al progetto di risoluzione stilato dai Paesi occidentali, nel quale si condanna il regime siriano "per la repressione dell'opposizione".

 

Il testo della risoluzione, già limato dagli occidentali per tentare di sormontare le riserve di Pechino e Mosca, minacciava il regime siriano del presidente Bashar al Assad di "misure mirate", e non di "sanzioni".

 

Si tratta del primo veto russo-cinese dal 2008, quando i due paesi bloccarono le sanzioni Onu contro il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe.


dalle agenzie

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Le cause del debito europeo e il che fare

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di Domenico Moro, Responsabile progetto per la formazione del Comitato Scientifico dell'Associazione Marx XXI


Pubblichiamo in anteprima questo articolo che uscirà sul prossimo numero della rivista "MarxVentuno" attualmente in corso di stampa

 

1. Un passaggio di fase storica


europe after_the_greek_crisis_868515La crisi del debito sovrano europeo sta determinando una guerra non guerreggiata tra Stati, tra aree valutarie, soprattutto una guerra di classe. Oggetto di questa guerra sono i lavoratori, che subiscono un attacco senza precedenti al salario e al welfare, con possibili ripercussioni sui livelli di democrazia. I governi adottano politiche restrittive nel tentativo di ridurre il debito con l’effetto di ridurre la crescita e aumentare il peso percentuale del debito sul Pil. Praticamente l’economia europea si trova in un cul de sac. Confindustria ripete il solito refrain, la richiesta delle salvifiche “riforme” di struttura: privatizzazioni, riduzione delle tasse per le aziende, riduzione del costo del lavoro, aumento dell’età pensionabile, abolizione del contratto nazionale. Tutte misure, alcune già adottate nel passato, che ci hanno portato alla situazione in cui siamo, e che ora la aggraverebbero.

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Italia: aggressore della Libia

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di Diego Angelo Bertozzi

 

guerra libia_ansa_italia_comando_nato-w350L'operazione neocoloniale in Libia ha visto, e vede tutt'ora, l'Italia impegnata in prima persona. Un impegno, iniziato in sordina tra le divisioni interne al governo - dove si imposta alla fine la fazione accesamente atlantista dei ministri della difesa La Russa e degli esteri Frattini - che si rivelato poi indispensabile. Senza la "portaerei" Italia, infatti, nessun serio intervento in Libia sarebbe stato possibile al di là del furore interventista di Parigi, Londra e Washington.


Nel panorama della stampa italiana soprattutto nei suoi quotidiani di punta - alla mascheratura ideologica umanitaria della spedizione punitiva - condivisa da tutto lo schieramento parlamentare e da alcuni ambienti della sinistra radicale - a sostegno dei sedicenti combattenti per la libertà si è unita una coltre di fumo sul reale impegno militare dell'aeronautica e della marina nostrane, preferendo presentare la nostra partecipazione come sostanzialmente logistica. Insomma, ci siamo ma le nostre mani non si sono macchiate di sangue.

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Russia, Putin lancia il progetto dell’Eurasia

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putin

Il futuro, per le repubbliche dell’ex blocco sovietico, è quello di ritrovarsi nell’Eurasia. Lo sostiene il primo ministro russo Vladimir Putin in un articolo pubblicato oggi sul quotidiano Izvestiya, nel quale sottolinea come il nuovo soggetto politico-istituzionale non sarebbe una nuova Unione sovietica, quanto un’associazione di Paesi che formi una sorta di “ponte” tra Europa e Asia e che si caratterizzi per un solido coordinamento delle politiche economiche e valutarie. Un progetto, scrive Putin, che ha le sue radici nell’attuale unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan: “La creazione di un’unione doganale e di spazi economici comuni – si legge nell’articolo – apre le porte alla nascita, in futuro, di un’unione economica euroasiatica”. “ Entrare a far parte dell’Unione euroasiatica – spiega -, oltre che comportare benefici economici, consentirebbe ai Paesi membri di integrarsi all’Europa più velocemente e partendo da una posizione di forza”.

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Guerre benedette

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di Manlio Dinucci

 

militari italiaMons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare e direttore della rivista dell’Ordinariato «Bonus Miles Christi» (il Buon Soldato di Cristo), prova «amarezza e disagio» di fronte a «chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’obiezione contro le spese militari». Questi miscredenti non capiscono che «il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano». Dall’Afghanistan alla Libia, «l’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilità, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani». Il militare svolge così «un servizio a vantaggio di tutto l’uomo e di ogni uomo, diventando protagonista di un grande movimento di carità nel proprio paese come in altre nazioni» (Avvenire, 2 giugno 2011).

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USA: cento giorni di solidarietà del movimento pacifista con il popolo iracheno

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di Medea Benjamin* | da www.counterpunch.org, traduzione a cura di Marx21.it

 

*Medea Benjamin è cofondatrice del gruppo per i diritti umani Global Exchange e del gruppo pacifista CODEPINK

 

usa pacifisti_iraq

Questa settimana segna l'inizio di quello che si suppone debbano essere gli ultimi cento giorni dell'occupazione statunitense dell'Iraq. Ma se, come è stato promesso (ripetutamente) le truppe statunitensi se ne andranno dall'Iraq alla fine di quest'anno, sarà necessaria la pressione dei gruppi di base per contrastare il sempre più chiassoso coro che chiede di “occupare l'Iraq per sempre” a Washington.

 

Nonostante il fatto che ci sia un accordo dell'era Bush con il governo iracheno per andarsene, nonostante il fatto che la maggioranza degli iracheni e degli statunitensi non appoggino la continua presenza statunitense e nonostante il fatto che si dica che il Congresso è in una fase di austerità, potenti forze (compresi generali, speculatori della guerra e falchi di entrambi i partiti) stanno esercitando pressione sul presidente Obama perché violi l'accordo negoziato dal suo predecessore e mantenga una quantità significativa di soldati in Iraq quando arriverà la data limite del 31 dicembre 2011.

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Bolivia: le ONG sbagliano su Morales e l'Amazzonia

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di Federico FuentesBolivia rising | traduzione a cura di Marx21.it

 

bolivia manifestanteDichiarazioni, articoli, lettere stanno circolando in Internet chiedendo la fine della “distruzione dell'Amazzonia”.

 

L'obiettivo di queste iniziative non è rappresentato dalle corporazioni transnazionali né dai potenti governi che le appoggiano, ma il governo del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales.

 

Al centro del dibattito c'è la controversa proposta del governo boliviano di costruire un'autostrada attraverso il Territorio Indigeno del Parco Nazionale Isidoro Sécure (TIPNIS).

 

Il Tipnis, che copre una superficie di più di 1 milione di ettari di foresta, ha ottenuto lo statuto di territorio indigeno dal governo di Evo Morales nel 2009. Circa 2.000 persone vivono in 64 comunità all'interno del TIPNIS.

 

Il 15 agosto, rappresentanti della “Subcentral” del TIPNIS che unisce queste comunità, e altri gruppi indigeni, hanno iniziato una marcia verso la capitale, La Paz, per protestare contro il piano dell'autostrada.

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Libia: le vere ragioni della guerra

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di F. William Engdahl - globalresearch.ca | Tradotto su blogghete.altervista.org.

 

africa03-w350La decisione presa negli ultimi mesi dalla NATO di bombardare la Libia, sotto la direzione di Washington, allo scopo di ottenerne la sottomissione – con un costo per i contribuenti americani pari circa ad 1 miliardo di dollari – ha poco o nulla a che vedere con ciò che l’amministrazione Obama definisce una missione “per proteggere i civili innocenti”. In realtà, tale aggressione fa parte di un più ampio assalto strategico, progettato dalla NATO e dal Pentagono, che ha l’obiettivo specifico di porre sotto totale controllo quello che è il tallone d’Achille della Cina, e cioè la sua dipendenza strategica dalle enormi quantità di petrolio greggio e gas che vengono importate dall’estero.

 

Oggi la Cina è il secondo maggior importatore mondiale di petrolio dopo gli Stati Uniti e la distanza tra i due si sta rapidamente colmando.

 

Se diamo un’attenta occhiata ad una cartina dell’Africa e poi osserviamo l’organizzazione in Africa del nuovo African Command (AFRICOM) del Pentagono, il quadro che ne emerge è quello di una strategia accuratamente predisposta per controllare una delle più importanti fonti strategiche della Cina per l’approvvigionamento di petrolio e materie prime.

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