Presidenziali USA: lo scenario peggiore

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trump clinton blackreddi Spartaco A. Puttini

L'articolo è apparso in “Gramsci oggi” rivista on line, ottobre 2016

Gli Stati Uniti si avviano alla fase terminale dell’esperienza costituita dall’Amministrazione Obama.

Questa è di per sé una buona notizia. Finalmente si assisterà alla fine del mito obamiano, dell’obamamania, che hanno imperversato sul mainstream nel tentativo di accreditare un imperialismo americano dal volto umano. Tentativo che col tempo è andato progressivamente appannandosi anche per quelle opinioni pubbliche occidentali che erano il target principale di questa vasta campagna di cosmesi politica e travisamento della realtà. Gli eventi degli ultimi mesi sottolineano che molte maschere sono cadute nel corso dei due mandati del presidente “nero”. Gli Usa hanno continuato a condurre con determinazione la corsa agli armamenti, aumentando la pressione su entrambi i fianchi del continente eurasiatico contro i loro antagonisti: Russia e Cina. Hanno legittimato il rovesciamento dei legittimi presidenti di Honduras, Paraguay e Brasile e assistito al suicidio argentino, per tacere dell’impegno profuso nella destabilizzazione del Venezuela. Tasselli che disegnano un tentativo complessivo di rimettere il guinzaglio all’America Latina. Hanno appoggiato un putsch nazista in Ucraina per lacerare i rapporti tra questo stato ex-sovietico e la Russia (e tra la Russia e l’Europa) con un’operazione molto ardita. Un bel colpo. Un’operazione che però ha avuto un costo: portare il paese al punto di non ritorno della disintegrazione, con la secessione delle regioni orientali e il ritorno della Crimea alla madrepatria. Conseguenze che Washington non può fare praticamente nulla per scongiurare.


Nel Vicino oriente gli Stati Uniti hanno giocato massicciamente la carta delle loro relazioni con gli ambienti jihadisti e i loro sponsor del Golfo Persico. Se sono riusciti a rovesciare Gheddafi e far piombare la Libia nel caos, con la Siria il colpo grosso non è riuscito. Nonostante l’invasione di mercenari e tagliagole da ogni angolo del globo, la società e le forze armate siriane non si sono disgregate. L’intervento degli alleati  iraniani, libanesi e soprattutto russi ha impresso una piega al conflitto sfavorevole ai jihadisti e ai loro sponsor. Gli Usa seguitano nella loro strategia di favorire la distruzione dello stato nazionale siriano tramite l’appoggio al separatismo curdo da un lato, alle bande jihadiste dall’altro.

Coloro che hanno sponsorizzato le stragi e i crimini delle bande terroriste contro la popolazione siriana piangono le vittime del conflitto solo ora che gli assediati sono i loro amici jihadisti. Salvo lamentarsi se le azioni terroriste di queste bande non si compiono più in Siria, ma in Europa… C’è qualcosa che stride nella narrazione di costoro su ciò che sta accadendo attorno a noi…

Mentre il mainstream tuona contro il pericolo del terrorismo islamico intossicando le opinione pubblica occidentali con il veleno dell’islamofobia, sul terreno gli Usa paracadutano (per errore?) aiuti all’Isis e bombardano (per errore?) le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano che combatte i terroristi, permettendo al Califfato di approfittarne per attaccare i siriani a Deir Ez-Zor. Dopo questa ennesima prodezza Obama ha parlato all’Onu tuonando contro la Russia, accusata di ingerenza negli affari interni dei paesi vicini e di utilizzo disinvolto dell’uso della forza: da che pulpito! Quando il presidente Usa era stato eletto, con una battuta di cattivo gusto, Berlusconi lo aveva definito “un presidente giovane e abbronzato”. Oggi più che abbronzato sembra esibire una faccia bronzea. La sua eredità è costituita da una russofobia alle stelle, un bilancio militare incontenibile, un abbraccio con gli ambienti jihadisti sempre più soffocante e pericoloso, la minaccia di una guerra calda tra grandi potenze sempre più incombente.

Nulla che lo possa far rimpiangere.

Queste primarie

Le primarie Usa appena terminate hanno mostrato chiaramente i segni della crisi di rappresentanza che caratterizza il sistema politico di quella che pretende di essere la più grande democrazia del mondo, ma che è solo un’oligarchia camuffata, come ha denunciato pubblicamente uno dei protagonisti della campagna per la nomination alla Casa Bianca, Bernie Sanders. La crisi economica ha impattato fortemente sul quadro politico e il rifiuto di tutto ciò che puzza di establishment è stato un dato centrale nel corso della campagna.

Tanto sul versante democratico che repubblicano (difficile utilizzare espressioni come sinistra e destra) si sono affermati fenomeni di contestazione del sistema. Sul versante democratico il senatore del Vermont Bernie Sanders è riuscito nell’intento di portare nel dibattito pubblico e nella competizione interna al partito democratico istanze sociali avanzate di stampo socialdemocratico. Uno degli elementi più significativi è stata l’attenzione alla questione sociale della working class e della classe media impoverita dalle politiche liberiste, il rifiuto dei trattati di libero commercio (una certa (n)eurosinistra ha molto da imparare) e la denuncia dell’occupazione del potere da parte delle oligarchie che hanno saturato lo spazio pubblico e che impediscono lo sviluppo di una vera dialettica democratica[1]. Su queste basi Sanders ha mostrato che è possibile riuscire a mobilitare l’elettorato, specialmente giovanile, spesso reduce dalla mobilitazioni dal basso di questi anni, presso il quale hanno fatto breccia idee che non possono trovare posto in un sistema liberale come quello americano, a meno di una rivoluzione politica. Per un momento è sembrato che le consuete linee di fratture tra gruppi e lobby che caratterizzano il discorso pubblico americano all’insegna della tematica delle differenze potessero lasciare il posto al ritorno nel dibattito della centralità della questione sociale. Qualcuno ha persino sostenuto che il vento del reaganismo fosse finito[2].

Ma la rivoluzione politica non c’è stata. Per tutte le primarie la Clinton ha avuto il sostegno dei grandi elettori del partito che hanno fatto quadrato attorno alla sua candidatura, come ha mostrato anche lo scandalo delle mail, la cui pubblicazione è stata grottescamente imputata a Putin. Alla vigilia delle elezioni in California la base del partito era però abbastanza spaccata da non dare per scontato l’esito delle primarie in quello stato cruciale. I sondaggi davano Sanders in netto vantaggio in un eventuale confronto diretto con il candidato repubblicano Trump per la Casa Bianca. Sanders, in effetti, aveva il vantaggio di poter mobilitare l’elettorato progressista senza concedere spazio alla demagogia di Trump sul versante delle classi medio-basse impoverite dalla crisi e dal liberismo. In quel frangente la direzione nazionale del partito democratico e lo stesso Obama hanno dato vincente la Clinton chiedendo addirittura a Sanders di ritirarsi prima della fine della competizione, esercitando sulla stessa un’indebita pressione. Se un’ingerenza simile l’avesse esercitata Vladimir Putin nelle ultime elezioni per la Duma di Stato cosa non avrebbero ricamato i nostri giornali! Una pressione, quella dell’establishment democratico, che ha avuto un esito forse determinante nel disegnare il perimetro dei rapporti di forza nella fase finale della consultazione per la nomination. Durante le primarie Sanders ha mostrato di non saper convogliare attorno alla sua candidatura le preferenze delle minoranze nere e ispaniche, le cui lobby hanno garantito un ottimo bacino di voti per la Clinton, tranne che presso gli strati più giovani e radicalizzati. Ma se il voto delle minoranze è determinante per scegliere la nomination democratica non lo è ancora per scegliere il presidente, se non si sa parlare anche alla working class bianca e al ceto medio in difficoltà. La Clinton non lo sa fare. Il suo sfidante repubblicano invece sì.

Trump unisce il mito americano dell’uomo che si è fatto da solo alla denuncia populista dell’establishment, di cui la Clinton è chiara rappresentante. Il suo motto non a caso è che l’America deve tornare grande. Sia Sanders che Trump si rifanno al filone carsico del populismo statunitense, ma mentre Sanders lo declina nel senso progressista della partecipazione e dell’inclusione, Trump lo trasforma in un’assunzione leaderistica e decisionista delle domande e della rabbia che caratterizza un popolo sconfitto da trent’anni di liberismo. Le sue strali si appuntano contro la classe politica, le minoranze e, vera rottura con la narrazione dei repubblicani, contro i trattati di libero commercio. Trump è stato visto come il fumo negli occhi dai vertici del partito repubblicano, ma ha raccolto solo i frutti di qualche decennio di radicalizzazione della destra Usa all’insegna di ciò che hanno seminato i neoconservatori.

Il linguaggio rude e anche grezzo di Trump fa presa su un pubblico disincantato e nasconde, dietro la sua apparente semplicità, sofisticate capacità comunicative, come ha notato George Lakoff[3].

Il sistema politico statunitense si è dimostrato abbastanza flessibile da introiettare nelle primarie e nella gara per la nomination le spinte al dissenso ma al tempo stesso il sistema è stato abbastanza rigido da evitare il sorgere di una terza posizione credibile tra i due partiti del sistema. La neutralizzazione di Sanders di fatto ha avvantaggiato l’opzione di indirizzare lo sfogo verso la demagogia di Trump.

Trump ritorce contro la Clinton il mito delle esperienze e della capacità di guidare la macchina dell’Amministrazione[4]. Dati i risultati disastrosi che le élites possono mostrare ai loro popoli circa la bontà delle politiche che hanno messo in campo negli ultimi decenni è un gioco facile. Ma la vera differenza nell’impostazione dei problemi da parte di Trump rispetto alla destra repubblicana tradizionale e all’establishment democratico sta nella politica estera, almeno basandosi sulle dichiarazioni.

Trump sembrerebbe propenso a sviluppare una politica di distensione con la Russia o quanto meno a non assecondare la politica di pericolosa contrapposizione portata avanti dai falchi dei centri di potere statunitensi. Per questo durante la campagna più volte gli è stato rinfacciato di essere un “amico” di Putin, un’accusa risibile, che però dice tutto del clima che si respira nei corridoi del potere statunitense.  Trump sembra incline a favorire il ritorno dell’America a una politica di isolazionismo per lenire le sue ferite interne. Da qui le sue sparate contro la Nato. Sembra invece più incline a credere nel pericolo del bau-bau islamista costruito dalle centrali informative occidentali ed eterodiretto da quelle di intelligence Usa.  Mantenga o meno lo sue promesse e riesca o meno a resistere alle pressioni che si abbatterebbero su di lui una volta alla Casa Bianca è evidente come egli allo stato attuale sia per i popoli del pianeta assai meno pericoloso della guerafondaia e russofoba Killary Clinton. Sembrerebbe invece più determinato a tenere una posizione ferma con la Cina, quantomeno nel campo commerciale e a invertire l’insidiosa politica avvolgente di Obama nei confronti di Cuba.

Le sue prese di posizione sui diritti civili e umani sono senza alcun dubbio assolutamente riprovevoli e dipenderà da quanto riuscirà a rendersi odioso all’elettorato democratico e mediano se la Clinton alla fine riuscirà a recuperare, almeno in parte, gli elettori che le avevano preferito Sanders. Agli occhi degli altri popoli del mondo, però, le sparate di Trump non possono far dimenticare la realtà della politica “sociocida” sponsorizzata in primo luogo proprio dalla Clinton in Libia, Siria e Ucraina, né il ghigno agghiacciante con cui la Segretaria del Dipartimento di Stato aveva accolto la notizia del barbaro linciaggio di Gheddafi.

A conti fatti, tanto per cambiare, i democratici Usa non possono certo vantare alcuna patente di nobiltà rispetto alla loro controparte. Un’Amministrazione Trump potrebbe essere l’ideale per acuire le contraddizioni interne agli Usa e accompagnarne il declino. Un’amministrazione Clinton promette una macabra escalation verso il confronto con Russia e Cina per il dominio statunitense del globo. Come ha notato Paul Craig Roberts:

“Un voto a Hitlery è un voto per la guerra. Nonostante questo sia più che ovvio, i media statunitensi, a reti unificate, stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per abbattere Trump e far eleggere Hitlery. Tutto ciò cosa ci dice sull’intelligenza del “Unipower”, “l’unica superpotenza del mondo”, il “popolo indispensabile”, la “nazione eccezionale”? Ci dice che sono scemi come la m**da. Gli americani, creature della “Matrix” creata dai loro propagandisti, vedono minacce immaginarie e non vedono quelle reali.

Ciò che i russi e i cinesi vedono è un popolo troppo indottrinato e ignorante per essere di alcun aiuto nella pace. Vedono la guerra che arriva e si stanno preparando”[5].

Scritto da un membro dell’Amministrazione Reagan non è poco…

Persino Brzezinski[6] ha iniziato a suggerire la necessità di una politica più avvolgente per rompere l’alleanza sino-russa, rimandando sine die i sogni di gloria di un impero millenario e di un ordine unipolare. Anche Obama, proprio come Bush, ha finito per rafforzare il saldarsi delle alleanze anti-egemoniche. Quella che si è manifestata platealmente in questi mesi tra Russia, Cina ed Iran è la manifestazione più evidente di ciò che era già in gestazione da almeno quindici anni. La Clinton però sembra la candidata dello scontro frontale, per questo è la candidata dei centri del potere statunitense (che probabilmente vincerà) e degli ultra-filoamericani di casa nostra, che non temono la prospettiva che il potere degli Stati Uniti diventi ancora più esorbitante e gli istinti bellicisti del Pentagono ma che temono l’ipotesi che l’America si chiuda nell’isolazionismo...

In ogni caso, queste presidenziali mettono il mondo di fronte allo scenario peggiore. Sono destinate ad avere un grande impatto sulla nazione che si pretende messianicamente “necessaria” e che rappresenta oggi, a causa della sua politica ambiziosa ed aggressiva un problema concreto e una pericolosa fonte di instabilità.


NOTE


[1]              D. Palano, Welfare, democrazia e inclusione: la rivoluzione politica di Bernie Sanders; in: “Via Romagnosi”: http://www.fondazionefeltrinelli.it/welfare-democrazia-e-inclusione-la-rivoluzione-politica-di-bernie-sanders/ .

[2]              M. Mazzonis, Bernie Sanders, da dove vengono i socialisti del Vermont; in: “L’Avanti!”: http://www.avantionline.it/2016/02/bernie-sanders-da-dove-vengono-i-socialisti-del-vermont-martino-mazzonis-pagina99/#.V-0uvsbr1jq .

[3]              George Lakoff: “Carisma e battute, la formula Trump parla direttamente al nostro cervello”; in: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/21/news/george_lakoff_carisma_e_battute_la_formula_trump_parla_direttamente_al_nostro_cervello_-144553118/ .

[4]              Si veda l’interessante analisi di Carlo Invernizzi Accetti: Trump e Clinton, tra populismo e tecnocrazia; in “Via Romagnosi” : http://www.fondazionefeltrinelli.it/viaromagnosi-trump-clinton-tra-populismo-e-tecnocrazia/ .

[5]              P. Craig Roberts, Ripensare la Guerra fredda; in: “Voci dall’estero”: http://vocidallestero.it/2016/08/13/craig-roberts-ripensare-la-guerra-fredda/ .

[6]              M. Whitney, The Broken Chessboard: Brzezinski Gives Up on Empire; in: “Counterpunch”: http://www.counterpunch.org/2016/08/25/the-broken-chessboard-brzezinski-gives-up-on-empire/

Presidenziali USA: lo scenario peggiore

di Spartaco A. Puttini

 

L'articolo è apparso in “Gramsci oggi” rivista on line, ottobre 2016

 

Gli Stati Uniti si avviano alla fase terminale dell’esperienza costituita dall’Amministrazione Obama.

Questa è di per sé una buona notizia. Finalmente si assisterà alla fine del mito obamiano, dell’obamamania, che hanno imperversato sul mainstream nel tentativo di accreditare un imperialismo americano dal volto umano. Tentativo che col tempo è andato progressivamente appannandosi anche per quelle opinioni pubbliche occidentali che erano il target principale di questa vasta campagna di cosmesi politica e travisamento della realtà. Gli eventi degli ultimi mesi sottolineano che molte maschere sono cadute nel corso dei due mandati del presidente “nero”. Gli Usa hanno continuato a condurre con determinazione la corsa agli armamenti, aumentando la pressione su entrambi i fianchi del continente eurasiatico contro i loro antagonisti: Russia e Cina. Hanno legittimato il rovesciamento dei legittimi presidenti di Honduras, Paraguay e Brasile e assistito al suicidio argentino, per tacere dell’impegno profuso nella destabilizzazione del Venezuela. Tasselli che disegnano un tentativo complessivo di rimettere il guinzaglio all’America Latina. Hanno appoggiato un putsch nazista in Ucraina per lacerare i rapporti tra questo stato ex-sovietico e la Russia (e tra la Russia e l’Europa) con un’operazione molto ardita. Un bel colpo. Un’operazione che però ha avuto un costo: portare il paese al punto di non ritorno della disintegrazione, con la secessione delle regioni orientali e il ritorno della Crimea alla madrepatria. Conseguenze che Washington non può fare praticamente nulla per scongiurare.

 

Nel Vicino oriente gli Stati Uniti hanno giocato massicciamente la carta delle loro relazioni con gli ambienti jihadisti e i loro sponsor del Golfo Persico. Se sono riusciti a rovesciare Gheddafi e far piombare la Libia nel caos, con la Siria il colpo grosso non è riuscito. Nonostante l’invasione di mercenari e tagliagole da ogni angolo del globo, la società e le forze armate siriane non si sono disgregate. L’intervento degli alleati  iraniani, libanesi e soprattutto russi ha impresso una piega al conflitto sfavorevole ai jihadisti e ai loro sponsor. Gli Usa seguitano nella loro strategia di favorire la distruzione dello stato nazionale siriano tramite l’appoggio al separatismo curdo da un lato, alle bande jihadiste dall’altro.

 

Coloro che hanno sponsorizzato le stragi e i crimini delle bande terroriste contro la popolazione siriana piangono le vittime del conflitto solo ora che gli assediati sono i loro amici jihadisti. Salvo lamentarsi se le azioni terroriste di queste bande non si compiono più in Siria, ma in Europa… C’è qualcosa che stride nella narrazione di costoro su ciò che sta accadendo attorno a noi…

 

Mentre il mainstream tuona contro il pericolo del terrorismo islamico intossicando le opinione pubblica occidentali con il veleno dell’islamofobia, sul terreno gli Usa paracadutano (per errore?) aiuti all’Isis e bombardano (per errore?) le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano che combatte i terroristi, permettendo al Califfato di approfittarne per attaccare i siriani a Deir Ez-Zor. Dopo questa ennesima prodezza Obama ha parlato all’Onu tuonando contro la Russia, accusata di ingerenza negli affari interni dei paesi vicini e di utilizzo disinvolto dell’uso della forza: da che pulpito! Quando il presidente Usa era stato eletto, con una battuta di cattivo gusto, Berlusconi lo aveva definito “un presidente giovane e abbronzato”. Oggi più che abbronzato sembra esibire una faccia bronzea. La sua eredità è costituita da una russofobia alle stelle, un bilancio militare incontenibile, un abbraccio con gli ambienti jihadisti sempre più soffocante e pericoloso, la minaccia di una guerra calda tra grandi potenze sempre più incombente.

Nulla che lo possa far rimpiangere.

 

Queste primarie

 

Le primarie Usa appena terminate hanno mostrato chiaramente i segni della crisi di rappresentanza che caratterizza il sistema politico di quella che pretende di essere la più grande democrazia del mondo, ma che è solo un’oligarchia camuffata, come ha denunciato pubblicamente uno dei protagonisti della campagna per la nomination alla Casa Bianca, Bernie Sanders. La crisi economica ha impattato fortemente sul quadro politico e il rifiuto di tutto ciò che puzza di establishment è stato un dato centrale nel corso della campagna.

Tanto sul versante democratico che repubblicano (difficile utilizzare espressioni come sinistra e destra) si sono affermati fenomeni di contestazione del sistema. Sul versante democratico il senatore del Vermont Bernie Sanders è riuscito nell’intento di portare nel dibattito pubblico e nella competizione interna al partito democratico istanze sociali avanzate di stampo socialdemocratico. Uno degli elementi più significativi è stata l’attenzione alla questione sociale della working class e della classe media impoverita dalle politiche liberiste, il rifiuto dei trattati di libero commercio (una certa (n)eurosinistra ha molto da imparare) e la denuncia dell’occupazione del potere da parte delle oligarchie che hanno saturato lo spazio pubblico e che impediscono lo sviluppo di una vera dialettica democratica[1]. Su queste basi Sanders ha mostrato che è possibile riuscire a mobilitare l’elettorato, specialmente giovanile, spesso reduce dalla mobilitazioni dal basso di questi anni, presso il quale hanno fatto breccia idee che non possono trovare posto in un sistema liberale come quello americano, a meno di una rivoluzione politica. Per un momento è sembrato che le consuete linee di fratture tra gruppi e lobby che caratterizzano il discorso pubblico americano all’insegna della tematica delle differenze potessero lasciare il posto al ritorno nel dibattito della centralità della questione sociale. Qualcuno ha persino sostenuto che il vento del reaganismo fosse finito[2].

 

Ma la rivoluzione politica non c’è stata. Per tutte le primarie la Clinton ha avuto il sostegno dei grandi elettori del partito che hanno fatto quadrato attorno alla sua candidatura, come ha mostrato anche lo scandalo delle mail, la cui pubblicazione è stata grottescamente imputata a Putin. Alla vigilia delle elezioni in California la base del partito era però abbastanza spaccata da non dare per scontato l’esito delle primarie in quello stato cruciale. I sondaggi davano Sanders in netto vantaggio in un eventuale confronto diretto con il candidato repubblicano Trump per la Casa Bianca. Sanders, in effetti, aveva il vantaggio di poter mobilitare l’elettorato progressista senza concedere spazio alla demagogia di Trump sul versante delle classi medio-basse impoverite dalla crisi e dal liberismo. In quel frangente la direzione nazionale del partito democratico e lo stesso Obama hanno dato vincente la Clinton chiedendo addirittura a Sanders di ritirarsi prima della fine della competizione, esercitando sulla stessa un’indebita pressione. Se un’ingerenza simile l’avesse esercitata Vladimir Putin nelle ultime elezioni per la Duma di Stato cosa non avrebbero ricamato i nostri giornali! Una pressione, quella dell’establishment democratico, che ha avuto un esito forse determinante nel disegnare il perimetro dei rapporti di forza nella fase finale della consultazione per la nomination. Durante le primarie Sanders ha mostrato di non saper convogliare attorno alla sua candidatura le preferenze delle minoranze nere e ispaniche, le cui lobby hanno garantito un ottimo bacino di voti per la Clinton, tranne che presso gli strati più giovani e radicalizzati. Ma se il voto delle minoranze è determinante per scegliere la nomination democratica non lo è ancora per scegliere il presidente, se non si sa parlare anche alla working class bianca e al ceto medio in difficoltà. La Clinton non lo sa fare. Il suo sfidante repubblicano invece sì.

 

Trump unisce il mito americano dell’uomo che si è fatto da solo alla denuncia populista dell’establishment, di cui la Clinton è chiara rappresentante. Il suo motto non a caso è che l’America deve tornare grande. Sia Sanders che Trump si rifanno al filone carsico del populismo statunitense, ma mentre Sanders lo declina nel senso progressista della partecipazione e dell’inclusione, Trump lo trasforma in un’assunzione leaderistica e decisionista delle domande e della rabbia che caratterizza un popolo sconfitto da trent’anni di liberismo. Le sue strali si appuntano contro la classe politica, le minoranze e, vera rottura con la narrazione dei repubblicani, contro i trattati di libero commercio. Trump è stato visto come il fumo negli occhi dai vertici del partito repubblicano, ma ha raccolto solo i frutti di qualche decennio di radicalizzazione della destra Usa all’insegna di ciò che hanno seminato i neoconservatori.

Il linguaggio rude e anche grezzo di Trump fa presa su un pubblico disincantato e nasconde, dietro la sua apparente semplicità, sofisticate capacità comunicative, come ha notato George Lakoff[3].

Il sistema politico statunitense si è dimostrato abbastanza flessibile da introiettare nelle primarie e nella gara per la nomination le spinte al dissenso ma al tempo stesso il sistema è stato abbastanza rigido da evitare il sorgere di una terza posizione credibile tra i due partiti del sistema. La neutralizzazione di Sanders di fatto ha avvantaggiato l’opzione di indirizzare lo sfogo verso la demagogia di Trump.

 

Trump ritorce contro la Clinton il mito delle esperienze e della capacità di guidare la macchina dell’Amministrazione[4]. Dati i risultati disastrosi che le élites possono mostrare ai loro popoli circa la bontà delle politiche che hanno messo in campo negli ultimi decenni è un gioco facile. Ma la vera differenza nell’impostazione dei problemi da parte di Trump rispetto alla destra repubblicana tradizionale e all’establishment democratico sta nella politica estera, almeno basandosi sulle dichiarazioni.

 

Trump sembrerebbe propenso a sviluppare una politica di distensione con la Russia o quanto meno a non assecondare la politica di pericolosa contrapposizione portata avanti dai falchi dei centri di potere statunitensi. Per questo durante la campagna più volte gli è stato rinfacciato di essere un “amico” di Putin, un’accusa risibile, che però dice tutto del clima che si respira nei corridoi del potere statunitense.  Trump sembra incline a favorire il ritorno dell’America a una politica di isolazionismo per lenire le sue ferite interne. Da qui le sue sparate contro la Nato. Sembra invece più incline a credere nel pericolo del bau-bau islamista costruito dalle centrali informative occidentali ed eterodiretto da quelle di intelligence Usa.  Mantenga o meno lo sue promesse e riesca o meno a resistere alle pressioni che si abbatterebbero su di lui una volta alla Casa Bianca è evidente come egli allo stato attuale sia per i popoli del pianeta assai meno pericoloso della guerafondaia e russofoba Killary Clinton. Sembrerebbe invece più determinato a tenere una posizione ferma con la Cina, quantomeno nel campo commerciale e a invertire l’insidiosa politica avvolgente di Obama nei confronti di Cuba.

 

Le sue prese di posizione sui diritti civili e umani sono senza alcun dubbio assolutamente riprovevoli e dipenderà da quanto riuscirà a rendersi odioso all’elettorato democratico e mediano se la Clinton alla fine riuscirà a recuperare, almeno in parte, gli elettori che le avevano preferito Sanders. Agli occhi degli altri popoli del mondo, però, le sparate di Trump non possono far dimenticare la realtà della politica “sociocida” sponsorizzata in primo luogo proprio dalla Clinton in Libia, Siria e Ucraina, né il ghigno agghiacciante con cui la Segretaria del Dipartimento di Stato aveva accolto la notizia del barbaro linciaggio di Gheddafi.

 

A conti fatti, tanto per cambiare, i democratici Usa non possono certo vantare alcuna patente di nobiltà rispetto alla loro controparte. Un’Amministrazione Trump potrebbe essere l’ideale per acuire le contraddizioni interne agli Usa e accompagnarne il declino. Un’amministrazione Clinton promette una macabra escalation verso il confronto con Russia e Cina per il dominio statunitense del globo. Come ha notato Paul Craig Roberts:

“Un voto a Hitlery è un voto per la guerra. Nonostante questo sia più che ovvio, i media statunitensi, a reti unificate, stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per abbattere Trump e far eleggere Hitlery. Tutto ciò cosa ci dice sull’intelligenza del “Unipower”, “l’unica superpotenza del mondo”, il “popolo indispensabile”, la “nazione eccezionale”? Ci dice che sono scemi come la m**da. Gli americani, creature della “Matrix” creata dai loro propagandisti, vedono minacce immaginarie e non vedono quelle reali.

Ciò che i russi e i cinesi vedono è un popolo troppo indottrinato e ignorante per essere di alcun aiuto nella pace. Vedono la guerra che arriva e si stanno preparando”[5].

Scritto da un membro dell’Amministrazione Reagan non è poco…

 

Persino Brzezinski[6] ha iniziato a suggerire la necessità di una politica più avvolgente per rompere l’alleanza sino-russa, rimandando sine die i sogni di gloria di un impero millenario e di un ordine unipolare. Anche Obama, proprio come Bush, ha finito per rafforzare il saldarsi delle alleanze anti-egemoniche. Quella che si è manifestata platealmente in questi mesi tra Russia, Cina ed Iran è la manifestazione più evidente di ciò che era già in gestazione da almeno quindici anni. La Clinton però sembra la candidata dello scontro frontale, per questo è la candidata dei centri del potere statunitense (che probabilmente vincerà) e degli ultra-filoamericani di casa nostra, che non temono la prospettiva che il potere degli Stati Uniti diventi ancora più esorbitante e gli istinti bellicisti del Pentagono ma che temono l’ipotesi che l’America si chiuda nell’isolazionismo...

 

In ogni caso, queste presidenziali mettono il mondo di fronte allo scenario peggiore. Sono destinate ad avere un grande impatto sulla nazione che si pretende messianicamente “necessaria” e che rappresenta oggi, a causa della sua politica ambiziosa ed aggressiva un problema concreto e una pericolosa fonte di instabilità.



[1]              D. Palano, Welfare, democrazia e inclusione: la rivoluzione politica di Bernie Sanders; in: “Via Romagnosi”: http://www.fondazionefeltrinelli.it/welfare-democrazia-e-inclusione-la-rivoluzione-politica-di-bernie-sanders/ .

[2]              M. Mazzonis, Bernie Sanders, da dove vengono i socialisti del Vermont; in: “L’Avanti!”: http://www.avantionline.it/2016/02/bernie-sanders-da-dove-vengono-i-socialisti-del-vermont-martino-mazzonis-pagina99/#.V-0uvsbr1jq .

[3]              George Lakoff: “Carisma e battute, la formula Trump parla direttamente al nostro cervello”; in: http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/21/news/george_lakoff_carisma_e_battute_la_formula_trump_parla_direttamente_al_nostro_cervello_-144553118/ .

[4]              Si veda l’interessante analisi di Carlo Invernizzi Accetti: Trump e Clinton, tra populismo e tecnocrazia; in “Via Romagnosi” : http://www.fondazionefeltrinelli.it/viaromagnosi-trump-clinton-tra-populismo-e-tecnocrazia/ .

[5]              P. Craig Roberts, Ripensare la Guerra fredda; in: “Voci dall’estero”: http://vocidallestero.it/2016/08/13/craig-roberts-ripensare-la-guerra-fredda/ .

[6]              M. Whitney, The Broken Chessboard: Brzezinski Gives Up on Empire; in: “Counterpunch”: http://www.counterpunch.org/2016/08/25/the-broken-chessboard-brzezinski-gives-up-on-empire/