Ritiro dall’Afghanistan: fallimento USA e pace lontana

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Afghanistan1di Maria Morigi

In questo fine 2020 si può vedere che gli Usa non solo riescono a perdere le guerre, ma anche ogni possibilità di creare una pace. Alla faccia delle “guerre umanitarie” dei presidenti. 

Facciamo un bilancio: il primo intervento Nato in Afghanistan ha favorito l’alleanza tra signori della guerra e signori della droga, ha dato campo ai trafficanti di gestire e sottrarre ricchezze tramite gruppi di interesse, ha consentito ai contadini afghani di pagare bollette più convenienti garantite dalla protezione talebana. Lo Stato democratico afghano e i suoi presidenti (Karzai e Ghani) sono deboli simulacri privi di rappresentanza e decisione autonoma. Cancellare l’influenza dei talebani è stata una pia illusione occidentale durata fino all’operazione Anaconda, più o meno fino al 2004. 


Tra 2004-2014 quella illusione ha ceduto il posto alla speranza di sconfiggere militarmente i talebani, o almeno contenerli e logorarli per costringerli ad un negoziato. Almeno dal 2008 infatti gli Usa considerano inevitabile il negoziato coi talebani. Con l’affrettato ritiro delle forze tra 2011-14, la guerra era già persa ed è cominciata, inevitabile e necessaria, la fase degli accordi per una exit strategy. Ma le strategie sono cambiate ad ogni cambio di amministrazione Usa. Obama ha aumentato il contingente e dopo 18 mesi lo ha ridotto. 

Accettando di negoziare con i Talebani in modo bilaterale – cosa che nessuna amministrazione precedente aveva fatto – Trump ha incassato la fine formale delle ostilità (che continuano in altre forme), ha calendarizzato il ritiro, ma ha indebolito il governo afghano. Oggi, purché la guerra finisca, molti sono disposti ad accettare che i talebani tornino al potere. Lo sostengono un po’ tutti: attivisti per i diritti umani, esponenti repubblicani, funzionari militari. Solamente il governo afghano non vuole il ritiro Usa.

Ma ormai è chiaro che gli Stati Uniti non vogliono più andare avanti con questa guerra, poiché lo strumento militare non è stato efficace, e non si è stati in grado di formare un esercito afgano autonomo. Un collasso politico il cui risultato, quando si riuscisse a firmare una vera pace, sarà un emirato islamico talebano un po’ più aperto rispetto a quello del periodo ’96-2001, il quale, grazie alla florida economia del narco-traffico, potrà sedersi ai tavoli dei potenti[1].

Le trattative per la exit-strategy

Una corsa ad ostacoli, iniziata nel 2007 quando il governo Karzai sedette ad un tavolo con i seguaci del Mullah Omar. Dopo gli incontri di Doha nel 2012, la fase negoziale si è aperta nel 2018, con una accelerazione (da gennaio 2019) imposta dall’ amministrazione Usa propensa a maggiori concessioni rispetto alle amministrazioni Bush e Obama. Già in luglio 2019 era stato annunciato il via libera alla partecipazione dei talebani alle elezioni democratiche afghane di settembre 2019 (i disgraziati cittadini afghani a cui i talebani avevano tagliato le dita per impedire loro di votare non erano per niente d’accordo…). Nonostante questi patti, tre giorni prima dell’ anniversario dell’11 settembre 2019 il presidente Trump ha annunciato lo stop del processo negoziale con la scusa di un’azione terroristica (vittima un soldato statunitense a Kabul) rivendicata dai talebani. 

Alla fine di novembre 2019 Trump, per la prima volta in visita ufficiale in Afghanistan nella base di Begram, rilancia la ripresa delle trattative, annunciando che i negoziati interrotti bruscamente a settembre verranno riavviati. 

E così la svolta definitiva per la exit strategy avviene il 29 febbraio 2020, quando le delegazioni Usa e talebane, guidate dall’inviato della Casa Bianca ZalmayKhalilzad e dal Mullah Baradar, rappresentante dei talebani, firmano a Doha un accordo per fermare le azioni militari e unirsi nelle trattative per la ricostruzione dell’ Afghanistan.

In realtà non è chiaro a chi appartenga il successo: ai talebani?, alla democrazia di Kabul (praticamente esclusa da ogni trattativa)?, oppure agli Usa?. Sta di fatto che Washington si impegna a ritirare progressivamente e completamente le truppe stanziate in Afghanistan, mentre i talebani, dissociandosi da Al Qaeda e da altri nemici dell’Occidente, si impegnerebbero a mettere al bando organizzazioni terroristiche e a tenere sotto controllo i terroristi dell’ Isis-Khorasan. Una divisione di ruoli e potere che di fatto esclude la debole democrazia afghana.

Ultimi eventi 

I primi mesi del 2020 sono contrassegnati da episodi di terrorismo, attacchi talebani contro le forze governative afghane e attacchi da parte dell’Isis (uno dei più gravi il 6 marzo a Kabul ad una cerimonia ufficiale per commemorare Abdul Ali Mazari, leader sciita di etnia hazara ucciso nel 1995 dai talebani; altro attentato particolarmente odioso quello del 12 maggio all’ospedale di Medici senza Frontiere, reparto maternità). Nei mesi che seguono gli episodi di terrorismo non accennano a diminuire e neppure i bombardamenti americani punitivi che fanno vittime civili. 

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 29 maggio 2020 rende noto che i talebani non stanno rispettando una parte fondamentale dell’accordo di Doha, cioè la fine dei legami con Al-Qaeda. L’organizzazione, sta scritto nel rapporto, disporrebbe attualmente di 400-600 agenti attivi in 12 province afghane, starebbe organizzando campi di addestramento nell’ est del Paese, e durante i negoziati i talebani si sarebbero consultati regolarmente con Al-Qaeda. Inoltre – sta sempre scritto nel rapporto- un nuovo pericoloso gruppo che comprende quei talebani che rifiutano l’accordo di pace (chiamato Hizb-e-Wilayat-e-Islami)[2],è nato fuori dall’Afghanistan. Il 26 giugno 2020 il New York Times pubblica un articolo che accusa esplicitamente l’intelligence militare russa di aver offerto ai talebani una taglia per uccidere soldati americani della coalizione. La notizia – probabilmente falsa - viene diffusa dai media senza smentite. 

Solo sei mesi dopo la firma, l’accordo di Doha è indebolito e messo in discussione non dai talebani ma dai democratici statunitensi. Infatti il 2 luglio il Congresso Usa a larga maggioranza con voto democratico approva un emendamento all’Atto di autorizzazione per il budget del Pentagono del 2021. L’emendamento[3] limita drasticamente l’uso di fondi per ridurre il numero delle forze dispiegate in Afghanistan, condannando esplicitamente l’accordo di Doha e sostenendo che non solo danneggia gli interessi di sicurezza Usa, ma neppure fornisce protezione alla popolazione afghana. In pratica si impedisce al Pentagono di impiegare denaro pubblico per ridurre il numero dei militari in Afghanistan al di sotto degli 8.000. 

E veniamo al 18 novembre 2020 quando il segretario alla Difesa ad interim Christopher Miller  annuncia il ritorno delle truppe Usa in patria, a partire dal 15 gennaio. I soldati americani in Afghanistan passeranno da 4.500 a 2.500, mentre per l’Iraq passeranno da 3.000 a 2.500. La decisione del Pentagono è ‘su raccomandazione’ del presidente Donald Trump.

A questo punto c’è da riflettere seriamente sulla debolezza dell’accordo bilaterale tra talebani e fronte repubblicano Usa, perché durante l’interregno Trump e Biden, il negoziato, ancora in stallo per mancanza di una cornice diplomatica credibile, rischia di deragliare e rivelerà tutti i limiti della decisione di Trump.

Le critiche più severe a Trump piovono dal “fuoco amico”, il capogruppo della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell che ha espresso forti riserve sia sulle possibili ripercussioni di un ritiro completo, sia su una “vittoria propagandistica” dei nemici degli Stati Uniti: “un ritiro affrettato delle forze Usa dall'Afghanistan danneggerebbe i nostri alleati e delizierebbe quanti ci vogliono fare del male. La conseguenza sarebbe anche peggiore del ritiro del presidente Obama dall’ Iraq nel 2011, che ha alimentato l’ ascesa dell’ Isis e un nuovo ciclo di terrorismo globale”. 

Il presidente uscente dunque lascia in eredità un dossier chiuso, difficile da modificare, a meno di strappi clamorosi che non sembrano nell’interesse e nelle intenzioni del presidente futuro.

Per concludere: i talebani sono più forti delle concessioni fatte loro da Trump e il binario del ritiro è ormai tracciato, anche se in modo confuso e incoerente. 

Eppure a tante persone e a me (che non sono una raffinata analista) interessa la realizzazione di una vera pace per il popolo afghano, piuttosto che inseguire le difficoltà dei democratici Usa a gestire la situazione. Pace che, allo stato delle cose, diventa del tutto improbabile e incerta, mentre agli occhi del mondo Trump si intesterà il successo di aver messo la parola fine ad una guerra ventennale “umanitaria” che non ha risolto nulla.

Note:

1. Claudio Bertolotti, analista strategico Nato conferma queste previsioni: “Donald Trump parla solo all’elettorato statunitense, mettendo ancora più a rischio una missione già fallita. I civili pagheranno il prezzo più alto di questo ritiro, in termini di diritti e sicurezza. I talebani, ormai, controllano quasi tutte le aree urbane e con i loro governatori-ombra si sono stabilizzati nelle zone rurali. Offrono un minimo di ‘servizi sociali’ e garantiscono la giustizia, laddove non c’è nessun altro a farlo” (https://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMISS/Pubblicazioni/Documents/56992)

2.  https://www.outlookindia.com/newsscroll/taliban-will-pursue-both-peace-talks-jihad-deputy-leader/1855554

3. L’emendamento è stato presentato dal democratico Jason Crow e dalla repubblicana Liz Cheney, figlia di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti 2001-2009, colei che decise invasione e occupazione dell’ Afghanistan.