Trump e Biden litigano sulla retorica più dura contro il potere di Pechino

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usa bandiera campoin un'intervista pubblicata su il 'corriere della sera' dell'11 settembre il Ministro Amendola si è schierato contro l'autorizzazione del 5G alle imprese cinesi, nel farlo ha richiamato il ruolo degli Stati Uniti affermando fra l'altro: 'non significa essere ammiratori di Donald Trump. Negli Stati Uniti Joe Biden, il candidato democratico, su questi principi è anche più fermo del presidente'. È quindi interessante la lettura di questo articolo pubblicato da 'El Pais' che mostra come sui rapporti con Pechino la corsa fra i due candidati sia quella a chi è 'più duro'.

di Amanda Mars

da El Pais 9 settembre 2020

traduzione di Marco Pondrelli per Marx21.it


Nella campagna presidenziale americana del 2020 nessuno vuole giocare al poliziotto buono con la Cina. Il gigante asiatico e la prima potenza sono immersi in un duello su più fronti - commerciale, tecnologico, geopolitico - che può essere descritto come una nuova guerra fredda e che è stato aggravato dalla pandemia. Il candidato democratico, Joe Biden, ha indurito il suo discorso contro Pechino, che non smette di indicare come rivale nel suo programma economico e si è spinto fino a descrivere il suo leader, Xi Jinping, come un "teppista". Nel frattempo, Donald Trump promette di ridurre al minimo i legami tra le due economie.

"Produrremo le nostre forniture cruciali in America, creeremo crediti d'imposta per l'economia made in America, riporteremo i nostri posti di lavoro in questo paese e imporremo tariffe alle aziende che disertano dall'America per creare posti di lavoro in Cina e in altri paesi", ha detto il presidente lunedì in una conferenza stampa per il Labor Day alla Casa Bianca. "Metteremo fine alla nostra dipendenza dalla Cina perché non possiamo dipendere da loro e non voglio che costruiscano la forza militare che stanno costruendo con i nostri soldi", ha detto.

Il volume degli scambi di oltre 500 miliardi di dollari all'anno è al centro delle fibrillazioni commerciali tra le due potenze. La parte del leone è rappresentata dalle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti (451,6 miliardi di dollari nel 2019), rispetto alle vendite delle aziende statunitensi in Cina (106,447 miliardi di dollari nello stesso periodo) e questo divario è il deficit commerciale che Trump ha combattuto con il pugno di ferro sin dalla sua prima campagna nel 2016.

Non sorprende la sua retorica anti-cinese nella corsa alla rielezione, però essa ha anche permeato la retorica del suo rivale democratico, che è ben consapevole dello scompiglio che la deindustrializzazione ha causato nella classe media americana. Robotizzazione a parte, questi elettori non possono fare a meno di associare la perdita di posti di lavoro nelle fabbrica a perdite di produzione verso paesi terzi.

Biden ha fatto della strategia "made in America" il cuore del suo programma economico e parla esplicitamente anche di "recupero delle catene di fornitura strategiche" affinché non dipendano dalla Cina o da qualsiasi altro paese per la produzione di articoli cruciali in tempi di crisi, dopo i tempi di carenza di attrezzature mediche che molti paesi hanno subito durante la pandemia. Promette un "pugno di ferro" contro le aziende che etichettano erroneamente i loro prodotti come fabbricati negli Stati Uniti, quando provengono dalla Cina ed accusa Pechino di "continuare i suoi abusi commerciali". Avverte inoltre che la Cina è sulla strada per superare la potenza leader nel campo della R&S, della ricerca e dello sviluppo. E così fino a 24 volte la parola Cina compare nel piano di rilancio industriale proposto dal rivale di Trump.

Il discorso del candidato Biden nei confronti della Cina è diverso da quello del senatore o del vicepresidente Biden. Al suo ritorno da un viaggio nel paese nel 2001, l'allora senatore Biden disse: "gli Stati Uniti accolgono con favore l'emergere di una Cina prospera integrata nell'arena globale perché speriamo che questa sia una Cina che gioca secondo le regole.

Diciannove anni dopo, Biden non crede che Pechino abbia agito in questo modo. In un articolo sul numero di aprile di Foreign Affairs, il candidato alla Casa Bianca ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero "diventare duri" con la Cina. Se a Pechino fosse permesso ciò che vuole, ha detto, continuerebbe a "rubare la proprietà intellettuale e la tecnologia delle aziende americane".

Xi il "bullo"

Biden segna le distanze da Trump sullo stile e in parte nella sostanza - l'ex vicepresidente non ha promosso il messaggio del "virus cinese", come fa il repubblicano, per incolpare Pechino di questa pandemia - ma ha chiarito che anche il suo sarà un atteggiamento duro. In un dibattito tra candidati democratici lo scorso febbraio, ha accusato Xi di essere un "bullo" e di non avere "un solo osso democratico" nel suo corpo. "È un ragazzo che ha messo un milione di uiguri nei campi di rieducazione, il che significa campi di concentramento e guardate cosa sta succedendo a Hong Kong", ha sottolineato.

L'irrigidimento della posizione nei confronti della Cina riflette anche la diffusa delusione per i limitati progressi nell'apertura economica e nelle libertà e nei diritti realizzate dal regime autoritario dopo il suo ingresso nel mercato globale.

L'escalation tariffaria promossa da Washington contro Pechino ha ridotto il deficit commerciale del 18% durante la guerra commerciale condotta dal 2018, seguita da una spirale di minacce, sanzioni e accuse di spionaggio. Entrambe le potenze hanno anche lanciato una corsa in vari settori come il ruolo globale, l'innovazione tecnologica, le armi ultramoderne e, infine, la scoperta del vaccino contro il coronavirus. La rivalità e la sfiducia tra i due Paesi erano già evidenti nel 2016, ma la campagna 2020 si è scontrata con una situazione di tensione senza precedenti da decenni.