La guerra alla Cina passa per Teheran

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armi yemendi Marco Pondrelli

Sono ore drammatiche per il Medio Oriente e per il mondo. Dopo l'attentato statunitense e la risposta iraniana la tensione sembra calata ma i problemi non sono risolti. Ero già intervenuto sui rapporti fra Iran e Stati Uniti e l'attentato contro il Generale iraniano Qasem Soleimani (la cui morte è stata salutata con entusiasmo anche dall'Isis) è una nuova puntata.

Tentiamo di capire cosa sta succedendo nel cosiddetto Medio Oriente. Dopo l'11 settembre gli Stati Uniti hanno scatenato due guerre (Afghanistan e Iraq) dalle quali escono sconfitti e senza avere nemmeno la forza di ritirarsi.


Dal 2001 però è cambiato qualcosa: gli Usa si sono trasformati da paese importatore di petrolio a paese esportatore. Nonostante ciò l'interesse per il Medio Oriente permane perché è strategico e riguarda la contrapposizione fra Heartland e Rimland. Nel quadrante mediorientale l'Iran, fino al 1979, è stato l'alleato più importante per gli Stati Uniti nel contenimento dell'Unione Sovietica e la rivoluzione islamica è stata la più grave sconfitta geopolitica degli Usa nel XX secolo. L'Iran continua ad avere un ruolo geopolitico rilevante ma purtroppo per Washington di segno diverso. Gli Usa mantengono fermo il loro obiettivo di accerchiare l'Eurasia (non più l'Urss ma Russia e Cina) e Teheran è un'importante pedina di questo tentativo. Robert Kaplan ha scritto un articolo sul 'New York Times' a proposito dell'assassinio di Soleimani intitolato 'non si tratta dell'Iran. Riguarda la Cina'. Dall'Iran passa la via della seta, Teheran ha un importanza strategica sia per la via terrestre che per quella marina. Colpire l'Iran vuole dire indebolire la Cina, la quale nel vicino Pakistan (a Gwadar) sembra voglia costruire una base militare.

Dentro l'Amministrazione Trump però le opzioni sul come contenere la Cina divergono. Il Presidente ha dichiarato più volte di volere chiudere con la presenza statunitense in Medio Oriente, figlia di guerre che lui dice di non avere condiviso. Queste ridispiegamento di forze non è fatto a fin di bene ma solo per spostare risorse nel quadrante ritenuto fondamentale: l'Indo-Pacifico, laddove Obama aveva individuato il pivot to Asia e dove Trump ha lanciato il quadrilatero anticinese (Usa, India, Australia e Giappone).

Questa è la posizione di Trump ma sia all'interno che all'esterno degli Usa ci sono voci contrarie. Bolton, allontanato tempo addietro, era ostile al dialogo con Teheran e lo stesso dicasi di Arabia Saudita e Israele che vedono con preoccupazione l'avanzata della mezzaluna sciita nella regione. Sono illuminanti le preoccupazioni di Israele dopo la scelta di Trump di dare il via libera ad Erdogan contro i curdi in Siria. Israele temeva che questo rappresentasse non solo una dichiarazione di sconfitta ma un disimpegno dall'area, lasciando lo Stato ebraico al suo destino. Le stesse preoccupazioni sono condivise dall'Arabia Saudita anche se sull'assassinio di Soleimani ha tenuto un atteggiamento più cauto. Questo perché il Principe ereditario Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd non solo ha avviato negoziati per porre fine alla guerra in Yemen ma, come ha affermato il Primo Ministro iracheno, Soleimani era in Iraq perché Baghdad voleva mediare fra Iran e Arabia Saudita. I sauditi stanno cambiando posizione? Il punto è che in Medio Oriente operano anche Cina e Russia, le quali pur avendo rapporti con Teheran hanno anche relazioni con i sauditi (oltre che con Israele), se, come vorrebbe il Principe ereditario nella sua Vision 2030, l'Arabia dovesse sviluppare un'industria manifatturiera il rapporto con la Cina sarebbe fondamentale, inoltre con la Russia ci sono stati rapporti fitti negli ultimi tempi che hanno riguardato la Siria (dove i due paesi erano su fronti opposti), la Libia (dove sono alleati) ed il prezzo del petrolio. Il potere del Principe ereditario non è però saldo come si potrebbe pensare e non è detto che riesca a portare Riad su posizioni più dialoganti.

Rispetto a questo quadro cosa cambia con l'omicidio di Soleimani e con la reazione iraniana? Difficile dirlo, tutte le parti in causa dicono di volere evitare un'escalation (il fatto che l'Iran abbia avvisato Baghdad in anticipo dell'attacco è un chiaro segnale) ma quando si inizia a sparare ed uccidere la situazione può facilmente sfuggire di mano.

Al momento Trump sembra in grado di contenere le pulsioni dei falchi. Se l'attentato sia stata una decisione da lui presa o subita è difficile dirlo. Quello che si può dire è che per Trump l'elemento militare è finalizzato ad indebolire l'avversario per avviare un dialogo ottenendo così risultati migliori. Il Presidente statunitense da una parte mostra grande risolutezza (che nell'anno elettorale con un impeachment in atto è un un modo per parlare alla propria base) dall'altro si dimostra pragmatico e, a parole, contro la guerra. È però evidente che, come detto, sia all'interno dell'Amministrazione Usa che fra gli alleati regionali ci sono anche pulsioni per risolvere il problema militarmente.

C'è ancora una strategia statunitense? Sì, l'obiettivo è creare un'alleanza non più implicita ma esplicita fra Arabia Saudita e Israele, risolvere la questione del nucleare iraniano limitando così la forza sciita nella regione, impedire che possa emergere uno Stato egemone (sopratutto se filo-cinese) e poi concentrarsi sul vero scontro lasciando il Medio Oriente.

Questi obiettivi sono molto lontani, basta guardare alle conseguenze dell'assassinio di Soleimani. Al momento sono disastrose per lo Zio Sam. L'Iraq dove gli Stati Uniti hanno perso soldi e vite ha indicato all'esercito statunitense la porta, il prestigio dell'Iran è cresciuto, Russia e Cina, che pochi giorni prima dell'assassinio avevano tenuto esercitazioni militari con Teheran, si sono stretti in difesa della Repubblica Islamica, molti paesi europei hanno criticato l'azione unilaterale ed infine un attentato che era stato pensato per indebolire Khamenei e quindi spaccare la dirigenza iraniana ha rafforzato l'unità interna del paese solo poche settimana fa scosso da violente proteste.

Sembrano passati secoli dai primi anni 2000. Oggi di fronte al bombardamento di una propria base militare il Presidente balbetta, ha infatti aspettato 18 ore per commentare l'accaduto e dopo avere promesso nuove sanzioni (che riguarderanno l'acciaio e che probabilmente pagheremo noi) ha concluso dicendo 'mi rivolgo al popolo e ai leader dell’Iran. Vogliamo che possiate avere un grande futuro, quello che vi meritate, un futuro di prosperità nel vostro Paese e di armonia con le altre nazioni. Gli Stati Uniti sono pronti alla pace'.

L'invincibile armata sta iniziando a girare a vuoto? In realtà ci troviamo in una fase di passaggio, il vecchio mondo unipolare è morto ma quello multipolare deve ancora sorgere e in questo cono d'ombra che si sviluppa quest'ultima crisi la cui conclusione è ancora da scrivere.