NATO – Breve storia dell’alleanza

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Nato mare copertinadi Manlio Dinucci | da patriaindipendente.it

In occasione del 70° anniversario della fondazione della NATO (North Atlantic Treaty Organization) pubblichiamo su questo numero due brevi saggi scritti per Patria, che esprimono punti di vista diversi sulla storia dell’alleanza. Qui il testo del geografo, ricercatore e saggista Manlio Dinucci

Le origini

Gli eventi che preparano la nascita della NATO iniziano con la Seconda guerra mondiale. Nel giugno 1941 la Germania nazista invade l’URSS con 5,5 milioni di soldati, 3.500 carrarmati e 5.000 aerei, concentrando in territorio sovietico 201 divisioni, equivalenti al 75% di tutte le sue truppe, cui si aggiungono 37 divisioni dei satelliti tra cui l’Italia.

L’URSS chiede ripetutamente agli Alleati di aprire un secondo fronte in Europa, ma Stati Uniti e Gran Bretagna lo ritardano, mirando a scaricare la potenza nazista sull’URSS per indebolirla e avere così una posizione dominante al termine della guerra. Il secondo fronte viene aperto con lo sbarco anglo-statunitense in Normandia nel giugno 1944, quando ormai l’Armata Rossa e i partigiani sovietici hanno sconfitto le truppe tedesche assestando il colpo decisivo alla Germania nazista.

Il prezzo pagato dall’Unione Sovietica è altissimo: circa 27 milioni di morti, per oltre la metà civili, corrispondenti al 15% della popolazione, in rapporto allo 0,3% degli USA in tutta la Seconda guerra mondiale; circa 5 milioni di deportati in Germania; oltre 1.700 città e grossi abitati, 70mila piccoli villaggi, 30 mila fabbriche distrutte.

La guerra fredda, che divide di nuovo l’Europa subito dopo la Seconda guerra mondiale, non viene provocata da un atteggiamento aggressivo dell’URSS, uscita in gran parte distrutta dalla guerra, ma dal piano di Washington di imporre il dominio statunitense nel dopoguerra. Anche qui parlano i fatti storici. Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki viene effettuato dagli Stati Uniti nell’agosto 1945 non tanto per sconfiggere il Giappone, ormai allo stremo, quanto per uscire dalla Seconda guerra mondiale con il massimo vantaggio possibile soprattutto sull’Unione Sovietica. Ciò è reso possibile dal fatto che, in quel momento, gli Stati Uniti sono gli unici a possedere l’arma nucleare.

Appena un mese dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, nel settembre 1945, al Pentagono già calcolano che occorrono oltre 200 bombe nucleari per attaccare l’URSS. Nel 1946, quando il discorso di Churchill sulla «cortina di ferro» apre ufficialmente la guerra fredda, gli USA hanno 11 bombe nucleari, che nel 1949 salgono a 235, mentre l’URSS ancora non ne possiede. Ma in quell’anno l’URSS effettua la prima esplosione sperimentale, cominciando a costruire il proprio arsenale nucleare. In quello stesso anno, il 4 aprile 1949, gli Stati Uniti creano la NATO.

L’Alleanza sotto comando USA comprende durante la guerra fredda 16 paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Sei anni dopo la NATO, il 14 maggio 1955, nasce il Patto di Varsavia, comprendente Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica Democratica Tedesca, Romania, Ungheria, Albania (questa dal 1955 al 1968).

Il confronto nucleare

Mentre inizia il confronto nucleare tra USA e URSS, Gran Bretagna e Francia, entrambe membri della NATO, si muovono per dotarsi anch’esse di armi nucleari. La prima a riuscirvi è la Gran Bretagna, che nel 1952 effettua in Australia una esplosione sperimentale. Il vantaggio della NATO aumenta ulteriormente quando, il 1° novembre dello stesso anno, gli Stati Uniti fanno esplodere la loro prima bomba H (all’idrogeno). Nel 1960 i paesi NATO in possesso di armi nucleari salgono a tre, quando la Francia fa esplodere in febbraio, nel Sahara, la sua prima bomba nucleare.

Di pari passo con la crescita del proprio arsenale, il Pentagono mette a punto dettagliati piani operativi di guerra nucleare contro l’URSS e la Cina. Un dossier di 800 pagine – reso pubblico nel 2015 dall’archivio del governo USA – contiene una lista (fino a quel momento top secret) di migliaia di obiettivi in URSS, Europa Orientale e Cina che gli USA si preparavano a distruggere con armi nucleari durante la guerra fredda. Quale avvertimento della sua capacità di risposta, l’URSS fa esplodere, in un test condotto nel 1961, la più potente bomba all’idrogeno mai sperimentata, la «Zar» da 58 megaton, equivalente a quasi 4.500 bombe di Hiroshima.

Mentre è in pieno svolgimento la corsa agli armamenti nucleari, scoppia nell’ottobre 1962 la crisi dei missili a Cuba: dopo la fallita invasione armata dell’isola nell’aprile 1961 ad opera di fuoriusciti sostenuti dalla CIA statunitense, l’URSS decide di fornire a Cuba missili balistici a gittata media e intermedia. Gli Stati Uniti effettuano il blocco navale dell’isola e mettono in allerta le forze nucleari. Gli Stati Uniti dispongono in quel momento di oltre 25.500 armi nucleari, cui se ne aggiungono circa 210 britanniche, mentre l’URSS ne possiede circa 3.350. La crisi, che porta il mondo sulla soglia della guerra nucleare, viene disinnescata dalla decisione sovietica di non installare i missili, in cambio dell’impegno statunitense a togliere il blocco e rispettare l’indipendenza di Cuba.

È in questa fase che l’Europa viene trasformata in prima linea nel confronto nucleare tra le due superpotenze. Tra il 1976 e il 1980 l’URSS schiera sul proprio territorio missili balistici di gittata intermedia. Sulla base del fatto che dal territorio sovietico essi possono colpire l’Europa occidentale, la NATO decide di schierare in Europa, a partire dal 1983, missili nucleari statunitensi a gittata intermedia: 108 missili balistici Pershing 2 in Germania e 464 missili da crociera (Cruise) lanciati da terra, distribuiti tra Gran Bretagna, Italia, Germania occidentale, Belgio e Paesi Bassi.

In Italia, alla metà degli Anni Ottanta, oltre a 112 testate nucleari sui missili da crociera schierati a Comiso, vi sono altre armi nucleari statunitensi per un totale stimato in circa 700. Esse sono costituite per la maggior parte da mine da demolizione atomica, proiettili nucleari di artiglieria e missili nucleari a corto raggio, destinati ad essere usati sul territorio italiano. Ciò indica che l’Italia è considerata dal Pentagono una semplice pedina da sacrificare, un terreno di battaglia nucleare da trasformare in deserto radioattivo.

Dal 1945 al 1991 vengono fabbricate circa 125.000 testate nucleari: di queste, oltre il 53% (più di 66.500) dagli Stati Uniti, il 44% (55.000) dall’Unione Sovietica. Ciascuna delle due superpotenze si dota, in tal modo, di un arsenale nucleare che le dà la capacità di distruggere l’altra: è la strategia della «mutua distruzione assicurata» (nell’acronimo inglese, «mad», «pazza»). Circa 3.500 armi nucleari vengono fabbricate complessivamente da Francia, Gran Bretagna, Cina, Pakistan, India, Israele e Sudafrica. Quest’ultimo Paese è l’unico che, quando Nelson Mandela assume la presidenza, rinuncia alle armi nucleari. Successivamente anche la Corea del Nord si dota di alcune bombe nucleari.

Durante la guerra fredda, dal 1945 al 1991, si accumula nel mondo un arsenale nucleare che, negli anni Ottanta, raggiunge probabilmente i 15.000 megaton, equivalenti a oltre un milione di bombe di Hiroshima. È come se ogni abitante del pianeta fosse seduto su 3 tonnellate di tritolo. Si crea, per la prima volta nella storia, una forza distruttiva che può cancellare dalla faccia della Terra, non una ma più volte, la specie umana e quasi ogni altra forma di vita.

Il dopo-guerra fredda

Nella seconda metà degli anni Ottanta il clima della guerra fredda comincia a cambiare. Il primo segnale di disgelo è firmato a Washington. L’8 dicembre 1987 i presidenti Gorbaciov e Reagan firmano il Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF), che elimina tutti i missili di tale categoria. Questo importante risultato è dovuto sostanzialmente all’«offensiva del disarmo» lanciata dall’Unione Sovietica di Gorbaciov: il 15 gennaio 1986, essa propone non solo di eliminare i missili sovietici e statunitensi a gittata intermedia, ma di attuare un programma complessivo per la messa al bando delle armi nucleari entro il 2000. A Washington sanno che Gorbaciov vuole davvero la completa eliminazione di tali armi, ma sanno anche che nel Patto di Varsavia e nella stessa Unione Sovietica è in atto un processo di disgregazione, processo che gli Stati Uniti e i loro alleati favoriscono con tutti i mezzi possibili.

Dopo il crollo del Muro di Berlino nel novembre 1989, nel luglio 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i sei Paesi dell’Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell’URSS. Nel dicembre 1991 si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.

La scomparsa dell’URSS e del suo blocco di alleanze crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova.

Contemporaneamente, la disgregazione dell’URSS e la profonda crisi politica ed economica che investe la Federazione Russa segnano la fine della superpotenza in grado di rivaleggiare con quella statunitense.

Gli Stati Uniti approfittano immediatamente della «distensione» in Europa per concentrare le loro forze nell’area strategica del Golfo Persico dove, con un’abile manovra, preparano le condizioni per scatenare quello che il Pentagono definisce «il primo conflitto del dopo guerra fredda, un evento determinante nella leadership globale degli Stati Uniti». La NATO, pur non partecipando in quanto tale alla guerra del Golfo, fornisce l’appoggio di tutta la sua infrastruttura alle forze della coalizione.

La nuova strategia viene ufficialmente enunciata, sei mesi dopo la fine della guerra del Golfo, nella National Security Strategy of the United States pubblicata dalla Casa Bianca nell’agosto 1991. Concetto centrale è che «gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali: non esiste alcun sostituto alla leadership americana. La nostra responsabilità, anche nella nuova era, è di importanza cardinale e ineludibile». Un documento del Pentagono, redatto nel febbraio 1992, chiarisce che «il nostro obiettivo primario è impedire il riemergere di un nuovo rivale, o sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che ponga una minaccia nell’ordine di quella posta precedentemente dall’Unione Sovietica».

«Una questione chiave – sottolinea la Casa Bianca nella National Security Strategy1991 – è come il ruolo dell’America di leader dell’Alleanza, e in effetti le nostre stesse alleanze, saranno influenzati, specialmente in Europa, dalla riduzione della minaccia sovietica». In altre parole: gli alleati europei potrebbero fare scelte divergenti da quelle degli Stati Uniti, mettendo in discussione la leadership statunitense o addirittura uscendo dalla NATO, ormai superata dalla nuova situazione geopolitica. È quindi della massima urgenza per gli Stati Uniti ridefinire non solo la strategia, ma il ruolo stesso della NATO.

Il 7 novembre 1991, i capi di Stato e di governo dei sedici Paesi della NATO, riuniti a Roma nel Consiglio atlantico, varano «il nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Anche se da un lato «è scomparsa la monolitica, massiccia minaccia che è stata la principale preoccupazione dell’Alleanza nei suoi primi quarant’anni, – afferma il documento – i rischi che permangono per la sicurezza dell’Alleanza sono di natura multiforme e multidirezionali. La dimensione militare della nostra Alleanza resta perciò un fattore essenziale, ma il fatto nuovo è che sarà più che mai al servizio di un concetto ampio di sicurezza». In tal modo l’Alleanza Atlantica ridefinisce il suo ruolo, fondamentalmente lungo le linee tracciate dagli USA.

La guerra contro la Jugoslavia

Il «nuovo concetto strategico» della NATO viene messo in pratica nei Balcani, dove la crisi della Federazione Jugoslava, dovuta ai contrasti tra i gruppi di potere e alle spinte centrifughe delle repubbliche, ha raggiunto il punto di rottura. Nel novembre 1990, il Congresso degli Stati Uniti approva il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni «democratiche» della Jugoslavia, incoraggiando così le tendenze secessioniste. Lo stesso fa l’Europa dei 12, in particolare la Germania. Inizia contemporaneamente l’intervento NATO. Nel febbraio 1994, aerei NATO abbattono aerei serbo-bosniaci che volano sulla Bosnia. È la prima azione di guerra dalla fondazione dell’Alleanza. Con essa la NATO viola l’art. 5 della sua stessa carta costitutiva, poiché l’azione bellica non è motivata dall’attacco a un membro dell’Alleanza ed è effettuata fuori dalla sua area geografica.

Spento l’incendio in Bosnia (dove il fuoco resta sotto la cenere della divisione in Stati etnici), la NATO getta benzina sul focolaio del Kosovo, dove è in corso da anni una rivendicazione di indipendenza da parte della maggioranza albanese. Attraverso canali sotterranei in gran parte gestiti dalla CIA, un fiume di armi e finanziamenti, tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999, va ad alimentare l’UCK, braccio armato del movimento separatista kosovaro-albanese. Mentre gli scontri tra le forze jugoslave e quelle dell’UCK provocano vittime da ambo le parti, una potente campagna politico-mediatica prepara l’opinione pubblica internazionale all’intervento della NATO, presentato come l’unico modo per fermare la «pulizia etnica» serba in Kosovo.

La guerra, denominata «Operazione Forza Alleata», inizia il 24 marzo 1999. Determinante è il ruolo dell’Italia, che mette il proprio territorio, in particolare gli aeroporti, a disposizione delle forze armate degli Stati Uniti e di altri membri della NATO. Per 78 giorni, decollando soprattutto dalle basi italiane, 1.100 aerei effettuano 38mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili. Il 75 per cento degli aerei e il 90 per cento delle bombe e dei missili vengono forniti dagli Stati Uniti. Statunitense è anche la rete di comunicazione, comando, controllo e intelligenceattraverso cui vengono scelti gli obiettivi. Vengono distrutte le strutture e infrastrutture della Serbia, compresi impianti chimici, provocando vittime soprattutto tra i civili. I danni che ne derivano per la salute e l’ambiente sono inquantificabili.

Ai bombardamenti partecipano anche 54 aerei italiani, che attaccano gli obiettivi indicati dal comando statunitense. L’Italia – partecipando alla guerra contro la Jugoslavia, Paese che non aveva compiuto alcuna azione aggressiva né contro l’Italia né contro altri membri della NATO – conferma di aver adottato una nuova politica militare e, contestualmente, una nuova politica estera. Questa, usando come strumento la forza militare, viola il principio costituzionale, affermato dall’Articolo 11, che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

L’espansione della NATO ad Est

Mentre è in corso la guerra contro la Jugoslavia, viene convocato a Washington, il 23-25 aprile 1999, il vertice che ufficializza la trasformazione della NATO. Da alleanza che, in base all’articolo 5 del Trattato del 4 aprile 1949, impegna i Paesi membri ad assistere anche con la forza armata il Paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, essa viene trasformata in alleanza che, in base al «nuovo concetto strategico», impegna i Paesi membri anche a «condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’Articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza». In altre parole, la NATO si prepara a proiettare la propria forza militare al di fuori dei propri confini non solo in Europa, ma anche in altre regioni del mondo.

Ciò che non cambia, nella mutazione della NATO, è la gerarchia al suo interno. È sempre il Presidente degli Stati Uniti a nominare il Comandante Supremo Alleato in Europa, che è sempre un generale statunitense, mentre gli alleati si limitano a ratificare la scelta. Lo stesso avviene per gli altri comandi chiave.

Il documento che impegna i Paesi membri a operare al di fuori del territorio dell’Alleanza, sottoscritto dai leader europei il 24 aprile 1999 a Washington, ribadisce che la NATO «sostiene pienamente lo sviluppo dell’identità europea della difesa, all’interno dell’Alleanza». Il concetto è chiaro: l’Europa occidentale può avere una sua «identità della difesa», ma essa deve restare all’interno dell’Alleanza, ossia sotto comando Usa. Viene così confermata e consolidata la subordinazione dell’Unione Europea alla NATO. Subordinazione stabilita dal Trattato di Maastricht del 1992, che riconosce il diritto degli Stati UE di far parte della NATO, definita fondamento della difesa dell’Unione Europea.

Nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di stato USA James Baker assicura il Presidente dell’URSSMikhail Gorbaciov che «la NATO non si estenderà di un solo pollice ad Est». Ma in vent’anni, dopo aver demolito la Federazione Jugoslava, la NATO si estende da 16 a 29 Paesi (30 se ingloba la Macedonia), espandendosi verso la Russia.

Nel 1999 ingloba i primi tre Paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. Nel 2004, si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava). Nel 2009 ingloba l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e, nel 2017, il Montenegro; nel 2019 firma il protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro. Altri tre Paesi – Bosnia Erzegovina (già parte della Federazione Jugoslava), Georgia e Ucraina (già parte dell’Urss) – sono candidati a entrare nella NATO.

L’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq

Gli Stati Uniti attaccano e invadono l’Afghanistan, nel 2001, con la motivazione ufficiale di dare la caccia a Osama bin Laden, indicato come mandante degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 (sulla cui versione ufficiale vi sono fondati dubbi). Osama bin Laden è una figura ben nota a Washington: appartenente a una ricca famiglia saudita, aveva collaborato attivamente con la CIA quando, dal 1979 al 1989, essa aveva addestrato e armato oltre 100 mila mujaidin per la guerra contro le truppe sovietiche cadute nella «trappola afghana» (come la definirà successivamente Zbigniew Brzezinski, precisando che l’addestramento dei mujaidin era iniziato in Pakistan nel luglio 1979, cinque mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan).

Scopo reale dell’intervento militare USA in Afghanistan è l’occupazione di quest’area di primaria importanza strategica. L’Afghanistan è al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale. In quest’area (nel Golfo e nel Caspio) ci sono grandi riserve petrolifere. Vi si trovano tre grandi potenze – Cina, Russia e India – la cui forza sta crescendo e influendo sugli assetti globali. Come aveva avvertito il Pentagono nel rapporto del 30 settembre 2001, «esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse».

La guerra inizia nell’ottobre 2001 con il bombardamento effettuato dall’aviazione statunitense e britannica. A questo punto il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza la costituzione dell’ISAF (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza). Ma improvvisamente, nell’agosto 2003, la NATO annuncia di aver «assunto la leadership dell’ISAF». La missione viene in tal modo inserita nella catena di comando del Pentagono.

Dopo l’Afghanistan è il turno dell’Iraq, Paese sottoposto dal 1991 a un ferreo embargo che ha provocato in dieci anni un milione e mezzo di morti, di cui circa mezzo milione tra i bambini. Il presidente Bush mette l’Iraq, nel 2002, al primo posto tra i Paesi facenti parte dell’«asse del male». Il segretario di Stato Colin Powell presenta al Consiglio di sicurezza dell’ONU una serie di «prove» raccolte dalla CIA, che successivamente risulteranno false, sulla presunta esistenza di un grosso arsenale di armi chimiche e batteriologiche in possesso dell’Iraq. La guerra inizia nel marzo 2003 con il bombardamento aereo di Baghdad e altri centri da parte dell’aviazione statunitense e britannica e con l’attacco terrestre effettuato dai marines entrati in Iraq dal Kuwait. In aprile truppe USA occupano Baghdad.

L’operazione, denominata «Iraqi Freedom», viene presentata come «guerra preventiva» ed «esportazione della democrazia». Le forze di occupazione statunitensi e alleate – comprese quelle italiane impegnate nell’operazione «Antica Babilonia» – incontrano una resistenza che non si aspettavano di trovare. Per stroncarla, l’Iraq viene messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi disloca a rotazione insieme a centinaia di migliaia dicontractor militari, usando ogni mezzo: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib.

La guerra contro la Libia

Molteplici fattori rendono la Libia importante agli occhi degli Stati Uniti e delle potenze europee della NATO. Essa possiede le maggiori riserve petrolifere dell’Africa, preziose per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale. Su queste lo Stato libico mantiene prima della guerra un forte controllo, lasciando alle compagnie statunitensi ed europee limitati margini di profitto. Oltre all’oro nero, la Libia possiede l’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana. Rilevanti sono i fondi sovrani, i capitali che lo Stato libico ha investito all’estero, in particolare per dotare Africa di propri organismi finanziari e di una propria moneta.

Alla vigilia della guerra del 2011, gli Stati Uniti e le potenze europee «congelano», ossia sequestrano, i fondi sovrani libici, assestando un colpo mortale all’intero progetto. Le mail di Hillary Clinton (segretaria di Stato dell’amministrazione Obama nel 2011), venute alla luce successivamente, confermano quale fosse il vero scopo della guerra: bloccare il piano di Gheddafi di usare i fondi sovrani libici per creare organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana e una moneta africana in alternativa al dollaro e al franco CFA (la moneta che sono costretti a usare 14 Paesi africani, ex-colonie francesi). È la Clinton – documenterà in seguito il New York Times – a far firmare al presidente Obama «un documento che autorizza una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli».

Vengono finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. Vengono allo stesso tempo infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia dicommandos qatariani facilmente camuffabili. L’intera operazione viene diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la NATO sotto comando USA.

Il 19 marzo 2011 inizia il bombardamento aeronavale della Libia. In sette mesi l’aviazione USA/NATO effettua 30mila missioni, di cui 10mila di attacco con impiego di oltre 40mila bombe e missili. A questa guerra partecipa l’Italia con le sue basi e forze militari, stracciando il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra i due Paesi. Con la guerra USA/NATO del 2011, viene demolito lo Stato libico che, sulla sponda sud del Mediterraneo di fronte all’Italia, manteneva «alti livelli di crescita economica» (come documentava nel 2010 la stessa Banca Mondiale), registrando «alti indicatori di sviluppo umano» tra cui l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e, per il 46%, a quella di livello universitario. Nonostante le disparità, il tenore di vita della popolazione libica era notevolmente più alto di quello degli altri Paesi africani. Lo testimoniava il fatto che trovavano lavoro in Libia oltre due milioni di immigrati, per lo più africani.

Vengono colpiti dalla guerra anche gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati con l’accusa di aver collaborato con Gheddafi, sono imprigionati o costretti a fuggire. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra con cui la NATO ha demolito lo Stato libico.

L’attacco alla Siria

Dopo aver demolito lo Stato libico inizia, nello stesso anno 2011, l’operazione USA/NATO per demolire lo Stato siriano. Una delle ragioni è il fatto che Siria, Iran e Iraq firmano nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo. La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, potrebbe divenire in tal modo un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee.

La guerra coperta inizia con una serie di attentati terroristici, effettuati soprattutto a Damasco ed Aleppo. Eloquenti sono le immagini degli edifici devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati. Centinata di specialisti delle forze d’élite britanniche Sas e Sbs – riporta il Daily Star – operano in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi.

La forza d’urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri Paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen – riferisce l’inviato del Guardian ad Aleppo – gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue. Forniti di passaporti falsi (specialità CIA), i combattenti affluiscono nelle province turche di Adana e Hatai, confinanti con la Siria, dove la CIA ha aperto centri di formazione militare. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar che, come in Libia, fornisce anche forze speciali.

Da appositi centri operativi, agenti della CIA provvedono all’acquisto delle armi con grossi finanziamenti concessi da Arabia Saudita, Qatar e altre monarchie del Golfo. Organizzano il trasporto delle armi in Turchia e Giordania attraverso un ponte aereo, le fanno infine arrivare attraverso la frontiera ai gruppi in Siria, già addestrati in appositi campi allestiti in territorio turco e giordano.

Un documento ufficiale del Pentagono, datato 12 agosto 2012 (desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa del gruppo Judicial Watch), afferma che c’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)».

È in tale contesto che nel 2013 si forma l’ISIS (o DAESH), che si autoproclama «Stato del califfato islamico». Nel maggio 2013, un mese dopo aver fondato l’ISIS, Ibrahim al-Badri – il «califfo» noto col nome di battaglia di Abu Bakr al-Baghdadi – incontra in Siria il senatore statunitense John McCain, capofila dei repubblicani incaricato dal democratico Obama di svolgere operazioni segrete per conto del governo. L’incontro è documentato fotograficamente. L’ISIS riceve finanziamenti, armi e vie di transito dai più stretti alleati degli Stati Uniti: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia, Giordania, in base a un piano sicuramente coordinato dalla CIA. L’ISIS svolge di fatto un ruolo funzionale alla strategia USA/NATO di demolizione degli Stati.

La campagna militare «Inherent Resolve», formalmente diretta contro l’ISIS, viene lanciata in Iraq e Siria nell’agosto 2014 dagli USA e i loro alleati. Se Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna usassero i loro cacciabombardieri come avevano fatto contro la Libia nel 2011, le forze dell’ISIS, muovendosi in spazi aperti, sarebbero facile bersaglio. Esse possono invece avanzare indisturbate con colonne di autoblindo cariche di uomini ed esplosivi. Se l’ISIS avanza in Siria e Iraq, è perché a Washington vogliono proprio questo. Lo scopo strategico di Washington è la demolizione della Siria e la rioccupazione dell’Iraq.

L’intervento militare russo in Siria nel 2015, a sostegno delle forze governative, rovescia le sorti del conflitto. Gli Stati Uniti, spiazzati, giocano la carta della frammentazione della Siria, sostenendo gli indipendentisti curdi e altri.

Il colpo di stato in Ucraina

Dopo la disgregazione del Patto di Varsavia, l’Ucraina – il cui territorio fa da cuscinetto tra NATO e Russia ed è attraversato dai corridoi energetici tra Russia e UE – non entra direttamente nella NATO. Entra però a far parte, nel quadro della NATO, della «Partnership per la pace». Ma, nel 2010 il neoeletto presidente Yanukovych annuncia che, pur continuando la cooperazione, l’adesione alla NATO non è nell’agenda del suo governo.  Nel frattempo però, fin dal 1991, la NATO ha tessuto una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Alti ufficiali partecipano per anni a corsi del NATO Defense College a Roma e a Oberammergau (Germania) a «operazioni congiunte per la pace» a guida NATO.

Attraverso la CIA e altri servizi segreti vengono per anni reclutati, finanziati, addestrati e armati militanti neonazisti. Una documentazione fotografica mostra giovani militanti neonazisti ucraini di UNO-UNSO addestrati nel 2006 in Estonia da istruttori NATO, che insegnano loro tecniche di combattimento urbano ed uso di esplosivi per sabotaggi e attentati. Lo stesso metodo usato dalla NATO, durante la guerra fredda, per formare la struttura paramilitare segreta «Gladio», attiva anche in Italia dove, a Camp Darby e in altre basi, venivano addestrati gruppi neofascisti preparandoli ad attentati e a un eventuale colpo di stato.

La struttura paramilitare dei gruppi neonazisti ucraini entra in azione nel 2014, in piazza Maidan a Kiev. Una manifestazione anti-governativa, con giuste rivendicazioni contro la dilagante corruzione e il peggioramento delle condizioni di vita, viene rapidamente trasformata in un vero e proprio campo di battaglia: mentre gruppi armati danno l’assalto ai palazzi di governo, cecchini (fatti venire appositamente a Kiev dalla Georgia) sparano con gli stessi fucili di precisione sia sui dimostranti che sui poliziotti. Il 20 febbraio 2014 il segretario generale della NATO si rivolge, con tono di comando, alle forze armate ucraine, avvertendole di «restare neutrali», pena «gravi conseguenze negative per le nostre relazioni».

Il putsch di Piazza Maidan è accompagnato da una campagna persecutoria, diretta in particolare contro il Partito comunista e i sindacati, analoga a quelle che segnarono l’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Sedi di partito distrutte, dirigenti linciati, giornalisti seviziati e assassinati; attivisti bruciati vivi nella Camera del Lavoro di Odessa; inermi abitanti dell’Ucraina orientale di origine russa massacrati a Mariupol, bombardati col fosforo bianco a Slaviansk, Lugansk, Donetsk.

Un vero e proprio colpo di stato sotto regia USA/NATO, col fine strategico di provocare in Europa una nuova guerra fredda per colpire e isolare la Russia e rafforzare allo stesso tempo l’influenza e la presenza militare degli Stati Uniti in Europa. Di fronte al colpo di stato e all’offensiva contro i russi di Ucraina, il Consiglio supremo della Repubblica autonoma di Crimea – territorio russo passato all’Ucraina in periodo sovietico nel 1954 – vota la secessione da Kiev e la richiesta di riannessione alla Federazione Russa, decisione che viene confermata con il 97% dei voti favorevoli da un referendum popolare. In questo momento critico, quando si teme un attacco di Kiev contro i russi di Crimea, le sue infrastrutture vengono presidiate da militari senza insegna probabilmente inviati dalla Russia. Il 18 marzo 2014 il presidente Putin firma il trattato di adesione della Crimea alla Federazione Russa con lo status di repubblica autonoma. A questo punto la Russia viene accusata dalla NATO e dalla UE di aver annesso illegalmente la Crimea e sottoposta a sanzioni. La Russia risponde con controsanzioni che colpiscono soprattutto le economie della UE, compresa quella italiana.

In tale quadro l’Ucraina è divenuta il “vivaio” del rinascente nazismo in Europa. Emblematica la storia del battaglione Azov. Esso è stato fondato nel 2014 da Andriy Biletsky, noto come il «Führer bianco», in quanto sostenitore della «purezza razziale della nazione ucraina, impedendo che i suoi geni si mischino con quelli di razze inferiori»». Per il battaglione Azov Biletsky ha reclutato militanti neonazisti già sotto il suo comando quale capo delle operazioni speciali di Pravy Sektor (“Settore Destro”, organizzazione politico-militare ucraina di ispirazione neonazista). L’Azov si è distinto subito per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, in particolare a Mariupol.

Nell’ottobre 2014 il battaglione è stato inquadrato nella Guardia Nazionale, dipendente dal Ministero degli Interni, e Biletsky è stato promosso a colonnello e insignito dell’«Ordine per il coraggio». L’Azov è stato trasformato in reggimento di forze speciali, dotato dei carrarmati e dell’artiglieria della 30a Brigata meccanizzata. Ciò che ha conservato in tale trasformazione è l’emblema, ricalcato da quello delle SS Das Reich, e la formazione ideologica delle reclute modellata su quella nazista. Quale unità della Guardia Nazionale, il reggimento Azov è stato addestrato da istruttori USA e da altri della NATO.

L’Azov è non solo una unità militare, ma un movimento ideologico e politico. Biletsky – che ha creato nell’ottobre 2016 un proprio partito, «Corpo nazionale» – resta il capo carismatico in particolare per l’organizzazione giovanile che viene educata, col suo libro «Le parole del Führer bianco», all’odio contro i russi e addestrata militarmente.

Contemporaneamente, Azov, Pravy Sektor e altre organizzazioni ucraine reclutano neonazisti da tutta Europa (Italia compresa) e dagli USA. Dopo essere stati addestrati e messi alla prova in azioni militari contro i russi del Donbass, vengono fatti rientrare nei loro Paesi, mantenendo evidentemente legami con i centri di reclutamento e addestramento. Da una indagine, sfociata nel 2018 in alcuni arresti, risulta inoltre che esponenti italiani della destra ultrà si siano arruolati come mercenari per combattere dalla parte dei russi del Donbass, in una operazione dai contorni non chiari. Ciò avviene nel quadro di una guerra scatenata nel cuore dell’Europa, in Ucraina, partner della NATO, di fatto già suo membro sotto comando USA.

L’escalation USA/NATO in Europa

La «nuova missione» della NATO viene ufficializzata dal Summit del settembre 2014 nel Galles, varando il «Readiness Action Plan» il cui scopo ufficiale è quello di «rispondere rapidamente e fermamente alle nuove sfide alla sicurezza», attribuite alla «aggressione militare della Russia contro l’Ucraina». Il Piano viene definito dal segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, «il più grosso rafforzamento della nostra difesa collettiva dalla fine della guerra fredda».

In appena tre mesi la NATO quadruplica i cacciabombardieri, a duplice capacità convenzionale e nucleare, schierati nella regione baltica (un tempo parte dell’URSS); invia aerei radar AWACS sull’Europa orientale e accresce il numero di navi da guerra nel Mar Baltico, Mar Nero e Mediterraneo; dispiega in Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania forze terrestri statunitensi, britanniche e tedesche; intensifica le esercitazioni congiunte in Polonia e nei Paesi baltici, portandole nel corso dell’anno a oltre 200.

In quattro anni, dal 2014 al 2018, gli Stati Uniti spendono 10 miliardi di dollari per la «Iniziativa di rassicurazione dell’Europa» (ERI), il cui scopo ufficiale è «accrescere la nostra capacità di difendere l’Europa contro l’aggressione russa». Viene trasferita in Polonia dagli USA, nel 2017, la 3a Brigata corazzata composta da 3.500 uomini, 87 carrarmati, 18 obici semoventi e altri mezzi. Essa viene successivamente rimpiazzata da un’altra unità, così che forze corazzate statunitensi siano permanentemente dislocate in territorio polacco. Nelle basi di Ämari (Estonia) e Graf Ignatievo (Bulgaria), vengono dislocati cacciabombardieri USA e NATO, compresi Eurofighter italiani, per il «pattugliamento aereo» del Baltico. L’operazione prevede inoltre «una persistente presenza nel Mar Nero», con la base aerea di Kogalniceanu (Romania) e quella addestrativa di Novo Selo (Bulgaria). Il generale Curtis Scaparrotti, capo del Comando Europeo degli Stati Uniti e allo stesso tempo Comandante Supremo Alleato in Europa, assicura che «le nostre forze sono pronte e posizionate per contrastare l’aggressione russa».

Il piano è chiaro. Dopo aver provocato col putsch di Piazza Maidan un nuovo confronto con la Russia, Washington (nonostante il cambio di amministrazione dal presidente Obama al presidente Trump) persegue la stessa strategia: trasformare l’Europa in prima linea di una nuova guerra fredda, a vantaggio degli interessi degli Stati Uniti e dei loro rapporti di forza con le maggiori potenze europee.

La portaerei Italia sul fronte di guerra

Le Forze armate statunitensi posseggono in Italia (secondo il rapporto ufficiale del Pentagono Base Structure Report) più di 1.500 edifici, con una superficie complessiva di oltre 1 milione di metri quadri, e hanno in affitto o concessione altri 800 edifici, con una superficie di circa 900mila m2. Si tratta, in totale, di oltre 2300 edifici con una superficie di circa 2 milioni di metri quadri, sparsi in una cinquantina di siti. Ma questa è solo una parte della presenza militare statunitense in Italia.

Alle basi militari USA si aggiungono quelle della NATO sotto comando USA e quelle italiane a disposizione delle forze USA/NATO. Si stima che, in totale, siano oltre cento. L’intera rete di basi militari in Italia è, direttamente o indirettamente, agli ordini del Pentagono. Essa rientra nell’«area di responsabilità» dello United States European Command (EUCOM), il Comando Europeo degli Stati Uniti, con a capo un generale statunitense che ricopre allo stesso tempo la carica di Comandante Supremo Alleato in Europa. L’«area di responsabilità» dell’EUCOM, uno dei sei «comandi combattenti unificati» con cui gli USA ricoprono il globo, comprende l’intera regione europea e tutta la Russia (compresa la parte asiatica), più alcuni Paesi dell’Asia Occidentale e Centrale: Turchia, Israele, Georgia, Armenia e Azerbaigian.

Nella base aerea di Aviano (Pordenone) è schierata la 31st Fighter Wing, la squadriglia USA pronta all’attacco con circa 50 bombe nucleari B61 (numero stimato dalla FAS, la Federazione degli Scienziati Americani). Nella base aerea di Ghedi (Brescia) è schierato il 6° Stormo dell’Aeronautica italiana, pronto all’attacco sotto comando USA con circa 20 bombe nucleari B61 (sempre secondo le stime della FAS). Alle armi nucleari USA dislocate sul territorio italiano, il cui numero effettivo è segreto, si aggiungono quelle a bordo di unità della Sesta Flotta la cui base principale è a Gaeta in Lazio. La Sesta Flotta dipende dal Comando delle Forze Navali USA in Europa, il cui quartier generale è a Napoli-Capodichino.

A Vicenza ha base la 173a Brigata Aviotrasportata dell’Esercito USA, che fornisce forze di rapido intervento al Comando Europeo, al Comando Africa e al Comando Centrale (la cui «area di responsabilità» comprende Medioriente e Asia Centrale). Forze della 173a Brigata, già impiegate in Iraq nel 2003, vengono inviate a rotazione in Afghanistan, in Ucraina e altri Paesi dell’Europa Orientale.

Nell’area Pisa/Livorno c’è Camp Darby, il più grande arsenale USA nel mondo fuori della madrepatria. È la base logistica dell’Esercito USA che rifornisce le forze terrestri e aeree statunitensi e alleate in Europa, Medioriente e Africa. Nella base vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata, che può essere rapidamente inviato in zona di operazioni attraverso l’aeroporto di Pisa (Hub aereo militare nazionale) e il porto di Livorno (a cui possono attraccare anche unità a propulsione nucleare). Qui fanno scalo mensilmente enormi navi di compagnie private che trasportano armi per conto del Pentagono, collegando i porti statunitensi a quelli mediterranei, mediorientali e asiatici.

In un’area di Camp Darby prima adibita ad attività ricreative, formalmente restituita all’Italia, viene trasferito nel 2019 dalla caserma Gamerra di Pisa il Comando delle forze speciali dell’Esercito italiano (COMFOSE), che riunisce sotto comando unificato quattro reggimenti. Ciò permette di integrare a tutti gli effetti le forze speciali italiane con quelle statunitensi, impiegandole in operazioni coperte sotto comando USA. Il tutto sotto la cappa del segreto militare.

Non può non venire a mente, a questo punto, la storia delle operazioni segrete di Camp Darby: dalle inchieste dei giudici Casson e Mastelloni è emerso che Camp Darby ha svolto sin dagli anni Sessanta la funzione di base della rete golpista costituita dalla CIA e dal SIFAR nel quadro del piano segreto Gladio. Le basi USA/NATO – scriveva Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – hanno fornito gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. In queste basi «si riunivano terroristi neri, ufficiali della NATO, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati» (Ferdinando Imposimato, La Repubblica delle stragi impunite, Newton Compton, 2012).

A Lago Patria (Napoli) ha sede il Comando della Forza Congiunta Alleata (JFC Naples). Il suo nuovo quartier generale, inaugurato nel 2012, ha una superficie coperta di 85mila metri quadri, circondata da una vasta area recintata predisposta per future espansioni. Il personale, in aumento, è composto da oltre 2.500 militari e civili. Il JFC Naples della NATO è agli ordini di un ammiraglio statunitense, che comanda allo stesso tempo le Forze Navali USA in Europa (da cui dipende la Sesta Flotta) e le Forze Navali USA per l’Africa. Ogni due anni il JFC Naples assume il comando operativo della «Forza di risposta NATO» (NRF), una forza congiunta «altamente flessibile e capace» composta da 40mila uomini, che ha il compito di condurre operazioni militari nell’«area di responsabilità del Comandante Supremo Alleato in Europa e al di là di tale area». Nel quartier generale di Lago Patria è in funzione, dal settembre 2017, l’«Hub di Direzione Strategica NATO per il Sud», un centro di intelligence, ossia di spionaggio, «concentrato sulle regioni meridionali comprendenti Medioriente, Nordafrica e Sahel, Africa Subsahariana ed aree adiacenti».

In Sicilia, la Naval Air Station (NAS) Sigonella, con un personale di circa 7.000 militari e civili, costituisce la maggiore base navale e aerea USA e NATO della regione mediterranea. La NAS – si legge nella presentazione ufficiale – «ospita aerei USA e NATO di tutti i tipi». Tra questi droni-spia Global Hawk, che da Sigonella effettuano missioni di ricognizione su Medioriente, Africa, Ucraina orientale, Mar Nero ed altre zone. Per attacchi mirati (quasi sempre segreti) decollano da Sigonella droni Predator, armati di missili e bombe a guida laser e satellitare.

L’altra maggiore installazione statunitense in Sicilia è la stazione MUOS di Niscemi (Caltanissetta). Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari militari ad altissima frequenza, composto da quattro satelliti e quattro stazioni terrestri: due in territorio statunitense, in Virginia e nelle Hawaii, una in Australia e una in Sicilia, ciascuna dotata di tre grandi antenne paraboliche di 18 metri di diametro. Tale sistema permette al Pentagono di collegare a un’unica rete di comando e comunicazioni sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri, mentre sono in movimento in qualsiasi parte del mondo si trovino.

In Sardegna vi sono i maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO: in particolare quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo. Qui viene usato, in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari che si svolgono in Italia, con gravi conseguenze per la salute della popolazione.

L’Europa in prima linea nel confronto nucleare

Il 20 settembre 2017 – il giorno stesso in cui alle Nazioni Unite viene aperto alla firma il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari – la NATO lo boccia sonoramente. Il Trattato, votato all’Assemblea Generale da una maggioranza di 122 Stati, impegna gli Stati firmatari a non produrre né possedere armi nucleari, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l’obiettivo della loro totale eliminazione. Il Consiglio Nord Atlantico esautora così i parlamenti nazionali dei Paesi membri, privandoli della sovranità di decidere autonomamente se aderire o no al Trattato ONU sull’abolizione delle armi nucleari.

Il Consiglio Nord Atlantico assicura però «il forte impegno della NATO per la piena applicazione del Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP)». In realtà esso è violato proprio dalla NATO. Gli Stati Uniti – violando l’Articolo 1 che proibisce agli Stati militarmente nucleari di trasferire ad altri armi nucleari – hanno schierato bombe nucleari B61 in cinque Paesi membri dell’Alleanza: Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia. Questi violano il TNP, che all’Articolo 2 proibisce agli Stati militarmente non nucleari di ricevere armi nucleari, né avere il controllo su tali armi direttamente o indirettamente.

Una nuova bomba nucleare USA, la B61-12, sostituirà tra breve la B61 oggi schierata in Italia ed altri paesi europei. La B61-12 ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza selezionabili: al momento del lancio, viene scelta la potenza dell’esplosione a seconda dell’obiettivo da colpire.  A differenza della B61 sganciata in verticale sull’obiettivo, la B61-12 viene lanciata a distanza e guidata da un sistema satellitare. Ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, anche attraverso cemento armato, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee, così da «decapitare» il Paese nemico in un first strike nucleare.

Il 2 luglio 2019 il segretario di stato Mike Pompeo annuncia, dopo sei mesi di sospensione, il definitivo ritiro degli Stati uniti dal Trattato sulle Forze nucleari intermedie (INF), accusando la Russia – senza alcuna prova – di averlo «deliberatamente violato, mettendo a rischio i supremi interessi Usa».  Il Trattato INF, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan,  aveva permesso di eliminare  tutti i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, anzitutto i missili balistici Pershing 2, schierati dagli Stati Uniti in Germania Occidentale, e quelli da crociera lanciati da terra, schierati dagli Stati Uniti in Gran Bretagna, Italia, Germania Occidentale, Belgio e Olanda, e allo stesso tempo i missili balistici SS-20 schierati dall’Unione Sovietica sul proprio territorio.

La cancellazione del Trattato INF si inserisce in una nuova corsa agli armamenti, basata non tanto sulla quantità ma sulla qualità delle armi nucleari e dei loro vettori e sulla loro dislocazione. Fonti militari informano che gli Stati Uniti stanno mettendo a punto nuovi missili nucleari a raggio intermedio con base a terra, sia da crociera che balistici (questi capaci di colpire gli obiettivi in pochi minuti dal lancio), da schierare in Europa contro la Russia e in Asia contro la Cina. La Russia ha avvertito che, se verranno schierati in Europa, punterà i suoi missili nucleari sui territori in cui saranno installati.

In tale quadro va tenuto presente il fattore geografico: mentre un missile nucleare USA a raggio intermedio schierato in Europa, può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia sul proprio territorio può colpire le capitali europee, ma non Washington. Rovesciando lo scenario, è come se la Russia schierasse missili nucleari a raggio intermedio in Messico.

Nota conclusiva

Nel quadro della NATO, le Forze armate italiane sono impegnate in 35 operazioni in 22 Paesi, dall’Europa orientale ai Balcani, dall’Africa al Medioriente e all’Asia. Sono le «missioni di pace» effettuate soprattutto là dove la NATO sotto comando USA ha scatenato, con l’attiva partecipazione dell’Italia, le guerre che hanno demolito interi Stati e destabilizzato intere regioni.

L’adeguamento delle nostre Forze armate e dei loro sistemi d’arma a tale strategia richiede una crescente spesa militare. Nel 2018 la spesa militare italiana è salita dal 13° all’11° posto mondiale, arrivando a una media di circa 70 milioni di euro al giorno, ma USA e NATO premono per un suo ulteriore aumento in funzione soprattutto della escalation contro la Russia. Lo scorso giugno il governo Conte I ha «sbloccato» 7,2 miliardi di euro da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell’incontro del premier col Segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019). Si sta così per passare da una spesa militare di circa 70 milioni di euro al giorno a una di circa 87 milioni di euro al giorno.

Manlio Dinucci, giornalista e saggista

Nota sull’Autore:

Manlio Dinucci, giornalista e saggista, autore di testi scolastici di geografia umana e di libri su temi di geopolitica e geostrategia, è collaboratore de il manifesto e membro del Comitato No Guerra No Nato. È ricercatore associato di Global Research / Centre for Research on Globalization, diretto dal Prof, Michel Chossudovsky (Canada). Nel 2019, nel Concorso internazionale di giornalismo indetto dal Club de Periodistas de México (ordine dei giornalisti del Messico), ha ricevuto il primo premio nel settore dell’analisi geostrategica. È stato direttore esecutivo per l’Italia della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione internazionale insignita nel 1985 del Premio Nobel per la Pace per aver «fornito preziosi servigi all’umanità divulgando informazioni autorevoli e diffondendo la consapevolezza sulle catastrofiche conseguenze di un conflitto nucleare».