Il Califfo, film Cia tra fiction e realtà

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mccain albaghdadidi Manlio Dinucci

Il senatore Usa John McCain incontra Abu Bakr al Baghdadi il 27 maggio 2013 in Siria

«È stato come guardare un film», ha detto il presidente Trump  dopo aver assistito alla eliminazione di Abu Bakr al Baghdadi, il Califfo capo dell’Isis, trasmessa nella Situation Room della Casa Bianca.

Qui, nel 2011, il presidente Obama assisteva alla eliminazione dell’allora nemico numero uno,  Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda. 


Stessa sceneggiatura: 

i servizi segreti Usa avevano da tempo localizzato il nemico; 

questi non viene catturato ma eliminato: Bin Laden è ucciso, al Baghdadi si suicida o è «suicidato»; 

il corpo sparisce: quello di Bin Laden è sepolto in mare, i resti al Baghdadi disintegrato dalla cintura esplosiva sono anch’essi dispersi in mare. 

Stessa casa produttrice del film: la Comunità di intelligence, formata da 17 organizzazioni federali. Oltre alla Cia (Agenzia centrale di intelligence) vi è la Dia (Agenzia di intelligence della Difesa), ma ogni settore delle Forze armate, così come il Dipartimento di stato e quello della Sicurezza della patria, ha un proprio servizio segreto. 

Per le azioni militari la Comunità di intelligence  usa il Comando delle forze speciali, dispiegate in almeno 75 paesi, la cui  missione ufficiale comprende, oltre alla «azione diretta per eliminare o catturare nemici», la «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dal Comando». 

È esattamente quella che viene avviata in Siria nel 2011, lo stesso anno in cui la guerra Usa/Nato demolisce la Libia. Lo dimostrano documentate prove, già pubblicate sul manifesto. 

Ad esempio, nel marzo 2013  il New York Times pubblica una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivano in Turchia e Giordania, con il finanziamento di Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, fiumi di armi per i militanti islamici addestrati dal Comando delle forze speciali Usa prima di essere infiltrati in Siria. 

Nel maggio 2013, un mese dopo aver fondato l’Isis, al Baghdadi incontra in Siria una delegazione del Senato degli Stati uniti capeggiata da John McCain, come risulta da documentazione fotografica. 

Nel maggio 2015 viene desecretato da Judicial Watch un documento del Pentagono, datato 12 agosto 2012, in cui si afferma che c’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e questo è esattamente ciò che vogliono i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia che sostengono l’opposizione». 

Nel luglio 2016 viene desecretata da Wikileaks una mail del 2012 in cui la segretaria di stato Hillary Clinton scrive che, data la relazione Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per Israele, facendo diminuire il suo timore di perdere il monopolio nucleare». 

Ciò spiega perché, nonostante gli Usa e i loro alleati lancino nel 2014 la campagna militare contro l’Isis, le forze dell’Isis possono avanzare indisturbate in spazi aperti con lunghe colonne di automezzi armati. 

L’intervento militare russo nel 2015, a sostegno delle forze di Damasco, rovescia le sorti del conflitto. Scopo strategico di Mosca è impedire la demolizione dello Stato siriano, che provocherebbe un caos tipo quello libico, sfruttabile da Usa e Nato per attaccare l’Iran e accerchiare la Russia.  

Gli Stati uniti, spiazzati, continuano a giocare la carta della frammentazione della Siria, sostenendo gli indipendentisti curdi, per poi abbandonarli per non perdere la Turchia, avamposto Nato nella regione. 

Su questo sfondo si capisce perché al Baghdadi, come Bin Laden (già alleato Usa contro la Russia nella guerra afghana), non poteva essere catturato per essere pubblicamente processato, ma doveva fisicamente sparire per far sparire le prove del suo reale ruolo nella strategia Usa. 

Per questo a Trump è piaciuto tanto il film a lieto fine.

(il manifesto, 29 ottobre 2019)