Brexit Nato un dilemma irrisolto

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brexitnatodi Marco Pondrelli

Riportiamo ampi stralci dell'editoriale apparso sabato 7 luglio su Milano-Finanza a firma Guido Salerno Aletta. È un lungo passaggio dove l'Autore focalizza il nesso fra la Brexit e la Nato alla luce della nuova politica americana, a proposito della quale Federico Rampini ha scritto: “i governi europei rischiano di vedersi scavalcati da un Trump che sopra le loro teste va a trattare con Putin, inseguendo il suo antico sogno di un direttorio fra leader delle superpotenze” (la repubblica 4 luglio 2018). Ovviamente non a tutti fa piacere un ridimensionamento della NATO ed una distensione mondiale. Su 'la stampa' di venerdì 6 luglio Mario Platero arriva a dire “molti economisti europei diranno che per parecchi Paesi membri della Nato e dell’Unione Europea sarà difficile se non impossibile accelerare in tempi brevi la spesa per la difesa al livello del 2%, per i vincoli impliciti nel rigido tetto del 3% di rapporto deficit/Pil.

L’Italia ad esempio non potrebbe sostenere subito un altro 1% del Pil di spesa «militare» senza sfondare il tetto del 3% di quel rapporto. Ma questo è vero solo in teoria. In pratica, esiste un meccanismo europeo che consente ai Paesi membri di chiedere eccezioni. Tra gli elementi ammessi per un’esenzione ci sono «gli investimenti con un impatto misurabile sulla crescita economica». Per l’Italia gli aumenti della spesa per la difesa sarebbero per lo più qualificabili come investimenti in infrastrutture con ricadute sulla crescita misurabili”. Da una parte la UE dall'altra la NATO unite nella sacra guerra alla Russia (la cui aggressività è un dato di fatto che per i nostri opinionisti mainstream non necessità di discussioni ne tantomeno di prove). In questo coro di voci (non ultimo Bono Vox degli U2) preoccupate per il futuro della NATO l'editoriale di Aletta mette un po' di ordine.

“Siamo di fronte allo squadernarsi di un processo storico, che risale all’ultimo dopoguerra, che vedeva nella Nato l’involucro politico e militare del rapporto transatlantico, e nell’Unione europea lo strumento di cooperazione economica. Uscita dall’Unione, la Gran Bretagna deve enfatizzare il ruolo della Nato: non solo per mantenere la presa sulla politica europea, ma soprattutto per non perdere il ruolo di partner privilegiato degli Usa. A questo fine, è costretta a mantenere una singolare asimmetria: simultaneamente, la speciale amicizia nei confronti degli Usa ed il contrasto aspro verso la Russia. Si spiegherebbe così la tensione sempre molto alta nei confronti di Mosca: Londra non si è limitata al mantenimento delle sanzioni derivanti dalla vicenda della Crimea, ma ha trovato sempre nuove motivazioni per inasprirle, emerse anche in questa settimana, per via dell’uso sul territorio britannico di gas nervini di provenienza russa per il regolamento di conti tra spie. Il coinvolgimento di un ex agente britannico nella elaborazione di dossier sul caso Russiagate potrebbe iscriversi nella medesima logica: se Donald Trump trovasse un punto di intesa con Vladimir Putin, la funzione anti-russa della Nato si affievolirebbe, e così anche il rapporto privilegiato tra Usa e Gran Bretagna perderebbe il suo peso.

La Gran Bretagna si trova ad un bivio. Per uscire dal vicolo cieco in cui si trovano le trattative sulla Brexit, potrebbe utilizzare come leva nei confronti della Germania le pressioni americane: dazi inglesi e dazi americani, applicati congiuntamente, sarebbero insostenibili per la industria tedesca. Di più, ci sarebbe l’isolamento della Germania da cui gli Usa potrebbero ritirare le proprie truppe, facenti parte della Nato. In alternativa, potrebbe essere la Germania ad offrire una sponda alla Gran Bretagna: con un accomodamento sulla Brexit, sulla base del vicendevole interesse sugli scambi di merci e servizi, si potrebbe fare fronte comune a favore della Cina, di cui invece Donald Trump vuole depotenziarne le ambizioni strategiche. L’industria tedesca ha bisogno del mercato cinese, oltre che dello sbocco in Gran Bretagna, visto che quello americano si fa sempre più stretto. Allo stesso modo, la finanza inglese vuole mantenersi aperto il mercato europeo, ma soprattutto ambisce alla gestione dell’immenso risparmio privato cinese, approfittando della recente chiusura americana agli investimenti in aziende tecnologiche. Tutto riecheggia l’antico raccordo anglosassone.

Si scardinerebbe invece l’asse franco-tedesco, e così tutta la geografia europea. Dei vecchi equilibri e degli schemi del Novecento rimane ben poco. Anche per la Gran Bretagna, che per farli saltare ci ha messo davvero tanto del suo.”

Guido Slaerno Aletta, Milano Finanza 7 luglio 2018