Chiude i battenti il braccio “giudiziario” della distruzione della Jugoslavia

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jugoslavia incendiodi Gustavo Carneiro
da avante.pt

Traduzione di Marx21.it

Il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia (TPIJ) ha chiuso i battenti negli ultimi giorni del 2017, ponendo fine a uno dei più vergognosi processi di manipolazione del diritto internazionale di cui si abbia memoria. Esattamente come fece il nazifascismo a Lipsia, il nuovo ordine mondiale ha avuto all'Aia il suo simulacro di giustizia.

Nel febbraio del 1933, pochi giorni dopo aver assunto la guida del governo tedesco, i nazifascisti incendiarono l'edificio del parlamento tedesco, il Reichstag, e incolparono i comunisti del crimine.

Nei giorni seguenti, militanti ed eletti del Partito Comunista Tedesco venivano arrestati e accusati di essere gli autori dell'incendio, insieme a tre comunisti bulgari, tra cui il dirigente dell'Internazionale Comunista Georghi Dimitrov. La messa in scena svoltasi a Lipsia, trasmessa via radio, aveva tutte le caratteristiche per trasformarsi in un autodafé anticomunista e nella definitiva consacrazione del potere nazista, se non fosse stato per la vibrante e coraggiosa difesa di Dimitrov che ha reso evidente agli occhi del mondo che erano stati i fascisti e non i comunisti ad appiccare il fuoco.

Sessant'anni dopo, il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia si è posto obiettivi simili, pretendendo di dare una giustificazione giuridica al criminale processo di smantellamento della Jugoslavia e all'allargamento ad Est della NATO e dell'Unione Europea, promosso soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania. Nello stesso tempo, ha cercato di legittimare l'aggressione sterna al paese balcanico, sebbene abbia raggiunto con i bombardamenti della NATO nel 1999 il suo punto più alto, aveva già subito un'accelerazione: lo Stato federale multinazionale e i suoi principali difensori, i serbi, erano i principali obiettivi; le vittime furono migliaia, di praticamente tutte le nazionalità e i gruppi etnici.

Nel 1993, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite creò il TPIJ, attraverso la risoluzione 827 (con interpretazioni perlomeno “creative” del diritto internazionale), il mondo ormai aveva poco a che fare con quello che era esistito nei decenni precedenti. La scomparsa dell'Unione Sovietica e del campo socialista ha avuto drammatiche conseguenze politiche, economiche, sociali e ideologiche e ha lasciato il campo aperto alla brutale offensiva imperialista.

Creatura del nuovo ordine mondiale unipolare dominato dagli USA, il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia è stato, secondo le parole della giornalista statunitense Diana Johnstone (Cruzada de Cegos: Jugoslávia, a primeira guerra da globalização, Caminho, 2002), “un'istituzione creata da quelli che stanno in alto per giudicare quelli che stanno in basso. (…) fin dal principio,l'obiettivo proclamato dai suoi principali promotori non era creare uno strumento di giustizia neutrale e universale ma punire un gruppo nazionale: i serbi”.

Una questione di “DNA”

In uno dei capitoli del libro sopra citato, Diana Johnstone ricorre a citazioni degli stessi responsabili del tribunale che ne rivelano la natura. Antonio Cassese, il primo presidente del TPIJ, lo ha definito “figlio spirituale di Kinkel”, ministro tedesco degli Affari Esteri che stava conducendo la campagna per lo smantellamento della Jugoslavia. Da parte sua, la statunitense Gabrielle Kirk McDonald, che era succeduta a Cassese, ha definito la segretaria di Stato degli USA Madeleine Albright come “la madre” del TPIJ. La Albright ha assunto un ruolo di primo piano nell'aggressione aperta della NATO contro la Jugoslavia.

Il legame del TPIJ con la NATO è stato formalmente sancito nel 1996, attraverso un accordo su aspetti relativi all'assistenza e alla consegna degli accusati: “Se il tribunale aveva bisogno della NATO, questa a sua volta necessitava del tribunale per concludere la sua metamorfosi da alleanza militare internazionale in polizia mondiale “umanitaria”, sottolinea ancora Johnstone. Tutto l'edificio istituzionale del presunto tribunale è stato costruito per servire l'accanimento anti-jugoslavo e anti-serbo delle potenze occidentali, con la Germania e gli USA alla guida.

La possibilità che il Consiglio di Sicurezza aveva di impedire o sospendere le iniziative del procuratore del TPIJ e il suo finanziamento da parte di governi, organizzazioni internazionali e grandi imprese è elemento rivelatore della sua natura.

Come Diana Johnstone, anche il giurista britannico Jan Johnson vede nell'origine dei fondi del tribunale la prova del suo “carattere politico”. Parte considerevole del finanziamento proviene dal governo degli Stati Uniti, con altri importanti “contribuenti rilevanti” come la famiglia Rockefeller, il gruppo mediatico Time-Warner, padrone della CNN, e il miliardario George Soros, il cui ampio curriculum di partecipazione a colpi di Stato e “rivoluzioni colorate” parla da solo. Se la CNN aveva i diritti esclusivi per trasmettere i processi, le organizzazioni e fondazioni di Soros fornivano funzionari e ottenevano “prove” per il tribunale. Una di queste organizzazioni finanziava il giornale del cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo”. C'è poco da aggiungere in merito all'indipendenza del tribunale...

Nel corso degli anni, diversi giuristi hanno avviato cause presso il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia, accusando la NATO di crimini di guerra, per i bombardamenti – completamente illegali alla luce del diritto internazionale – del 1995 e soprattutto del 1999 su città villaggi, abitazioni e diverse infrastrutture, come ponti, scuole, mercati, fabbriche, la televisione statale serba e l'ambasciata cinese a Belgrado. Nulla è stato fatto a riguardo di ciò dai giudici e procuratori del TPIJ. In seguito, la giudice costaricana del TPIJ Elizabeth Odio Benito ha riconosciuto all'agenzia EFE che la decisione di procedere con tali indagini era dipesa da “circostanze politiche che i giudici non controllano”.

Il giurista italiano Aldo Bernardini aggiunge elementi che dimostrano l'illegalità dell'istituzione stessa del TPIJ e di gran parte del suo funzionamento. Dal punto di vista puramente giuridico, sottolinea, la creazione del TPIJ da parte del Consiglio di Sicurezza è “totalmente inammissibile”, poiché la Carta delle Nazioni Unite non garantisce a questo organo alcun potere in tal senso. Così, il TPIJ non era un'istituzione giudiziaria, ma un mero “strumento di violenza politica”.

Tutto meno che Giustizia

Ma sono forse l'istruzione e il decorso dei processi che più avvicinano il TPIJ a un tribunale sul modello Lipsia. Nel riportare l'esperienza di vari avvocati che in quella sede cercavano di garantire un minimo di giustizia agli accusati, il canadese Christopher Black parla di sentimenti di “shock, depressione, rabbia e talvolta pazzia, perché questi giudizi sono procedure inquisitorie in cui c'è solo un obiettivo che è quello di gettare gli accusati in carcere e usarli come esempi per i loro popoli di origine”.

Al contrario della pratica corrente nei tribunali penali, il TPIJ è direttamente coinvolto nell'imposizione delle accuse. Secondo Jan Johnson, questo non solo costituisce una relazione promiscua tra accusa e tribunale, ma pone seriamente in causa la presunzione di innocenza degli accusati – principio fondamentale del diritto. Anche Diana Johnstone sottolinea questo fatto, segnalando che i procuratori hanno la possibilità di fare le proprie regole e di essere loro, e non i giudici, a rappresentare il tribunale di fronte alla stampa.

Nel processo contro l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, come in altri, l'accusa ha avuto un tempo illimitato per i suoi testimoni, mentre la difesa ha dovuto affrontare numerose restrizioni. Molte accuse si basavano solo su “testimoni oculari”, molti dei quali erano anonimi. In queste condizioni, gli accusati erano condannati fin dall'inizio, poiché già da molto tempo lo erano stati dai mezzi di comunicazione a livello internazionale.

L'iniquità di questo “tribunale” è ancora più evidente, secondo Diana Johnstone, nel numero degli imputati che si trovavano sotto la sua custodia. Alcuni sono stati assassinati quando si presumeva che volessero sfuggire alle autorità o al momento della loro cattura (si pensi solo al barbaro linciaggio di Gheddafi, NdT); altri, semplicemente, sono morti in cella, per “cause naturali” o “suicidio”.

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