Linciato il “tiranno”, nel cielo di Tripoli volano gli avvoltoi

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di Sergio Ricaldone per Marx21.it

 

gheddafi salmaDiventa francamente insopportabile resistere tacendo o sussurrando a bassa voce l’indignazione che si prova di fronte all’ondata di indecenti e ipocrite menzogne con cui si tenta di seppellire in tutta fretta, e chissà dove, la salma dilaniata di Muhammar Gheddafi. Odiato, amato, detestato, blandito. Sicuramente il più controverso dei leaders africani ma molto rispettato nel continente nero. Non si è sottratto all’ultimo scontro con la fuga. E’ caduto in battaglia e voci di segno diverso si sono levate in sua difesa. Quella di Chavez azzarda un confronto con la morte di Che Guevara in Bolivia. Esagerazione ?

 

I fatti non si possono certo negare. Gheddafi non è scappato carico di dollari e di lingotti d’oro come hanno fatto molti tiranni e pur sapendo che non avrebbe avuto scampo contro la forza soverchiante del nemico non ha patteggiato la resa (e la vita) con nessuno. Ha preferito combattere e morire da grande africano nella sua Sirte ridotta a un cumulo di rovine fumanti dai bombardieri della Nato. La ignobile sequenza finale della tragedia e lo scempio della sua salma può essere definita come “il festino dei topi che si contendono i resti del leone”.

 

Di lui si sono raccontate le stesse infamie ormai lette da più di un secolo sulle gazzette colonialiste e razziste di Londra, Parigi, Roma sui barbari africani bisognosi di civiltà. Lunga è la lista di coloro che, al pari di Gheddafi, si sono opposti lottando, pressoché inermi, contro la devastante potenza di fuoco dei moderni eserciti imperialisti. Tutti presentati, secondo la convenienza del momento, come barbari terroristi : da Lumumba a Nelson Mandela, da Nkrumah a Kabila, da Ben Bella a Neto, da Pierre Mulele a Sam Nujoma, da Samora Machel a Mugabe. Uomini che hanno combattuto per riscattare i milioni di africani vittime del genocidio colonialista.

 

Nessuno di loro, beninteso, tanto meno Gheddafi, ha l’aureola di un santo. Sono diventati capi di Stato e uomini di pace dopo avere diretto e partecipato a guerre feroci e sanguinose. Ed è in guerra che si impara a scannare il nemico per impedire che lui scanni te. E’ successo ad Algeri, a Kinshasa, Città del Capo, Luanda, Fallujia e altrove. Negli ultimi mesi è successo anche a Sirte dove alcune centinaia di combattenti hanno resistito per settimane all’assalto di bande mercenarie addestrate e guidate dai reparti speciali di gaglioffi franco-britannici e all’uragano di ferro e di fuoco rovesciato sulla città martire dal più potente e ricco esercito del pianeta, la Nato. E allora, chi sono i terroristi ? Chi ha vinto e chi ha perso la guerra libica ?

 

Ancora una volta, cento anni dopo lo sbarco dei bersaglieri a Tripoli, la Libia presenta il volto martoriato delle sue città rase al suolo dall’alleanza militare euro-americana, in nome e per conto di un capitalismo reso sempre più feroce da una crisi economica micidiale e dalla competizione incalzante con l’odiata Cina popolare.

 

Nessuno ovviamente dimentica le indecorose sceneggiate allestite dal colonnello di Tripoli per ridare un po’ di smalto al culto della propria persona, alquanto sbiadita dopo la acrobatica svolta neoliberista compiuta dal suo governo. E men che meno dimentichiamo le sue ossessioni religiose e le brutali repressioni compiute contro i militanti comunisti anche nei paesi confinanti.



Ma ricordiamo anche che Gheddafi ha fatto uscire la Libia dalla fame e dalla miseria del terzo mondo facendola diventare il paese socialmente più avanzato di tutta l’Africa : la parità tra uomini e donne, l’istruzione gratuita e scuole modernamente attrezzate, assistenza sanitaria per tutti, la piena occupazione. Un livello di benessere che nessun altro paese africano ha mai conosciuto.

 

Lo stesso Nelson Mandela ha riconosciuto più volte come la Libia di Gheddafi sia stata anche un paese solidale con tutti i movimenti di liberazione africani e come abbia combattuto con tenace coerenza i terroristi di Al Qaeda. Sicuramente presenti oggi tra i mercenari che lo hanno assassinato con l’assistenza dei bombardieri Nato.

 

Il burattino Jibril, sponsorizzato da Sarkozy e grande estimatore del colonialismo fascista, ora al potere a Tripoli, ha annunciato trionfalmente la fine della guerra e libere elezioni. Il nuovo “parlamento democratico” godrà ovviamente della protezione, oltre che dell’Eliseo, anche di Downing Street, della Casa Bianca e (come effetto collaterale) di Palazzo Chigi. Il neoliberismo senza “neo” (ri)diventerà nelle sue forme peggiori, ottocentesche, il modello di gestione della Libia “liberata” dal tiranno. Declinato in francese significa che la Libia diventerà, Washington permettendo, un bottino di guerra simile ai 15 paesi dell’Africa occidentale francofona i cui governi sono legati da patti economici e militari imposti dai vari inquilini dell’Eliseo per conto dei soliti predoni del petrolio e delle telecomunicazioni. I segni premonitori di questa “liberazione” della Libia si possono cogliere all’aeroporto Charles De Gaulle e a quello di Heatrow dove si sta allungando la fila delle prenotazioni per Tripoli degli avvoltoi della finanza anglo francesi.

 

Non è difficile prevedere che fine faranno le conquiste sociali del popolo libico. Ben presto si prenderà coscienza di quante lacrime e sangue costerà questa “liberazione”. Non sarà perciò facile far passare le letali controriforme imposte dai vincitori. E prima o poi il fantasma di Gheddafi ricomincerà a turbare i sonni della cricca ora al potere a Tripoli.