L’incendio è fuori controllo

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di Manlio Dinucci

 

 

us marinesA Washington avevano pensato di poter domare le fiamme della ribellione popolare propagatesi nei paesi arabi loro alleati, e di dar fuoco ad altri che non controllano (ci sono riusciti in Libia), così da costruire sulle ceneri il «Grande Medio Oriente» che hanno sempre sognato, quello sotto la bandiera a stelle e strisce, affiancata dalla rosa dei venti della Nato. Ma, nonostante ce la mettano tutta, le cose non vanno come vorrebbero. Soprattutto nel Bahrain e nello Yemen, importanti supporti della loro strategia. Nel Bahrain gli Stati uniti hanno il quartier generale delle forze navali del Comando centrale. Situato ad appena 200 km dall’Iran, dispone di decine di navi da guerra, comprese portaerei e unità da assalto anfibio con 28mila uomini e 3mila a terra, che operano nel Mar Rosso, nel Mare Arabico e in altre parti dell’Oceano Indiano, per «assicurare la pace e la stabilità e proteggere gli interessi vitali dell’America». In altre parole, per condurre le guerre in Iraq e Afghanistan e prepararne altre (Iran e Siria sono nel mirino). Da qui l’importanza del Bahrain, che gli Usa hanno designato «maggiore alleato non-Nato».

La monarchia ereditaria, garante della solida alleanza, continua però ad essere assediata dalla ribellione popolare, che non è riuscita a soffocare neppure con l’aiuto di Arabia Saudita, Emirati e Qatar che, in marzo, avevano inviato truppe in Bahrain. Cinque mesi dopo la «feroce repressione della sollevazione popolare», riporta il New York Times (15 settembre), ogni sera a Manama ci sono giovani che scendono in piazza, scontrandosi con la polizia. Le autorità hanno conquistato «una effimera vittoria con torture, arresti, licenziamenti», soprattutto contro la maggioranza sciita (70% della popolazione) discriminata dalla monarchia sunnita. Ciò nonostante, la segretaria di stato Hillary Clinton si è detta «impressionata dall’impegno con cui il governo del Bahrain procede sulla via democratica» e, in agosto, Washington ha rinnovato l’accordo militare con Manama, siglato nel 1991. Anche nello Yemen, vi sono «incoraggianti segnali di una rinnovata volontà del governo di promuovere la transizione politica»: lo assicura il Dipartimento di stato il 15 settembre, il giorno dopo che le Nazioni Unite hanno pubblicato un documentato rapporto sulla feroce repressione. Confermata dal fatto che, tre giorni dopo a Sana, i militari hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti su una pacifica manifestazione. Stiano però tranquilli gli yemeniti: gli Stati uniti «continuano ad appoggiare la pacifica e ordinata transizione, rispondente alle aspirazioni del popolo yemenita per la pace e la sicurezza». In che modo lo documenta lo stesso New York Times: «L’amministrazione Obama ha intensificato la guerra segreta nello Yemen, colpendo sospetti militanti con droni armati e cacciabombardieri». La guerra è condotta dal Comando congiunto del Pentagono per le operazioni speciali che, con la motivazione di dare la caccia ad Al Qaeda, ha installato a Sana una propria postazione. L’operazione è coordinata con la Cia, che ha costruito a tale scopo in Medio Oriente una base aerea segreta. Ma i missili Hellfire (Fuoco dell’inferno) dei droni Usa non fanno che alimentare le fiamme della ribellione popolare.

 

(il manifesto, 20 settembre 2011)