Vaccini: l’Europa fallisce ancora, vittima della logica del profitto

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coronavirusdi Fabio Massimo Parenti

I vaccini promessi da Bruxelles hanno fin qui avuto lo stesso effetto di un buco nell'acqua. Sono stati firmati accordi ben precisi tra i vertici dell'Unione europea e le case farmaceutiche. Accordi, ancora in gran parte secretati (alla faccia della trasparenza tanto sbandierata), che avrebbero dovuto consentire un'equa distribuzione delle dosi in ciascun Paese membro in relazione ai suoi abitanti. Tuttavia, la situazione è ben diversa da quella inizialmente immaginata. 


Intanto, come hanno svelato alcune indiscrezioni, ci sono Stati che, infischiandosene del sistema delle quote allestito dall'Ue, hanno pensato bene di stipulare intese bilaterali con le multinazionali del farmaco per comprare dosi extra, come la Germania. Arriviamo poi all'aspetto più importante dal punto di vista sanitario. Dopo qualche settimana dai primi annunci roboanti, le big pharma hanno improvvisamente comunicato il taglio della consegna delle dosi, con il risultato che la maggior parte dei governi si è ritrovata, di colpo, senza avere a disposizione il numero di vaccini previsto. Dunque, tanti saluti ai piani di vaccinazione pensati per immunizzare la popolazione in tempi ragionevoli. 

Per quale motivo le aziende hanno chiuso i rubinetti dei vaccini? La spiegazione ufficiale non convince appieno: la domanda di dosi sarebbe stata così alta da aver costretto gli stabilimenti produttivi a costruire nuove strutture ex novo. Il fatto è che non parliamo di dosi, extra ma di quantitativi già accordati in anticipo. Anche qui: trasparenza zero. Più convincente, semmai, è l’ipotesi sollevata da alcuni osservatori. Le aziende avevano sì stipulato un accordo di vendita con Bruxelles ma, a fronte di eventuali accordi economicamente più vantaggiosi con altri Stati extra Ue, potrebbero aver congelato le consegne destinate ai primi per concentrarsi interamente sui secondi. Quali? Ad esempio Stati Uniti e Israele, entrambi disposti a pagare una cifra più consistente rispetto all'Europa. 

Al netto delle ipotesi, la realtà è che i Paesi membri si sono ritrovati a secco di vaccini. E che, a causa della burocrazia vigente, l'Agenzia europea del farmaco (Ema) ha approvato per uso emergenziale soltanto i vaccini sviluppati da Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca. A dire il vero, una soluzione ragionevole per scongiurare la carenza di vaccini ci sarebbe ma, al momento, l'Ue non sembra intenzionata a esplorarla. Oltre ai tre antidoti citati, si potrebbero infatti prendere in considerazione anche i vaccini cinesi e il siero russo. 

D'altronde non stiamo parlando di sieri pericolosi, visto che un numero crescente di Paesi ha scelto di affidarsi proprio a Mosca e Pechino. Per quanto riguarda il vaccino cinese, Ungheria, Serbia e Ucraina sono i primi Paesi europei ad aver tracciato la strada. Perché Bruxelles non sceglie di fare altrettanto? Anche in questo caso dobbiamo distinguere tra una spiegazione di facciata e quella probabilmente reale. Ufficialmente, la Commissione europea si nasconde dietro alla burocrazia, ben diluita con non meglio specificati rischi sanitari. Detto in altre parole, per lo Sputnik V russo bisogna attendere la luce verde dell'Ema e, in ogni caso, prima di immetterlo sul mercato europeo serviranno controlli negli stabilimenti di produzione situati in Russia. Un discorso simile può essere esteso anche ai sieri cinesi. Tuttavia, la sensazione è che l'Europa stia continuando a evitare i vaccini cinesi, e quindi anche quello russo, per non alterare gli Stati Uniti. In ballo, insomma, potrebbero esserci interessi geopolitici e ideologici, gli stessi che starebbero minacciando la salute dei cittadini europei. Del resto Joe Biden lo ha detto apertamente: “Gli Stati Uniti sono tornati”. Dunque – sottointeso – l'Europa deve abbassare la testa e seguire Washington. Anche a costo di lasciare i suoi cittadini senza vaccini.