Il Medio Oriente conteso

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medioriente mappadi Federico La Mattina | da imesi.org

Mentre a Sochi Bashar al-Assad abbraccia Vladimir Putin, quasi contemporaneamente viene resa maggiormente esplicita l’intesa tattica israeliano-saudita. In Libano Riyad spinge verso una crisi politica finalizzata ad estromettere Hezbollah dallo scenario politico nazionale: con la consueta solerzia di chi, alla ricerca del “terrorismo” altrui, dimentica di guardare nelle proprie tasche. Il ‘problema’ Hezbollah è tutto geopolitico: sponda strategica iraniana in Libano e forza politico-militare indispensabile per la tenuta di Assad in Siria; acerrimo nemico di Israele (nel 2006 ha efficacemente contrastato l’offensiva israeliana), nonché partner tattico di Mosca; la Russia infatti guarda Hezbollah con un occhio diverso rispetto a Teheran: non bisogna dimenticare che a differenza degli alleati iraniani, i russi mantengono rapporti più che cordiali con Israele, pur avendo maturato un approccio completamente divergente in relazione ai più scottanti scenari levantini. Il Golfo stesso, lungi dall’essere un blocco monolitico, ha mostrato tutte le sue contraddizioni nella crisi tra Arabia Saudita e Qatar, che ha scontato il suo iperattivismo regionale degli ultimi anni.


Mentre i sauditi si trovano impantanati nel loro “Vietnam yemenita”, l’erede al trono Mohammed bin Salman, dopo la resa dei conti interna, si prepara a rilanciare l’egemonia saudita in ottica anti-iraniana, cogliendo al balzo l’occasione fornita dalla retorica in salsa neocon della Casa Bianca, che ha rispolverato l’«Asse del male» al di fuori di ogni sana prospettiva realista.

Ma la diplomazia persiana – erede di una storia millenaria – sa muoversi molto meglio rispetto alla ‘diplomazia nucleare’ di Kim ed oggi isolare l’Iran è una prospettiva che può vaneggiare soltanto qualche sognatore fermo ai primi anni duemila; gli Stati Uniti se ne sono resi conto: la geografia politica del Medio Oriente non può essere disegnata a loro piacimento e se ancora non è possibile parlare di un mondo pienamente multipolare, è invece evidente che proprio in Medio Oriente si stanno svolgendo le prime prove tecniche di multipolarismo, per quanto asimmetrico.

Dopo un sonno geopolitico durato circa due decenni (e più di un rospo ingoiato a colazione), abbandonata la sovraesposizione globale del secolo passato, la Russia è tornata a farsi sentire in Medio Oriente. Più di un osservatore (poco avvezzo alla riflessione storica) ha strabuzzato gli occhi nel vedere all’opera caccia russi al di fuori dei confini della Federazione: tranquilli, non sono tornati fantasmi del Novecento, è la storia che lungi dall’essersi fermata nel 1989 ha continuato a procedere.

I processi storici non si concludono di colpo per poi ricominciare daccapo come se nulla fosse accaduto precedentemente: dopo secoli di impero zarista e oltre settant’anni di esperimento sovietico, soltanto qualche delirante analista occidentale poteva davvero ritenere ‘chiusa’ la geopolitica della Federazione Russa, relegata a ex-potenza destinata alla frammentazione o all’assimilazione atlantica. Una volta esclusa una paritaria convergenza con l’Occidente atlantico (ma non per l’indisponibilità di Mosca), la politica estera del Cremlino si è messa nuovamente in moto, spinta a trovare forti intese ad Oriente dalla hybris unipolare a stelle e strisce. L’ha tardivamente compreso anche l’aspirante sultano Erdogan: dopo avere tentato di osteggiare Mosca facendo fronte compatto con le monarchie del Golfo, si è reso conto che con i russi in qualche modo bisogna trattare.

La sconfitta militare dell’IS non porterà né alla fine del terrorismo internazionale né ad una nuova pace regionale. Al contrario, come ha fatto notare la giornalista Mona Alami, “The winding down of the Syrian civil war and the end of the conflict against the Islamic State ushers a new phase of instability into the region. Washington, Tel Aviv and Gulf capitals now perceive the control by Iran proxies over wide spans of land from Lebanon to Syria to Iraq and the facilitation of the conveyance of Iranian weapons to Hezbollah as extremely dangerous” [1].

La contesa per l’egemonia nel Golfo anche se probabilmente non sfocerà in una guerra ‘calda’ tra Iran ed Arabia Saudita, potrebbe manifestarsi in modo più o meno violento in diversi scenari contesi. L’intesa israeliano-saudita ed il tentativo di delegittimare Hezbollah all’interno dei precari equilibri libanesi non lasciano presagire nulla di buono…

Federico La Mattina (Twitter @FedLaMattina

Note

[1] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2017/11/lebanon-hariri-resign-hezbollah-war-iran.html