Cinquant'anni di guerra

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guerra sei giorni001 soldatidi Bassam Saleh, giornalista palestinese

Le guerre d’Israele, la lotta del popolo palestinese, le strategie belliche imperialiste

Ricorre in questo mese di giugno 2017, il 50° anniversario della “Guerra dei Sei Giorni”, finita con la disfatta dei Paesi arabi davanti all’esercito israeliano. Con quella guerra, Israele completa l’occupazione della Palestina storica, occupa il Sinai egiziano e le alture del Golan siriano. In pochi giorni, il mondo arabo ufficiale entra in una sorta di depressione nazionale e morale, che ha un solo precedente: la Nakba del 1948.

52 anni fa (1° gennaio 1965), nasceva il primo movimento di liberazione nazionale palestinese: Fatah, quasi in contemporanea con la fondazione dell’OLP (28/05/1964) voluta dal primo vertice dei capi di Stato arabi, con il ruolo determinante del carismatico leader panarabista, Jamal Abdel Nasser. Un’ organizzazione per la liberazione della Palestina, riconosciuta e finanziata dalla Lega Araba, come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Questo avveniva quando i combattenti di Fatah lanciavano le loro prime azioni di guerriglia contro lo Stato israeliano. Invitando e incitando i palestinesi e gli arabi alla mobilitazione contro lo stato israeliano.


Nel 1968, nel mese di marzo, la Resistenza palestinese vince contro l’esercito israeliano, che aveva attraversato il confine giordano nella cittadina di Al Karameh. Vince dopo una lunga e gloriosa battaglia, costringendo l’esercito “invincibile” ad un’umiliante ritirata. Cosi, la Resistenza di poche centinaia di combattenti dava l’esempio e diceva che si poteva vincere. L’effetto positivo fu grande e immediato tra le masse palestinesi e arabe, e la Giordania divenne un campo di addestramento per chi voleva combattere lo Stato occupante. Anche Nasser dovette ammettere e riconoscere che “la Resistenza palestinese era il più nobile movimento della nazione araba e doveva esistere e vincere”.

A seguito della guerra del 1967, l’Onu emanò la famosa risoluzione 242, che chiedeva ad Israele di ritirarsi dai territori occupati.  Mentre fra l’Egitto e Israele continuava la cosiddetta guerra di logoramento, fino alla guerra dell’ottobre 1973. Dopo questa semi vittoria degli arabi, entrava in gioco la diplomazia, quella chiamata “steep by steep”, passo dopo passo, voluta dall’allora Segretario di Stato americano Kissinger. Questa politica portò il presidente Sadat a firmare il primo accordo di pace con il governo di destra israeliano di Bigen, con un discorso alla Knesset, un accordo separato, che sanciva il principio “pace in cambio di terre”, senza gli altri partner arabi, che causò l’isolamento dell’Egitto dal fronte contro Israele e nel mondo arabo.

Nei 50 anni passati, Israele non si è mai fermato, ha attaccato il Libano numerose volte, fino all’invasione del 1982, l’occupazione di Beirut e del sud Libano, fino ai massacri dei campi profughi palestinese in Libano. Nel 2000, Israele è costretto, sotto i colpi della Resistenza libanese, ad abbandonare il Libano del Sud. E di nuovo nel 2006 scatena una nuova guerra contro il Libano e contro Hezbo Allah, ma non riesce nei sui intenti.

Sul fronte palestinese, Israele continua la sua occupazione, malgrado gli accordi di principio di Oslo firmati, 1993, nei giardini della Casa Bianca e sotto gli occhi di tutto il mondo.

Il movimento dei coloni continua nell’occupazione delle terre, che dovrebbero appartenere allo Stato palestinese, che non vede la luce per il rifiuto dello Stato occupante di riconoscere e attuare le risoluzioni dell’Onu o del Consiglio di Sicurezza, che impone un assedio alla Striscia di Gaza da più di dieci anni. Oltre ciò, da parte di Israele, tre guerre: 2009, 2012, 2014, con migliaia di morti e feriti e la distruzione di tutta l’infrastruttura. Ben due milioni di esseri umani ne subiscono ancora le conseguenze.

La comunità internazionale che ha deciso la spartizione della Palestina in due Stati, già nel 1947, ne appoggia uno solo e nega la nascita dello stato di Palestina sui confini del 4 giugno 1967, compresa Gerusalemme est, cioè su qui territori occupati nella guerra dei sei giorni, e Israele rifiuta di ritirarsi da essi.

L’arroganza dei governanti israeliani, sostenuti dall’occidente, ha congelato ogni sblocco volto ad una soluzione politica di questo conflitto, che prevedeva la soluzione nei due Stati. Il che sta portando ad un regime di apartheid Israeliano, non solo nei territori occupati, ma anche nei confronti dei palestinesi che sono rimasti in Israele, e hanno la cittadinanza israeliana:  basti guardare le tante leggi discriminatorie emanate dalla Knesset.

La lotta non violenta del popolo palestinesecontro l’occupazione e l’apartheid e per giungere ai due Stati continua, mettendo la comunità internazionale davanti alle proprie responsabilità morali e legali; ma se Israele  continuerà ad ignorare e a negare i diritti del popolo palestinese alla libertà e all’autodeterminazione, allora la lotta, per uno Stato laico e democratico, per l’obiettivo della Palestina storica al popolo palestinese, sarà durissima e diventeràl’ obbiettivo non solo per i palestinesi ma anche per i democratici israeliani, poichè solo questa sarebbe la soluzione per porre fine al conflitto.  

Il mondo tace, la comunità internazionale tace, davanti alle continue e incessanti violazioni del diritto internazionale da parte del governo estremista di Israele.

Il mondo è impotente davanti ad uno Stato che si considera al di sopra di ogni legge. Un Stato che vive in una guerra permanente. Dopo 50 anni di guerra e la mancata risoluzione del conflitto centrale, quello israelo palestinese, quale ruolo hanno i partiti comunisti, le forze progressiste e democratiche di quest’area del mondo, per fermare i venti di guerra che soffiano forte sul Medio Oriente e sul Mediterraneo?

Il Convegno indetto dal PCI a Catania, per il prossimo sabato 17 giugno, sarà un’opportunità per discutere e analizzare le diverse questioni (politiche, sociali, geopolitiche) che riguardano il Mediterraneo e ci riguardano da vicino, con un occhio particolare alla nuova amministrazione Trump e alle nuove alleanze con le monarchie petrolifere.