Aleppo, dialoghi e sogni

E-mail Stampa PDF

believeinaleppodi Marinella Correggia

da "L'Ordine. Supplemento culturale de La provincia, di Como"

fonte oraprosiria.blogspot.it

Gli sguardi che si posano sul mercato antico e sulla cittadella di Aleppo, ormai, sono molto diversi da quelli di «prima»: «Prima di tutta questa distruzione, prima del 2012, qui era un andirivieni di turisti da tanti paesi; adesso vedi solo noi aleppini. Viviamo in altri quartieri della città, quelli non distrutti dalla guerra, e veniamo a scuotere la testa su questa povera città vecchia, che fino a pochi mesi fa era sulla linea del fronte»: Yaser, tecnico elettronico che non è disoccupato di guerra solo perché ha un lavoro statale, inforca gli occhiali per vederci meglio mentre entra con suo zio Hassan nel buio dissestato e bruciato di quello che era il luccicante suq coperto della seconda città della Siria. « I suq di Aleppo, dieci chilometri di lunghezza, i primi delle città arabe musulmane per bellezza, dimensioni e autenticità, ogni area specializzata in un tipo di artigianato, dai profumi ai tessuti, dagli argenti ai saponi, dalle spezie alle ceramiche» (descrizione nella guida Syrie). 


Zio e nipote si inoltrano, attenti a dove mettono i piedi fra montagnole di terra e detriti; dentro non c’è altro. Rivedono luoghi sfigurati, rimasti per anni inaccessibili: nei cunicoli, decine di negozi erano stati dati alle fiamme già nell’ottobre 2012; in altri, fino alla riconquista di Aleppo da parte dell’esercito nazionale lo scorso dicembre, si erano trincerati i miliziani dell’opposizione armata. «Terroristi venuti da fuori, ci hanno mandato questa feccia l’Arabia saudita, il Qatar, i turchi…»: per Mahmoud, un ex commerciante tornato a vedere il suo negozio - ormai solo uno spazio annerito -, il giudizio sui jihadisti è senza appello: «Volevano che ci convertissimo all’Islam? Ma noi, siamo già musulmani; loro no, sono criminali». Nella mancanza di lavoro che affligge ormai tanti come lui, la ricca cultura alimentare del paese sopravvive zoppicando e gli ha dato una provvisoria fonte di reddito: «Faccio l’ambulante, vendo zaatar» (la pizza libanese al timo e sesamo).

Yaser e Hassan escono a rivedere il cielo terso sopra la Cittadella. «Believe in Aleppo», invita un enorme pannello davanti alla maestosa fortezza di pietra sulla collina, rimasta sotto il controllo dell’esercito, che vi manteneva l’accesso tramite tunnel sotterranei. E’ miracolosamente in piedi, solo un bastione è lesionato: del resto, « nella storia la Cittadella non fu mai espugnata dagli assalitori, i Mongoli la presero solo con l’inganno », spiega l’ex guida turistica JosephMistrih, autore di La cittadella di Aleppo, saggio ante-guerra. 

Quanti fotografi, quanti turisti hanno immortalato l’imponenza del luogo? Poi, dal 2012, la guerra è entrata nel cuore di Aleppo. Nelle immagini scattate in questi ultimi anni, la zona della Cittadella appare sfigurata, il cielo polveroso di detriti da scoppi, i pendii della collina senza più erba. 

Ora va meglio. La piazza di accesso alla fortezza è circondata da edifici distrutti ma è ripulita e netta; un po’ di erba è tornata; pietre sparse fanno da sedile a donne più o meno velate, ragazzini girano in bici. Tutti aleppini. Salvo Marguerite, detta Margot, una signora libanese che però vive da tempo nella città siriana, se ne sente parte e non se ne è mai andata: «Povera Aleppo, tirata per i capelli. Tutta questa tragedia, questi morti, per cosa alla fine? Sulle teste dei siriani, una guerra voluta da fuori…».

Mohamed, 12 anni, abbronzato dall’aprile mediorientale, si aggira vendendo merendine industriali made in Syria, si legge «senza Ogm» – là sono vietati. Costano 100 lire siriane trattabili. Per un confronto, una corsa in bus ne costa 50; 50 lire anche 1,5 kg di pane arabo sovvenzionato dallo Stato; 225 lire un litro di benzina; 500 un pacchetto di sigarette (vizio nazionale che alcuni sono riusciti a mantenere). «Dall’Italia, eh?», chiede Mohamed; alla risposta accenna il tipico sorriso di chi immagina cose fuori dalla propria portata. Credendosi non più osservato, il piccolo venditore bacia la banconota da 500 lire; non ne vede quasi mai. 

In quella scena da quiete dopo la tempesta passa un’auto incongrua, musica a tutto volume, «scommetto che sono quelli andati a passare la guerra sulla costa dove tutto era tranquillo, e ora sono tornati, freschi e senza danni»: Haydar, critico -come molti- verso chi non è rimasto ad Aleppo nei tempi duri, alla Cittadella portava i turisti, era una guida in inglese. Alcuni suoi colleghi si sono riciclati in accompagnatori per giornalisti; altri sono andati via. Insomma anche le guide non sono più le stesse e così, nel quartiere Salahuddin, in parte distrutto perché sulla linea del fronte, in parte popolato e resiliente, chi ci accompagna per pura cortesia e curiosità è un ragazzino, Yasen. Grazie a questa piccola guida di guerra si possono fare incontri surreali. Un internet point spartano, un assemblatore di computer, un venditore di materiale edile. E Mona, rientrata nel suo appartamento in una via malandata e bruciacchiata; così non paga più affitti altrove. Suo figlio ha scritto sul muro annerito: «Che la vita e il mondo siano più teneri».

Non lontano dal minareto della moschea degli Omayyadi, XI secolo, distrutto da una carica esplosiva o da tiri di cannoni (chissà), una bella porta storica non ha più la sua casa ed è appoggiata sulle macerie. Per contrasto viene in mente il film – premiato al Torino Film Festival - Houses without Doors, Case senza porte, di Avo Krapealian. Regista siriano di origini armene, dalle finestre di casa nel quartiere al Midane - per anni bersagliato da razzi e mortai provenienti da Aleppo Est - ha sbirciato le strade a partire dal 2012, mentre la guerra si impadroniva della città.

Ad Aleppo la vita sembra ripresa, in certi quartieri è anche tornata l’acqua corrente. Verrebbe da pensare a una prossima ricostruzione, e alla ripresa delle attività culturali. Anche alla riapertura del museo: i suoi reperti sono stati trasferiti tempo fa, per evitare il saccheggio stile Baghdad o Mosul - per non dire di Palmyra. All’esterno dell’edificio, le grandi strane statue della civiltà di Mari con gli occhi sgranati sono protette da enormi assi. 

Ma prima di toglierle deve finire la guerra. E invece. Pochi giorni fa, nel sobborgo di Rashdien un’auto al tritolo ha ucciso oltre centoventi civili evacuati dalle cittadine di Foua’ e Kafraya. E a Salahuddin, il quartiere della guida improvvisata Yasen, e di Mona, un’esplosione ha fatto sei morti e trenta feriti. Aveva detto Yaser a mo’ di congedo, là davanti all’antica fortezza aleppina: «Finché arriveranno soldi e armi a califfi e terroristi, la pace sarà un sogno e la realtà un incubo».