Le “primavere” hanno generato solo il caos nei paesi arabi

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syria crisis 2 25260Intervista ad Ahmed Bensaada* a cura di Nordine Azzouz

da 
www.investigaction.net

Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

Ahmed Bensaada segue attentamente i cambiamenti e gli sconvolgimenti nel Maghreb e in Medio Oriente ai quali ha consacrato molti articoli, dibattiti e conferenze. Sulle Primavere arabe, ha rivolto fin dall’inizio uno sguardo molto critico del quale ha fatto la sintesi in un libro Arabesque américaine, poi in Arabesque$, una nuova edizione riveduta ed arricchita, di scottante attualità. Cinque anni dopo!

Giornalista: “Cinque anni sono trascorsi da quelle che si sono chiamate le “primavere arabe”. Il bilancio, si vede, non è molto allegro, se non addirittura catastrofico in molti dei paesi interessati. Perché, secondo voi?”

Ahmed Bensaada: “Non molto allegro”, dite? Questi gravi sconvolgimenti che i benpensanti occidentali hanno affrettatamente ed erroneamente battezzato “primavere” non hanno generato che il caos, la morte, l’odio, l’esilio e la desolazione in molti paesi arabi. Bisognerebbe forse chiedere ai cittadini dei paesi arabi “primaverizzati” se la disastrosa situazione nella quale si trovano può essere qualificata di primaverile.


E le cifre sono eloquenti al riguardo. Un recente studio ha mostrato che questa funesta stagione ha causato, in cinque anni, più di 1,4 milioni di vittime (tra morti e feriti), a cui occorre aggiungere più di 14 milioni di rifugiati. Questa “primavera” è costata ai paesi arabi più di 833 miliardi di dollari, di cui 461 miliardi di perdite in infrastrutture distrutte e in siti storici devastati. Inoltre la regione MENA (Middle East and North Africa) ha perso più di 103 milioni di turisti, un’autentica calamità per l’economia.

Fin dalla pubblicazione della prima versione del mio libro “Arabesque américaine” (aprile 2011), ho messo in evidenza l’ingerenza straniera in queste rivolte che ha  colpito le strade arabe, come la non spontaneità di questi movimenti. Certo, i paesi arabi erano, prima di questi eventi, in un reale stato di decadenza: assenza di alternanza politica, elevata disoccupazione, democrazia embrionale, malessere, diritti fondamentali sbeffeggiati, mancanza di libertà d’espressione, corruzione ad ogni livello, favoritismi, esodo di cervelli, ecc. Tutto ciò rappresenta un terreno fertile alla destabilizzazione. Ma sebbene le rivendicazioni delle strade arabe fossero reali, ricerche minuziose hanno dimostrato che i giovani manifestanti e i cyber attivisti arabi erano formati e finanziati da organismi americani specializzati nell’esportazione della democrazia, come l’USAID, la NED, Freedom House o l’Open Society  del miliardario George Soros. E tutto questo, anni prima dell’immolazione col fuoco di Mohamed Bouazizi.

Quei manifestanti che hanno paralizzato le città arabe e che hanno spodestato i vecchi autocrati arabi al potere da decenni, rappresentano tuttavia una gioventù piena di furore e speranze.

Una gioventù istruita, che maneggia abilmente le tecniche della resistenza non violenta ed i suoi slogan persuasivi. Quelle stesse tecniche che sono state teorizzate dal filosofo americano Gene Sharp e messe in pratica dagli attivisti serbi di Otpor nelle rivoluzioni colorate. Quelle stesse tecniche insegnate ai giovani manifestanti arabi dai fondatori di Otpor nel loro centro CANVAS (Center for Applied Non Violent Action and Strategies) concepito soprattutto per la formazione dei dissidenti inesperti.

Una gioventù appassionata di nuove tecnologie di cui i leaders sono stati individuati, formati e sostenuti dai giganti americani della rete da un intermediario di organismi americani come l’AYM (Alliance of Youth Movements).

Ma proprio come gli attivisti delle rivoluzioni colorate, i cyber-dissidenti arabi sono allenati ad indebolire i regimi. Essi sono infatti, probabilmente a loro insaputa, organizzati per condurre alla caduta del vertice della piramide del potere. Non hanno alcuna competenza sul percorso da seguire allorquando gli autocrati sono cacciati e il potere diviene vacante. Essi non hanno alcuna attitudine politica per condurre positivamente la transizione democratica che dovrebbe seguire a questo maggior cambiamento.

In un articolo sulle rivoluzioni colorate scritto nel 2007 dal giornalista Hernando Calvo Ospina sulle colonne de Le Monde Diplomatique, si può leggere: “la distanza tra governanti e governati agevola il compito della NED e della sua rete di organizzazioni, che fabbricano migliaia di ‘dissidenti’ grazie ai dollari ed alla pubblicità. Una volta ottenuto il cambiamento, la maggior parte di loro, come le loro organizzazioni di ogni tipo, spariscono senza gloria dalla circolazione”.

Così, non appena termina il ruolo assegnato ai cyber-dissidenti, sono le forze politiche in piazza, a caccia del cambiamento, che occupano il vuoto creato dalla scomparsa del vecchio potere. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, sono i movimenti islamisti che hanno approfittato in un primo momento della situazione, evidentemente aiutati dai loro alleati come gli Stati Uniti, alcuni paesi occidentali e arabi e la Turchia che doveva servire da modello.

E’ chiaro che questa “primavera” non ha nulla a che vedere con gli slogan strenuamente scanditi dai giovani cyber-attivisti nelle strade arabe e che la democrazia non è che uno specchio per allodole. In effetti, come non porsi seri interrogativi su questa “primavera” quando si constata che i soli paesi arabi attraversati da questa stagione sono delle repubbliche? E’ forse un caso che nessuna monarchia araba sia stata toccata da quello tsunami delle “primavere” come se quei paesi fossero santuari della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo? L’unico tentativo di sollevazione antimonarchica, quello del Bahrein, è stato soffocato violentemente con la collaborazione militare del Consiglio della cooperazione del Golfo (CCG), il silenzio complice dei media e la connivenza di politicanti tuttavia molto loquaci quando analoghi avvenimenti hanno riguardato alcune repubbliche arabe.

Questa “primavera” mira alla destabilizzazione di alcuni paesi arabi ben precisi in un quadro geopolitico molto più grande quello del “Grande Medio Oriente”. Questa dottrina preconizza il rimodellamento delle frontiere di una regione geografica che raggruppa i paesi arabi ed alcuni paesi adiacenti, mettendo così fine a quelle ereditate dagli accordi Sykes – Picot. Benché lanciato sotto la guida del presidente G.W. Bush e dei suoi falchi neoconservatori, questo progetto si ispira ad un’idea teorizzata nel 1982 da Oded Yinon, un alto funzionario del ministero degli esteri israeliano. Il “Piano Yinon”, come viene chiamato, aveva all’inizio come obiettivo quello “di disfare tutti gli stati arabi esistenti e di riorganizzare l’insieme della regione in piccole entità fragili, più malleabili ed incapaci di affrontare gli israeliani”.

E la partizione è disgraziatamente in corso….

A proposito del “Piano Yinon”



In questo quadro, la Tunisia, rimane però un’eccezione. Come si può spiegare?

Certo, rispetto alla Libia, la Siria o lo Yemen, la situazione in Tunisia può apparire interessante. Ma in assoluto, la Tunisia non rappresenta un modello di riuscita tale quale i media vogliono farci credere.

E non è il premio Nobel recentemente concesso alla Tunisia che cambia qualcosa. Quando si vede a chi è stato conferito in questi ultimi anni, ci si domanda seriamente d’altra parte a che serva questo premio. E i tunisini, che vivono da cinque anni la “primavera” del loro paese ne sanno qualcosa. Commentando questo quinto anniversario, alcuni bloggers non sono stati teneri. “Il solo paese democratico del Maghreb più il premio Nobel, tutto il resto è peggio che nel periodo ZABA (Zine el-Abidine Ben Alì)”. O ancora, con una punta d’ironia: “Ingiustizia sociale, tortura, impunità, ce ne fottiamo dei premi Nobel”.

In una recente intervista al Figaro, il mio amico tunisino, il filosofo Mezri Haddad, ha dichiarato. “Ovunque, compreso in Tunisia che viene presentata come il buon esempio rivoluzionario e a cui si è conferito il premio Nobel per la pace in mancanza della cancellazione del suo debito estero vertiginoso in meno di 5 anni e del sostegno alla sua economia oggi agonizzante, la “primavera araba” ha distrutto più di quanto non abbia costruito”. Prima di aggiungere: “Dal 2011, la Tunisia è divenuta il primo paese esportatore di mano d’opera islamo-terroristica tanto in Libia che in Siria. I rapporti delle Nazioni Unite sono deprimenti per me che sono tunisino. L’autore dell’attentato suicida a Zliten in Libia è un tunisino, come quello che ha attaccato la moschea di Valence, o quello che si è fatto ammazzare davanti al commissariato del XVIII° quartiere di Parigi”.

In effetti la Tunisia rimane ancora, di gran lunga, il principale fornitore al mondo di jihadisti dell’Isis in Siria.Triste primato per un paese che si vuole far passare come l’eccezione che giustifica il termine “primavera”.

E ciò senza tener conto degli omicidi politici, degli attentati terroristici ciechi che hanno funestato il paese e le sordide storie del “Jihad al-nikah” (jihad delle giovani donne tunisine che si offrono per fare da prostitute dei mujaheddin in Siria ndt) divulgate da giovani tunisini radicalizzati.

E non basta nemmeno il trasferimento della cerimonia di assegnazione del premio Goncourt 2015 al museo del Bardo ancora segnato dalle stimmate dell’attentato del 18 marzo scorso che potrà conferire il marchio di un paese che è riuscito nella sua transizione democratica. Questa forzatura francese non cancellerà in alcun modo l’errore commesso dalla ministra francese Michèle Alliot-Marie, che aveva proposto l’esperienza francese alla polizia di Ben Ali per “regolare i problemi della sicurezza”, in pratica per mettere fine all’impertinenza di quei manifestanti che avevano invaso l’avenue Bourguiba, durante la primavera tunisina.

E quei manifestanti che sventolavano la loro gioventù come bandiera di un futuro radioso, che pensano ora, dopo aver costretto il presidente ben Ali alla fuga, dell’età di quei “dinosauri” politici che l’hanno sostituito? Giudicate voi: Moncef Marzouki (71 anni), Rached Ghannouchi (75 anni) e soprattutto, l’attuale presidente, Béji Caid Essebsi (90 anni). Si può davvero credere che una rivolta intrinsecamente giovane, definita “facebookiana”, possa essere rappresentata da gerontocrati, da vecchi cacicchi odiati, da bellicosi islamisti o da coloro che confondono l’interesse del paese con quello, sovranazionale, della propria confraternita?

Pensavano che un giorno sarebbe stata votata una legge elettorale per riabilitare i vecchi sostenitori di Ben Ali che hanno combattuto con tanto accanimento?

Avrebbero immaginato che cinque anni dopo, giorno più giorno meno, la fuga di Ben Ali, Ridha Yahyaoui, giovane diplomato disoccupato tunisino, si sarebbe ucciso a Kasserine per protestare contro il favoritismo nelle assunzioni, flagello che avevano denunciato e contro il quale si erano battuti? E che i moti che hanno seguito quel dramma fossero duramente repressi?

Cosa c’è stato di così positivo in questa “primavera” tunisina se, cinque anni dopo, Yahyaoui ha imitato Bouazizi per le stesse ragioni?

I moti a Kasserine (gennaio 2016)



Quali differenze o sfumature analitiche si devono ricercare, secondo voi, nell’analisi dell’attuale realtà in paesi come la Siria o la Libia, paese che ci riguarda in primo piano tenuto conto della vicinanza e prossimità? (L’intervistatrice è algerina)

La guerra civile che in questo momento infuria il Siria ha curiose somiglianze con quella che la ha preceduta in Libia: a) l’epicentro iniziale della rivolta siriana non era situato nella capitale ma in una regione frontaliera (al contrario di Tunisia ed Egitto); b) una “nuova vecchia” bandiera è apparsa come stendardo degli insorti; c) la fase non violenta della rivolta è stata molto breve; d) il coinvolgimento militare straniero (diretto o indiretto) ha rapidamente trasformato i moti non violenti in una sanguinosa guerra civile.

In effetti, quando la teoria di Gene Sharp non funziona e gli insegnamenti di CANVAS non portano frutti come nel caso della Libia e della Siria, le manifestazioni si trasformano velocemente in guerra civile. Questa metamorfosi si verifica grazie ad una palese ingerenza straniera nei medesimi paesi prima citati tramite la NATO (caso della Libia) o di coalizioni eteroclite (caso della Siria).

Così, i paesi occidentali (con l’aiuto dei loro alleati arabi e regionali) possono passare, senza scrupoli, da un approccio non violento alla Gene Sharp ad una guerra aperta, sanguinosa ed omicida, in cui il sangue arabo scorre a fiumi.

L’effimera fase sharpiana delle manifestazioni popolari è stata anche usata per giustificare l’intervento militare della NATO in Libia o della coalizione anti – Bashar in Siria. La risoluzione 1973 che ha permesso la distruzione della Libia è stata giustificata dalla falsa accusa secondo cui le forze lealiste di Gheddafi avrebbero causato non meno di 6.000 morti tra la popolazione civile. Molti paesi hanno peraltro valutato che Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed i loro alleati abbiano aggirato ed abusato di questa risoluzione consentendo alla NATO di oltrepassare il mandato del Consiglio di sicurezza. Si tratta in particolare della Russia e della Cina che, memori “della lezione della risoluzione 1973”, pongono i loro veti ad ogni risoluzione ONU di condanna della Siria o del suo presidente, Bashar El-Assad. Senza questo, le televisioni del modo intero ci avrebbero mostrato le immagini del presidente Bashar, con il cuore divorato o la testa mozzata dai jihadisti specializzati che pullulano in Siria grazie alla collaborazione attiva degli occidentali e dei loro alleati.

D’altronde, lo studio della corrispondenza mail della signora Hillary Clinton ha mostrato che i motivi dell’eliminazione di Gheddafi non avevano nulla a che vedere con qualsiasi volontà di democratizzazione della Libia, ma rilevavano interessi strategici, economici, politici e di un celebre tesoro in oro. Lo stesso vale per il presidente siriano.

E’ anche interessante notare che indagini molto serie condotte da specialisti americani hanno mostrato come la guerra in Libia non fosse necessaria, e che questa poteva essere evitata se solo gli Stati Uniti lo avessero permesso e che l’amministrazione americana ha facilitato la fornitura di armi ed il sostegno militare a ribelli legati ad Al-Qaeda.

D’altra parte, il contrammiraglio americano in pensione, Charles R. Kubic ha rivelato che Gheddafi era disposto a partire per consentire la formazione di un governo di transizione a due condizioni. La prima era di assicurarsi, dopo la sua partenza, che rimanesse una forza militare in grado di combattere Al-Qaeda e, con la seconda, chiedeva un lasciapassare e l’abolizione delle sanzioni contro di lui, la sua famiglia e i suoi fedeli.

Registrazioni segrete accusano Hillary Clinton in merito al dossier libico



Da parte sua, il vecchio presidente finlandese (1994-2000) e premio Nobel per la pace (2008), Martti Ahtisaari, ha ammesso di essere stato incaricato dall’amministrazione russa per trovare una soluzione pacifica al conflitto siriano e questo, fin dall’inizio del 2012.

Il piano della risoluzione del conflitto siriano proposto ai rappresentanti delle cinque nazioni membri permanenti del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite comprendeva tre punti: 1) non armare l’opposizione; 2) organizzare un dialogo tra l’opposizione e Bashar El-Assad; 3) consentire a Bashar El-Assad di ritirarsi dignitosamente.

Secondo Martti Ahtisaari, non vi fu alcun seguito dopo la presentazione di questa proposta ai rappresentanti americano, britannico e francese.

Appare dunque chiaro che lo scopo di questa “primavera” non ha nulla a che vedere con la democrazia ed i diritti umani in Libia e in Siria (e altrove nella regione MENA), ma con l’eliminazione fisica dei presidenti Gheddafi e Bashar El-Assad, a costo di distruggere questi due paesi e di liquidare migliaia di arabi, a costo di finanziare jihadisti mangiatori di cuori e tagliatori di teste e di offendersi nel momento in cui questi rivolgono le armi contro i loro protettori.

In senso contrario, ciò che viene chiamata “primavera” nel caso libico e siriano sono esempi pedagogici di guerre civili fomentate all’estero sotto il pretesto dei diritti dell’uomo.

Attualmente, questi due paesi sono terre di instabilità geopolitica e rifugio di jihadisti di Daesh, apertamente finanziati da paesi occidentali, paesi arabi e potenze regionali.

Nel quadro di questa forte turbolenza politica e di ingerenza straniera aggressiva, l’Algeria è stata un bersaglio di punta e lo resta tuttora. Ricordiamo che giovani algerini parteciparono alla formazione dei serbi di CANVAS e che numerosi paesi hanno scommesso sulla “primaverizzazione” (violenta o no) dell’Algeria. I pessimi ricordi del decennio nero e l’inconsistenza della CNCD (Coordinamento nazionale per il cambiamento e la democrazia) ne hanno deciso diversamente.

Attualmente, la situazione libica è evidentemente molto preoccupante per la sicurezza e la stabilità dell’Algeria. Alcuni osservatori valutano in circa 300 il numero delle milizie armate in Libia e notano che sono fortemente collegate alle omologhe formazioni tunisine. Infatti, secondo un resoconto della Commissione degli affari esteri dell’Assemblea nazionale francese dello scorso novembre, “l’insieme degli attentati recenti in Tunisia sono stati organizzati e pianificati dalla Libia”.

Così, e al contrario delle dichiarazioni bellicose e in mala fede di Nicolas Sarkozy – uno dei responsabili principali della distruzione della Libia, è piuttosto l’Algeria che dovrebbe attualmente lamentarsi della sua collocazione geografica rispetto alla Tunisia e la Libia. Ciò è tanto più vero dal momento che la collaborazione tra Daesh in Libia ed i movimenti terroristici del Sahel è sempre più palese, cosa che dà ancora più filo da torcere all’Algeria per mettere in sicurezza il sud del paese.

Si vede bene dunque che, anche se l’Algeria non è stata direttamente toccata da questa lugubre stagione, la “primavera” dei suoi vicini le pone grandi sfide.

La dichiarazione incendiaria di Nicolas Sarkozy contro l’Algeria



Nel suo libro Arabesque$ di cui è appena uscita una nuova edizione rivista e arricchita, lei avanza la tesi di un grande coinvolgimento e di una grande responsabilità degli Stati Uniti nelle “primavere arabe”, un impegno americano che lei assimila né più né meno che ad operazioni di destabilizzazione degli stati e dei regimi in carica nel mondo arabo. Fino a che punto, al di là della tesi, e in base a precisi dati di fatto, lei continua a difendere questa analisi?

Quando la prima edizione del mio libro intitolato Arabesque américaine è stata pubblicata nell’aprile del 2011, essa fu accolta con molto scetticismo in quanto la tesi che vi era sviluppata si opponeva all’euforia “primaverile” diffusa e introduceva una nota stonata ad un unanimismo estatico. Questa soddisfazione di fronte ad una “rivoluzione” araba immacolata, organizzata da una bella gioventù istruita e impetuosa non doveva in nessun modo essere infangata da accuse che, in ogni caso, non potevano che essere calunniose. Questo discorso è stato portato avanti dai media e da numerosi specialisti “catodici”, di cui ancora rimane qualche testardo esemplare.

Bisogna riconoscere che opporsi al romanticismo rivoluzionario, portato al suo parossismo, solo qualche settimana dopo la caduta di Ben Ali e di Mubarak, rivelava una incosciente temerarietà.

Tuttavia, la tesi presentata in questo libro – che contiene oltre 260 riferimenti facilmente verificabili – è stata meticolosamente elaborata grazie all’analisi di numerosi libri, documenti ufficiali, rapporti, cablogrammi di Wikileaks, ecc.

E’ chiaro che non sono gli Stati gli Stati Uniti a provocare le “primavere arabe”. Come spiegato in precedenza, la situazione politica e socioeconomica dei paesi arabi è un fertile terreno per la dissidenza e la rivolta. Però, l’ingerenza americana in questo processo non è stata affatto irrilevante. Il ruolo fondamentale svolto dagli organismi specializzati nell’esportazione della democrazia e nella maggior parte sovvenzionate dal governo USA, i corsi di formazione teorici e pratici alla resistenza non violenta dispensati da CANVAS, la costituzione di una “lega araba del Net” capace di usare le nuove tecnologie, l’elaborazione di strumenti di navigazione anonimi, distribuiti gratuitamente ai cyber-attivisti, la stretta collaborazione tra i cyber-dissidenti e le ambasciate americane nei paesi arabi, l'ampiezza delle somme investite, l’impegno militare e le mosse diplomatiche ad alto livello lo confermano. E siccome la politica estera americana non è mai stata un modello di filantropia, occorre arrendersi all’evidenza che gli americani hanno fortemente influenzato il corso degli avvenimenti. Senza dimenticare che tutte queste attività sono state avviate anni prima dell’inizio della “primavera” araba.

Man mano che il tempo passava, la natura perfida di queste “rivoluzioni” è divenuta chiara, le lingue si sono sciolte e nuovi documenti sono comparsi. Non solo, nulla è intervenuto per smentire la mia tesi, ma essa è stata maggiormente confermata. E’ questo che ha giustificato la redazione di una nuova versione del libro, intitolata Arabesque$ - Enquete sur le role des Etats-Unis dans les révoltes arabes, pubblicata nel settembre 2015. Rispetto all’edizione precedente, la nuova contiene più di 600 riferimenti ed il numero di pagine è quasi triplicato.

Tra i documenti espliciti, citiamo a titolo di esempio, lo studio realizzato nel 2008 dalla RAND corporation (Ufficio studi dell’esercito USA), che è stato usato come base per la politica americano di esportazione della democrazia verso i paesi arabi, fondato sulla formazione, il sostegno e la messa in rete di attivisti provenienti da questi paesi.

Anche un altro documento merita di essere menzionato. Si tratta di un rapporto proveniente dal Dipartimento di Stato USA, redatto nel 2010 e ottenuto nel 2014 grazie alla legge sulla libertà di informazione.

Questo rapporto spiega chiaramente “l’elaborata struttura di programmi del dipartimento di Stato miranti a creare organizzazioni della “società civile”, in particolare organizzazioni non governative (ONG), con l’obiettivo di modificare la politica interna dei paesi presi di mira per assecondare la politica estera americana e i suoi obiettivi di sicurezza nazionale. Pur utilizzando un linguaggio diplomatico, il documento precisa che l’obiettivo è la promozione e il pilotaggio dei cambiamenti politici nei paesi presi di mira”.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella “primavera” araba non è dunque una semplice fantasia politica. La sua esistenza è apertamente riconosciuta dall’amministrazione americana stessa. E’ questo che viene spiegato con molti dettagli nel libro Arabesque$.

Condivide l’affermazione secondo cui “le primavere arabe sono finite”? Quali possibili scenari vede in Siria e soprattutto in Libia, paese nel quale stenta a trovarsi una soluzione politica e per il quale si fanno, soprattutto in Europa, progetti di intervento militare?

Occorre dire che la “primavera” araba non è mai stata un primavera, viste le conseguenze disastrose sulle popolazioni, né è stata intrinsecamente araba, poiché i movimenti di contestazione sono stati ampiamente infiltrati da organizzazioni straniere, soprattutto americane.

Il processo delle “primavere” nel mondo arabo è giunto alla fine? Sicuramente. I popoli arabi non sono sciocchi. Gli esempi della distruzione selvaggia della Libia, della Siria e dello Yemen sono sufficienti a convincere anche i più riottosi.

Il mondo arabo ha assolutamente bisogno di grandi cambiamenti in molti settori della società: politico, socioeconomico, culturale, libertà d’espressione, diritti umani, ecc. Ma questi si devono realizzare distruggendo i paesi e permettendo il risorgere di pratiche medioevali che seminano morte, odio e desolazione? Certamente no.

D’altra parte, questi cambiamenti non devono in alcun modo essere funzionali ad interessi stranieri ed i paesi arabi non devono consentire che le loro terre diventino terreno di gioco delle potenze, su cui possano realizzare guerre “low cost”, in cui solo il sangue arabo viene versato.

E’ il caso della Siria, nella misura in cui questo paese è attualmente il teatro di scontro (diretto o indiretto) di molti belligeranti, ciascuno con la propria ambizione, diversa da quelle degli stessi siriani.

Per quanto riguarda la Libia, qualsiasi nuovo intervento militare occidentale in questo paese rischia di avere conseguenze indesiderabili sul territorio algerino. E’ per questa ragione che l’Algeria è fermamente contraria a questa eventualità e compie ogni sforzo per trovare una soluzione politica a questo conflitto, per far sedere attorno ad uno stesso tavolo le diverse fazioni in conflitto.

Perché è solo consentendo ai cittadini di uno stesso paese di discutere insieme, in buona fede, tenendo conto dei loro interessi nazionali e non di quelli degli altri, che il mondo arabo riuscirà ad uscire dalla situazione di profonda decadenza nella quale si è insabbiato.

*docente universitario algerino residente in Canada da molti anni, autore di«Arabesque$ - Enquête sur le rôle des États-Unis dans les révoltes arabes», Editions Investig’Action, Bruxelles, septembre 2015