Egitto: che fare?

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Alloni1di Marco Alloni

Riceviamo la testimonianza dall'Egitto di Marco Alloni e pubblichiamo quale contributo “fuori dal coro” a una maggiore comprensione di quanto sta accadendo nel paese nord africano.

Mi si chiede perché, dopo aver partecipato nel 2011 alla rivoluzione egiziana, io sostenga oggi El-Sisi. Lo dirò affidandomi non già alle scorciatoie della Realpolitik ma ai complicati strumenti della ragione. Cioè riferendomi a quell’Illuminismo voltairiano che mal si attaglia con l’Illuminismo “ultragiacobino” a cui ci sta talvolta abituando la sinistra italiana.

Prima di farlo mi sia però concesso premettere che nel mio cinismo è sotteso l’amore. E se sostengo cinicamente El-Sisi non lo faccio per amore di El-Sisi ma per amore dell’Egitto. 

Dunque, la ragione essenziale per cui oggi io sostengo El-Sisi è nel fatto che l’unica dialettica responsabile che andrebbe messa in campo per valutare i possibili destini dell’Egitto non è quella che vuole El-Sisi contrapposto ai paradigmi democratici occidentali, bensì quella che lo vuole, più realisticamente, contrapposto alle uniche due alternative presenti attualmente nel paese: la Fratellanza musulmana e i dissidenti laici che promossero la rivoluzione del 2011. Naturalmente senza escludere la variante di una eventuale reazione: quella dei cosiddetti fulul, i residuati dell’antico regime di Mubarak.


Il facile gioco messo in atto dai cosiddetti “spiriti democratici” occidentali è pertanto intellettualmente irricevibile. Finché ci si ostina a pretendere dall’Egitto del 2016 che adotti a suo modello di riferimento la Svezia o persino l’Italia si dimentica che una simile dialettica non fa che riproporre l’aberrazione della “esportazione della democrazia” per come promossa in tempi recenti dalla destra americana. Affinché si possa giungere a una dialettica intellettualmente e storicamente sostenibile, è necessario dirlo a chiare lettere: l’alternativa a El-Sisi non è oggi la democrazia di stampo occidentale ma delle due l’una: o l’islamismo di Stato o un’improbabile coalizione fra i movimenti e le formazioni rivoluzionarie reduci dal 2011. Per dirla in termini più stringenti: o i sostenitori di Mohammad Morsi o quelli del popolo laico d’opposizione. 

Ora, se è vero che siamo tutti dichiaratamente ostili alla dittatura e a qualsiasi forma più o meno paludata di regime, ripetere la litania secondo la quale la risposta a tale dittatura o a tale regime sia nei principi democratici in se stessi equivale a dimenticare che tale atteggiamento non è che una manifestazione di desiderata. La vera risposta deve procedere da una domanda più radicale e realistica: cosa avverrebbe in Egitto se in alternativa a El-Sisi tornassero al potere gli islamisti o vi salissero i rivoluzionari laici? 

Il primo scenario lo abbiamo già osservato durante l’interregno di presidenza Morsi. Nulla di meno prossimo alla democrazia si era affacciato in Egitto da sessant’anni a quella parte. Al punto che 33 milioni di egiziani scesero dopo un anno per strada per chiederne la destituzione (dopo aver raccolto, con 15 milioni di firme convalidate, circa 2 milioni di voci in più di quelle che gli assicurarono la vittoria elettorale): evento unico nella sua portata nell’intera storia mondiale e poi rubricato come “golpe” dalla quasi totalità dei media internazionali, invece che essere più responsabilmente e correttamente chiamato, se non proprio “impeachment”, “destituzione popolare” o, se vogliamo tirare in ballo l’esercito, “militar-popolare” . Irrilevante in ogni caso la terminologia: i primi 100 giorni della governance Morsi portarono di fatto all’arresto abusivo di 300 dissidenti e a innumerevoli casi di tortura che mal si conciliano con la vulgata secondo cui Morsi avrebbe espresso un governo di tipo “democratico”. Rilevante viceversa rammentare che la costituzione egiziana prevede la destituzione del presidente per voto parlamentare: con un parlamento dissolto, la voce non poté però che passare al popolo, e solo nell’imminenza di una “sanculottizzazione” del conflitto scese in campo l’esercito. 

Dunque, quale golpe, tecnicamente parlando?

Non è d’altronde qui la sede per ricordare come l’anno di presidenza Morsi fu contrassegnato dall’avocazione al presidente della quasi totalità dei poteri dello Stato, al progetto di scambio con gli Stati Uniti di Obama di una parte del territorio del Sinai con 8 miliardi di dollari per trasferirvi i palestinesi e favorire il progetto di colonizzazione israeliana e all’integrale occupazione dei governatorati del paese da parte di uomini della Fratellanza. Per non parlare delle infinite altre ragioni per cui, a fronte di un simile collasso di ogni istanza democratica, quasi la metà del paese scese per strada a chiederne – in questo caso sì democraticamente – la destituzione. 

Quindi prendiamone atto: se non di teocrazia in senso stretto è corretto parlare, certo rievocare la governance Morsi come una possibile alternativa democratica alle precedenti dittature è quanto meno insensato. Ipotizzare, in una dialettica responsabile, la caduta di El-Sisi per il ripristino di un governo di stampo religioso equivale pertanto e di fatto a sostenere, in vece di una dittatura militare, una dittatura islamica. E se consideriamo il fatto che l’intera articolazione dei movimenti jihadisti internazionali prende corpo dall’alveo della Fratellanza musulmana, rimuovere l’ipotesi che un ritorno degli islamisti al potere potrebbe condurre a una proliferazione fuori controllo del global-jihadismo alle soglie del Mediterraneo è tutt’altro che accorto.

Scartata l’opzione islamista come alternativa democratica a El-Sisi, rimane dunque la seconda opzione: i laici di Tahrir. Anche in questo caso sembra che la Storia recente non ci abbia insegnato nulla. Erano coraggiosi, lo sono ancora oggi. Erano democratici, nessun dubbio. Erano e sono quello che non ho esitato a definire – unendomi a essi nella sollevazione anti-Mubarak del 2011 – “il migliore Egitto”. Erano e sono indiscutibilmente la migliore risorsa per il futuro democratico del paese. Ma detto questo non dimentichiamo l’essenziale: né nel 2011 e negli anni seguenti seppero organizzarsi per formare quel fronte democratico unitario che solo avrebbe potuto scongiurare il ballottaggio fra militari e islamisti, né oggi dispongono della minima capacità operativa e aggregativa – per non dire del minimo consenso popolare – per poter promuovere un vero progetto alternativo a quello del presidente El-Sisi.

Cerchiamo allora di figurarci – secondo la dialettica responsabile evocata prima – che cosa potrebbe accadere se, sulla spinta di una nuova ondata rivoluzionaria – plausibile nel lungo periodo ma velleitaria nel breve – o per semplice delirio di ipotesi, El-Sisi lasciasse il campo a costoro. Militari, residuati dell’antico regime clientelare e burocratico di Mubarak, Stato profondo del paese e islamisti della Fratellanza muoverebbero contro di loro la più feroce e violenta delle opposizioni. E, sprovvisti di un sostegno anche minimo nelle forze dell’ordine e nei militari, costoro finirebbero per soccombere precipitando il paese nel caos e nella guerra civile. Lo scenario siriano, iracheno e libico troverebbero un’ennesima replica e il sospirato avvento della democrazia di stampo europeo si convertirebbe all’istante in un tracollo. L’Egitto diventerebbe una polveriera e Isis avrebbe gioco facile a infiltrarsi in ogni anfratto della società. 

Non solo. La triade di attori che dovrebbe trovarsi a convivere nel paese – militari, Fratelli e oppositori laici – si troverebbe impossibilitata a ogni forma di triangolazione dialogica: l’unico scenario plausibile sarebbe quello di tutti contro tutti. Con l’ovvio effetto di produrre una sostanziale ingestibilità del paese. 

È dunque sensato astrattamente, ma intellettualmente irresponsabile, invocare l’applicazione alla lettera dei principi democratici a un contesto, come quello egiziano, le cui condizioni rendono attualmente impossibile la loro applicazione. Sarebbe come pretendere di imporre ai talebani la libertà di satira: auspicio commendevole ma del tutto ridicolo sul piano della realtà e dell’intelligenza della Storia. 

Dunque cosa fare? Se suggerire, intellettualmente o militarmente, l’applicazione sine differenti ratione dei modelli occidentali all’Egitto è esercizio retorico privo di senso, e se l’alternativa esistente a El-Sisi sono due formazioni altrettanto disomogenee, disorganizzate e nella concreta impossibilità di amministrare il presente e il prossimo futuro del paese – nonché di garantirne quella stabilità che, piaccia o non piaccia agli occidentali, è cruciale per l’equilibrio psicologico ed esistenziale degli egiziani -, e se nessuna alternativa oggettiva a un apparato militare come quello sottoposto alle direttive di El-Sisi sarebbe oggi in grado di arginare l’avvento del jihadismo siro-iracheno sul territorio egiziano, cosa fare per aiutare davvero l’Egitto nel suo processo di democratizzazione? 

Andiamo per eliminazione. Certo non sottoporlo a rappresaglie diplomatiche o commerciali, a boicottaggi turistici o culturali che avrebbero l’unico effetto di danneggiare – come ampiamente già accade – la popolazione innocente e conservare pari pari lo status quo dei privilegiati al potere. Certo non adottando il vieto metodo dei “due pesi e due misure” indicando il male in El-Sisi e sorvolando sulle aberrazioni di Erdogan, Netanyahu e compagnia cantante. Certo non moralizzando e retoricizzando la tragedia occorsa a Giulio Regeni, laddove solo una consapevole attenzione alla dissidenza egiziana nel suo insieme può proporsi come coerentemente sensibile nei confronti delle ricadute antidemocratiche del regime (per non parlare delle implicazione eventuali dei ”servizi” nella questione). E certo non dimenticando che le migliaia di reclusi e “desaparecidos” egiziani avrebbero volentieri reclamato in questi anni almeno un milionesimo dell’interesse manifestato nei confronti del povero Giulio, se non altro perché democratizzare il mondo all’occidentale o è compito realizzato con coerenza di intenti e continuità di azione oppure è fasullo e oltraggioso verso chiunque alla democratizzazione mira nei fatti e non solo nei proclami ex cathedra (gli impuniti degli apparati di sicurezza egiziani subiscono oggi la pressione popolare interna assai più di quella estera). E se non altro perché sostenere regimi dittatoriali quando fa comodo, jihadisti quando fa comodo, islamisti radicali quando fa comodo ma pontificare di diritto alla verità solo quando è verità che ci conviene, ha il sapore agre dell’ipocrisia e del dileggio di ogni etica. 

E allora che fare? Che fare per aiutare davvero l’Egitto? Che fare se quando El-Baradei chiedeva il sostegno dell’Occidente durante la fase successiva alla rivoluzione del 2011, se quando i giovani martiri di Tahrir invocavano l’aiuto dell’Europa e dei democratici europei, se quando metà di un paese scendeva per strada per dire basta al surrogato di teocrazia inaugurato da Morsi, l’Occidente non c’era? 

La risposta non è evidente né facile, e non è rivolta all’Occidente ma agli stessi egiziani: gli unici di fatto che tengono alla loro democratizzazione e non ne fanno un grimaldello della fatuità simil-accademica, a corrente alternata, per ribadire “valori occidentali” poi sistematicamente disattesi da pratiche internazionali improntate all’illiberalità, allo sfruttamento e alla diffusione della sedizione e dell’odio. 

E agli egiziani io direi: rafforzate le armi della vostra dialettica. Rafforzate gli strumenti per lavorare criticamente ma non apoditticamente contro. Le rivoluzioni procedono nel tempo, nei decenni: non si spengono tra le formulette occidento-centriche che vorrebbero disconoscerle nelle loro potenzialità rubricandole prima come “primavere” e poi come “autunni”, dimenticando che inaugurano sempre uno spirito “estivo” che non dissolve, si consolida negli anni, si struttura, cresce. Rafforzate le vostre capacità interne di agire insieme al El-Sisi per maturare le condizioni di un cambiamento lento e progressivo ma autodeterminato. El-Sisi non è un democratico, lo sanno anche i bambini. Ma è tempo di accorgersi che nel tempo storico in cui è avvenuto il suo avvento egli soprattutto non può essere democratico. 

Vi sembra un paradosso, lo so. Eppure io vi chiedo di aiutarlo a essere democratico. Manifestazioni inconseguenti non servono, né sit-in di sterile opposizione “intellettualistica” o “morale”. Gli strumenti li avete nelle vostre mani e li conoscete meglio di me. Proprio in questi giorni si organizzavano i sindacati indipendenti, in sale gremite e non perseguitate. Proprio in questi giorni l’Ordine dei Medici – 10mila medici – si riuniva per muovere un appello al Ministro della Salute affinché cessino i soprusi delle forze dell’ordine contro la loro categoria e la cittadinanza nel suo insieme, e lui si dimetta. Proprio in questi giorni si dibatteva pubblicamente dell’eredità della rivoluzione del 2011. 

È una lunga lotta, forse richiederà anni o decenni, forse una nuova spallata rivoluzionaria, nuovi sommovimenti di massa, nuove sollevazioni. Ma io questo Egitto l’ho conosciuto: esiste ed è determinato e maturo. Se supera l’antagonismo aprioristico dei pantofolai dell’orientalismo, se promuove partendo da se stesso una dialettica responsabile, se bussa alla porta di El-Sisi invece di cercare di sfondarla io sono certo che, piano piano – e “la pazienza è bella”, come dice il Corano – qualcosa si potrà fare.

Voi potrete farcela, amato popolo mio. Sugli altri non contateci troppo.