Socialismo o imperialismo europeo?

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pascale cumpanisdi Alessandro Pascale

Articolo pubblicato su 
Cumpanis.net nel settembre 2020. Disponibile in PDF su Academia

L'uscita dall'Unione Europea rappresenta un punto ineludibile non solo per i comunisti e i “sovranisti” (di qualsivoglia fatta) ma anche per le forze borghesi “realiste” e soprattutto per la stragrande maggioranza dei lavoratori e dei subalterni di questo paese. Una gran parte del popolo la pensa però diversamente, e pur mostrando ormai un'ampia diffidenza, ritiene ineludibile la permanenza nell'UE. Quali sono le loro ragioni? Raccogliendo i principali atteggiamenti socio-individuali sull'Europa, si possono costruire i seguenti ideal-tipi, che racchiudono modi di sentire presenti sia tra le classi dominanti che tra quelle dominate. Queste ultime per varie ragioni subiscono l'egemonia borghese, senza esserne pienamente consapevoli.


1) GLI “INGENUI EUROPEISTI”

La prima categoria, facilmente identificabile, è quella che chiamerei gli “ingenui europeisti”, ossia coloro che rivendicano la bontà dell'esperimento europeo. “L'Europa ci ha dato prosperità e sviluppo, ha garantito 70 anni di pace, libertà e diritti umani”. Spesso tale tendenza è accompagnata da una sensibilità cosmopolita o da un'autodenigrazione nazionale che ritiene gli italiani incapaci di auto-governarsi a causa della dilagante corruzione, stupidità e incapacità che sarebbero insiti nel nostro DNA. Inoltre ci si richiama al percorso che ha ormai permesso di costruire un'identità europea, specie tra le giovani generazioni grazie a progetti come l'Erasmus.

Gli “ingenui europeisti” si dividono in due filoni: i “truffatori” e gli “ingannati”. 

I primi (le cui avanguardie politiche si trovano nel PD e nei Radicali) sanno benissimo di raccontare frottole per addomesticare il “popolino”, ma traggono grande vantaggio individuale dal farlo. Gli ingannati sono tali perché non hanno molte maniere e volontà di informarsi, e tendono a credere agli importanti VIP che vestono bene e vanno nei salotti televisivi. Evidentemente dobbiamo denunciare i truffatori e rivolgerci agli ingannati, ricordando loro l'origine storica delle organizzazioni europee, quel fatidico secondo dopoguerra in cui la borghesia lottava per evitare la bolscevizzazione dell'Europa occidentale. La CECA, la CEE, ecc. nascono sotto l'ala degli USA, in un progetto funzionale alla guerra fredda e al mantenimento del dominio coloniale e poi neocoloniale nel “Terzo mondo”. Il progresso materiale della “società dei consumi” è dovuto certamente anche agli effetti benefici di una cooperazione pacifica internazionale, ma affonda le sue ragioni principalmente nella potenza internazionale della classe lavoratrice, grazie alla permanenza di un blocco comunista abbastanza forte da obbligare al compromesso il grande Capitale. La caduta tendenziale del saggio di profitto e la crisi in cui rischiava di piombare l'Occidente negli anni '70 sono stati risolti con l'offensiva strategica della globalizzazione neoliberista, che ha permesso di sconfiggere il blocco comunista filosovietico e le rivoluzioni sparsi del “Terzo mondo”. La pace in Europa, durata per quasi 50 anni (non 70; si tende sempre a dimenticare le guerre in Jugoslavia e in Ucraina), si è accompagnata alla guerra permanente nel “Terzo mondo”, attraverso la compartecipazione all'impero statunitense, un paese governato da una cricca borghese riconducibile ad un blocco industrial-militare strutturato in tante lobby: nella sostanza si tratta di poche migliaia di persone che ogni anno concordano le direttrici politiche del mondo in incontri più o meno pubblici (Bilderberg, Commissione Trilateral, logge massoniche, incontri familiari, ecc.). L'Europa rinasce come blocco geopolitico sull'ascesa delle multinazionali europee, che dagli anni '70 hanno cominciato a imporsi sullo scenario economico internazionale, iniziando ad erodere assieme al Giappone la leadership statunitense. La costruzione dei trattati fondamentali con cui sorgono i pilastri della Banca Centrale Europea (BCE) e dell'Unione Europea avviene tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, quando nel pensiero occidentale è diventata egemone, a fronte della crisi del socialismo sovietico, la dottrina neoliberista della scuola di Chicago, promossa ad arte dalle big companies.

Tutti concordano sul fatto che l'Unione Europea sia una costruzione lasciata a metà, con un'unione doganale e commerciale che non riguarda però le politiche fiscale e del lavoro. Il fatto non è casuale: ciò è servito appositamente a garantire la massima libertà per i grandi capitalisti. I governi non muovono un dito senza avere l'appoggio delle proprie borghesie nazionali, il che è normale in regimi borghesi dove i ceti politici costituiscono vere e proprie caste colluse con il potere economico. Ciò è particolarmente evidente nei partiti di destra, ma si riscontra anche in quelli che si presentano come di “sinistra”. L'intero Partito Socialista Europeo è stato connivente con questo sistema criminale, avallando un'istituzione che ha mediamente impoverito le masse popolari europee. Tale dato vale soprattutto per alcuni paesi, come la martoriata Grecia, declassata a livello di semi-colonia. Anche l'Italia però non se la passa tanto bene, ingabbiata nel meccanismo di un debito pubblico che attraverso le speculazioni sugli interessi finanziari travasa ogni anno decine di miliardi di euro nelle mani delle lobby. L'Unione Europea non ha quindi portato molto benessere, se non una maggiore comodità di viaggiare all'interno del continente. Il che può piacere ai giovani finché sono studenti, meno quando diventano aspiranti lavoratori e sono costretti ad emigrare all'estero per trovare lavoro perché “le riforme dell'Europa” impediscono ai governi nazionali di attuare politiche industriali tese ad eliminare la disoccupazione. Il dato materiale e il peggioramento dei diritti sociali in Occidente sono sotto gli occhi di tutti. Le compensazioni con le politiche sui diritti civili e umani, spesso ipocrite e strumentali, non possono bastare ai lavoratori, che in effetti iniziano a ribellarsi in maniera più o meno cosciente al dominio oligarchico della grande finanza con reazioni sempre più scomposte (vd l'ascesa dei “populismi” di destra o il caso della Brexit).

Riguardo alla presunta inadeguatezza dell'Italia è un mito duro a morire ma infondato. L'Italia è un grande paese, tuttora la seconda potenza industriale d'Europa, e ha dimostrato in passato quale livello di benessere possa portare una semplice politica keynesiana in cui il mercato sia al servizio del popolo piuttosto che il contrario. Gli italiani in sé non sono intelligenti o stupidi ma rispetto ai decenni passati sono sicuramente molto più spoliticizzati, nonostante la nostra penisola abbia una grande tradizione politica, fin dai tempi dell'antica Magna Grecia. Dobbiamo riscoprire la bellezza di partecipare direttamente ai processi decisionali, piuttosto di accettare passivamente i decreti di uomini sconosciuti scelti in qualche stanza oscura. Abbiamo un incredibile albo genealogico di politici progressisti, democratici, antifascisti, socialisti e comunisti a cui fare riferimento non solo per lo studio del passato, ma anche come guida per il presente. Gli italiani non sono meno intelligenti dei tedeschi. Si può dire semmai che la borghesia tedesca sia stata più intelligente e furba di quella italiana. Un motivo più che valido per mandare a casa il carrozzone politico dei partiti parlamentari che nella quasi totalità è prona alle lobby di Confindustria. Il problema non si risolve però tagliando i parlamentari (vd il referendum del 20 settembre), ma sostituendoli con rappresentanti organici del popolo più cosciente.

Siamo perfettamente in grado di autogovernarci con risultati migliori di quelli di qualsiasi autocrate europeo. Il problema vero non è la nazionalità o la presunta “competenza” del politico, ma della classe sociale che si vuole rappresentare e supportare politicamente. Merkel, Hollande, Salvini, Renzi, ecc., sono servi della borghesia, seppur con sfumature diverse. 

A noi servono leader dal popolo, nel popolo, per il popolo. Dato che di popoli europei non se ne vede traccia, vale ancora il motto marxiano per cui occorra conquistare il potere dapprima nel proprio paese, dando l'esempio agli altri popoli, attraverso forme di coordinamento con le relative avanguardie politiche.

2) I “CONSERVATORI”, O “PRAGMATICI REALISTI”

Sono quei settori della “classe media” che tutto sommato vivono ancora bene e riescono a trarre ancora cospicui vantaggi dal sistema. Avendo spesso piccoli capitali investiti ed una minima sicurezza economica, parteggiano sostanzialmente per la stabilità del sistema globalizzato attuale. Sono contenti di avere una moneta, l'euro, che garantisce bassi tassi di interesse sui titoli del debito e stabilità dei prezzi, non erodendo la propria capacità di acquisto, che anzi si incrementa ogni anno grazie ai propri redditi medio-alti e agli investimenti finanziari, spesso modesti, ma di cui sono molto gelosi, essendo quei risparmi di famiglia giudicati in pericolo nel caso di una destabilizzazione “rossa”. L'Europa unita serve per competere in questo mondo sia a livello economico che politico. Un corollario evidente di questi ragionamenti è il convincimento che la sola Italia, ancor più con il ritorno alla “liretta”, non varrebbe più niente sullo scenario internazionale, rompendo il giochino che permette loro di godere lussi che i più si scordano. 

Lasciando perdere i grandi borghesi, è oggettivamente difficile contestare le ragioni di questa medio-piccola borghesia e “aristocrazia operaia” che ancora trae vantaggi dal sistema. Si tratta di quel 10-20% della popolazione particolarmente influente che influenza in maniera decisiva buona parte delle posizioni di potere politico, economico e mediatico. È lo zoccolo duro, l'ossatura del sistema. Se questo va in crisi loro sono quelli che ci rimettono di più, avviandosi alla proletarizzazione. La medio-piccola borghesia, in sempre maggiore difficoltà dopo la crisi del 2007-08, è in effetti l'agente più rumoroso nello scenario occidentale, e cerca di reagire allo strapotere dell'alta borghesia con il ritorno a politiche protezioniste che riducano il peso del commercio estero. I più sfortunati iniziano a porre l'Unione Europea sotto attacco, anche se per ora solo a parole. I più benestanti mirano al mantenimento dell'ordine, alla salvaguardia dei propri interessi e alla possibilità di espandere i propri traffici. Lungi dal volere la disgregazione dell'UE, alzano la voce per ottenere una rimodulazione interna dei rapporti di forza. In effetti l'Unione Europea non ha una compattezza internazionale, se non sulla questione militare: la stragrande maggioranza dei suoi membri più importanti aderisce alla NATO. L'UE non dispone quindi di un potenziale militare autonomo, ma mantiene il proprio arsenale alleato e subalterno all'esercito statunitense, partecipando alla difesa degli interessi economici della propria borghesia. Uniti contro il “Terzo mondo”, divisi nei propri confini: nell'UE si alimentano squilibri interni dovuti alla guerra di tutti contro tutti. La Germania e i paesi nordici hanno assunto una netta egemonia economica, imponendo nell'ultimo ventennio di uno sfruttamento sempre più intensivo, di tipo neocoloniale, ai paesi mediterranei, Italia compresa. I paesi più forti hanno in tal modo potuto garantire un migliore livello di welfare State, ampliando la quantità di consumatori soddisfatti e opulenti. I paesi più deboli risentono invece maggiormente della crisi di consenso tra questi ceti medi, che si rifanno ovviamente sui lavoratori, perché bisogna pur “competere” con l'estero...

Come italiani abbiamo insomma pagato questa relativa stabilità con la sottomissione completa del mondo del Lavoro. Se l'inflazione è rimasta bassa, il problema è che si sono mediamente abbassati ancor più gli stipendi e il potere reale di acquisto delle classi popolari. Senza le famiglie che li sostengono, molti lavoratori, non solo giovani, sarebbero classificati come poveri. Il reddito di cittadinanza ha dato un pochino di ossigeno che è servito saggiamente a prevenire tumulti sociali, cercando una vana sostenibilità sociale. L'arcano è quindi svelato: le ragioni dei “conservatori” sono validissime per gente senza scrupoli che intende difendere con le unghie i propri interessi, ma questi argomenti non hanno alcuna utilità e senso per il proletario. Finché permangono su tali posizioni scioviniste e classiste, i “conservatori” sono un nemico di classe. Il fatto che pretendano di professare idee “liberali” o “democratiche” ci impone di smascherarne la retorica e la fuliggine che copre le reali manovre svolte dietro le quinte. 

Il conservatore deve stare comunque molto attento, perché la polarizzazione tra le classi è in aumento, le disuguaglianze si accentuano, e il suo ceto si sta assottigliando. Lui stesso vive costantemente il rischio di una declassazione sociale che dovrebbe farlo riflettere. La condizione di crisi permanente del blocco occidentale che si sta profilando mette a rischio il suo benessere sempre più precario. I suoi equilibrismi potrebbero rompersi facilmente da un giorno all'altro.

3) I “GEOPOLITICI OCCIDENTALISTI”

Sono coloro che, nel richiamarsi all'identità europea, la inseriscono pienamente nel quadro “occidentalista”, in cui rientrano le altre nazioni considerate “civilizzate” in quanto inglobate nei sistemi politici (democrazia liberale) ed economici (capitalismo) costruiti dalla borghesia. I più progressisti di questa fascia riconoscono che l'Europa sia stata finora subalterna all'egemonia statunitense durante la Guerra fredda, ma affermano che il mondo dopo il 1991 si avvia verso uno stabile assetto multipolare in cui l'Europa, anche ammettendo la sua natura complessivamente imperialista, possa ormai fungere da contrappeso agli USA. 

In fin dei conti sono i conservatori che continuano a ritenere che l'UE, tra i vari blocchi geopolitici internazionali (USA, Cina, Russia, ecc.) sia il migliore (o il meno peggiore) di quelli presenti, garantendo la salvaguardia della nostra cultura e del nostro stile di vita. Ritenendo il proprio modello il migliore possibile, gli “occidentalisti” tendono ad essere più o meno consapevolmente ed esplicitamente razzisti e xenofobi, sapendo giocare anche sulla retorica dell'“esportazione di democrazia” alle civiltà che chiamano “più sfortunate”, ma che in cuor loro considerano “inferiori”. Oltre la realtà del politically correct, a questi benpensanti non interessa nulla se muoiono 10, 20 o 100 mila persone al giorno di fame nel mondo a causa delle speculazioni finanziarie condotte dalla propria banca. Basta che non siano suoi compaesani, e possibilmente che non ci siano morti bianchi e cristiani.

Il discorso antimilitarista con questa gente non fa proprio presa. Li si può combattere, ma si può anche convincere, sia loro che l'ala più progressista dei “conservatori”, ad un'alleanza tattica. Una parte della borghesia europea (compresi pezzi di quella italiana) sta riflettendo se stia giungendo il momento di abbandonare Washington per indirizzarsi verso Pechino e il progetto della Via della Seta. Il declino dell'impero statunitense è sotto gli occhi di tutti, e forse diventa più conveniente volgere l'occhio altrove, giungendo per primi nella gara degli accordi con la Cina rispetto agli altri competitori. Si tratta di un argomento molto materiale che si può coniugare ad un'ottica strategica di transizione verso una democrazia popolare che rimanga nell'alveo di un socialismo di mercato. Non necessariamente la strada preferibile, in quanto non poco pericolosa, ma un percorso da tenere in considerazione qualora diventi praticabile un'alleanza tattica tra proletariato e medio-piccola borghesia.

Ma noi preferiamo fare affari con i bianchi occidentali”. La cultura, intesa come struttura politica, ha un suo peso materiale importante, spesso sottovalutato anche dall'intellighenzia marxista. Occorre saper combattere anche su questo fronte, ribattendo ai “geopolitici occidentalisti” che “l'occidentalismo”, qualunque definizione e confine gli si voglia dare, è un'identità fittizia e fragile storicamente. Un'identità nazionale è un prodotto storico e, per quanto duraturo, soggetto al divenire, cioè alla rimodulazione continua. C'è da sperare che l'identità occidentale cambi molto, visti i crimini assommati in mezzo millennio di colonialismo. Crimini che se perpetuati possono forse garantire ancora alcuni decenni di prosperità ad élite sempre più ridotte, che rischieranno però di essere attaccate non tanto dal barbaro orientale, quanto dallo schiavo occidentale, qualora questo riesca a prendere coscienza della propria condizione. I maggiori vantaggi materiali e culturali potranno derivare solo dallo sviluppo di una nuova identità democratica, pacifista e socialista, fondata sullo sviluppo della cooperazione umana e di nuove relazioni internazionali alternative a quelle violente imposte dall'Impero. È un percorso che, salvo le attuali élite privilegiate, conviene a tutti, e che non obbliga nessuno a parlare in cinese o convertirsi all'islam.

4) I “CATASTROFISTI”

Al fine di legittimare il proprio punto di vista e nell'ottica del TINA (“there is no alternative”) vengono costruite dagli intellettuali dei gruppi precedenti delle previsioni catastrofiste per scoraggiare i subalterni, compreso il ceto medio in via di proletarizzazione, a formulare ipotesi politiche alternative alla realtà vigente. Non mancano intellettuali “di sinistra”, che rientrano anche nella categoria successiva, che denunciano la catastrofe economica che si abbatterebbe in primo luogo sui lavoratori in caso di uscita dall'UE. Dopo la débacle della Grecia di Tsipras molti sono ormai giunti a questa conclusione: l'“europeismo” è una truffa, è vero; l'Unione Europea attuale non funziona bene e ci è poco utile, è vero; d'altronde ormai non possiamo farne a meno. Dall'altare viene proclamata l'ineluttabilità dell'UE, sottolineando i traumi che comporterebbe uscirne.

Senza Europa l'Italia farebbe la fine dell'Argentina”.

Se svalutiamo chissà dove arriva l’inflazione!”

L'esperienza inglese (non ancora conclusa) indica criticità non indifferenti.”

Questi alcuni dei leitmotiv tipici.

Qualche anno fa provai a rispondere al grande economista Giorgio Lunghini, che dalle pagine del Manifesto presentava uno scenario terrificante facendo riferimento ad un'uscita dall'euro sviluppata entro gli schemi capitalistici e con politiche di sostanziale continuità con quelle liberiste. Perché però accettare di giocare sul campo nemico, rendendosi subalterni culturalmente a quella che Marx chiamava la “merda economica”? Si dimentica che un'uscita dalle istituzioni europee possa svolgersi in maniere diverse: da destra o da sinistra, dicono i volgarizzatori; sarebbe meglio dire: andando ad intaccare i rapporti di produzione capitalistici oppure no. In realtà la gran parte delle conseguenze enumerate dai catastrofisti ha consistenza reale solo se si rimane all'interno dei rapporti di produzione capitalistici, e nello specifico liberisti-imperialisti. In tale gabbia è chiaro che gli Stati nazionali vedano ridursi drasticamente i margini per riforme progressive e politiche di stampo anche solo minimamente keynesiano. Se però si coniuga l'uscita dall'UE all'innesco di un processo rivoluzionario che preveda l'attuazione di un programma di classe teso a superare i rapporti di produzione capitalistici, molte delle sciagure preconizzate da Lunghini scompaiono. Un recupero della sovranità bancaria e monetaria consentirebbe di ritornare alla situazione pre-1981, garantendo di mantenere sotto controllo il debito pubblico attraverso un nuovo “matrimonio” tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro; un passo decisivo andrebbe fatto nazionalizzando progressivamente l'intero settore bancario, partendo dai grossi oligopoli in grado di costruire delle crisi artificiali. Non si può dimenticare che queste forze hanno saputo mettere in scacco non solo la Grecia nel 2015, ma anche la stessa Italia nel 2011, all'epoca della cosiddetta “crisi dello spread”, riuscendo perfino a far cadere il governo Berlusconi, sgradito per le aperture eccessive alla Russia.

Gli imprenditori scapperebbero? Un accentramento delle attività produttive sotto il controllo degli enti pubblici e una loro gestione partecipata delle classi lavoratrici consentirebbero ad un Paese tra i più sviluppati del mondo, quale è il nostro, di poter razionalizzare la produzione recuperando impianti dismessi ed ottimizzando le risorse disponibili. Si pensi concretamente alla possibilità di porre un termine agli sprechi alimentari di cui fa scempio la nostra società ogni giorno: si ricordino come esempio le tonnellate di latte buttate via ogni anno dagli allevatori in ossequio ai diktat dell'Unione Europea. Un controllo temporaneo dei prezzi sui generi di prima necessità, concordato democraticamente con le classi lavoratrici, finalmente padrone del proprio destino, garantirebbe le classi sociali più deboli, che si potrebbero tutelare anche con una radicale redistribuzione della ricchezza attraverso una robusta patrimoniale che vada ad intaccare soprattutto le classi più abbienti, ossia quel 10% demografico che possiede capitali e case (si pensi ai milioni di case sfitte...) per oltre il 50% della ricchezza presente in Italia.

Si denuncia che il debito pubblico con la “nuova lira” esploderebbe, ma non si possono ignorare le tante elaborazioni sulla possibilità di svolgere un audit del debito pubblico, andando a colpire mafie e speculazioni finanziarie senza danneggiare i piccoli e medi risparmiatori. Ci sarebbe il rischio di sanzioni, magari di un embargo dagli Stati europei? L'Italia non avrebbe che da costruire nuove relazioni internazionali, sia dal punto di vista politico che commerciale. Paesi in grado di fornire le risorse energetiche di cui l'Italia è deficitaria ci sono, e sarebbero certo ben lieti di poter scambiarle con prodotti di qualità e con il know-how di cui il nostro Paese è ancora rinomato in tutto il mondo. Un riposizionamento in senso paritario, democratico, cooperativo e antimperialista dell'Italia aprirebbe più facilmente la porta a molti mercati oggi chiusi dagli obblighi di fedeltà imposti dalla NATO e dall'UE (vd Russia e Cina). 

Una situazione del genere, per la quale occorrerebbe anche una parallela uscita dalla NATO, consentirebbe di abbattere anche le spese militari (70 milioni di euro al giorno) per indirizzarle sui servizi essenziali. Dal punto di vista economico poi una svalutazione della nuova moneta, se necessaria, permetterebbe all'export italiano di ripartire facilmente, ma non avrebbe necessariamente un effetto catastrofico sui consumi interni, se ciò fosse accompagnato dal ripristino di una “scala mobile” che leghi i salari all'inflazione. Sappiamo bene che la scala mobile venne distrutta dai padroni perché rosicchiava i grandi patrimoni, abbassava il saggio di profitto capitalistico, intaccava addirittura la stessa proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma in condizioni rivoluzionarie, in cui il processo di uscita è gestito dalle classi lavoratrici in senso socialista, questo problema non si pone, ed è la maniera migliore per garantire che a pagare gli inevitabili dissesti iniziali siano solo le classi padronali.

Una società diversa è quindi possibile, anche a partire dalle condizioni date, ma solo se si propone una rottura radicale delle strutture oggi in vigore. 

5) I “RIFORMATORI UTOPISTICI”

Il paradigma rivoluzionario è però stato respinto perfino dalla gran parte delle “sinistre radicali”, che hanno fatto proprie le visioni catastrofiste. Da queste “consapevolezze” gli illustri pensatori della sinistra più o meno arancione hanno postulato che il problema non è l'Europa in sé, ma “questa” Unione Europea fondata sul neoliberismo. L'obiettivo delle masse deve essere quindi “democratizzare l'Europa”; ci vuole “più Europa”; “costruiamo l'Europa dei popoli”. Seguendo la linea riconducibile al federalismo atlantista di Spinelli, dei sedicenti comunisti rivendicano la cessione della sovranità nazionale a Bruxelles per gestire centralmente processi necessariamente unitari. Ci vorranno decenni, ma “quanto ci è voluto per trasformare gli Stati Uniti d'America in una nazione?”

Su questo tema, in Italia e non solo, pesa molto l'effetto deleterio prodotto dalla tradizione dell'eurocomunismo, sulla quale si è soffermata criticamente molta pubblicistica impegnata (si possono ricordare le recenti opere di Luca Cangemi e Domenico Moro come esempio). L'europeismo “critico”, le cui prime teorizzazioni si trovano già a inizio '900 (in particolar modo da parte di Trockij, in contrapposizione a Lenin e alla Luxemburg) è storicamente risultato egemone nel movimento socialista a partire dagli anni '50, conquistando anche il movimento comunista italiano dagli anni '70, caratterizzando poi il percorso post-comunista dei “democratici” e della stessa Rifondazione Comunista. Quando quest'ultima era considerata un modello vincente per le altre organizzazioni europee (anni '00), Bertinotti è riuscito a rafforzare tali posizioni costruendo la Sinistra Europea, acquisendo posizioni tuttora dominanti nel gruppo della sinistra europarlamentare del GUE-NGL, seppur con eccezioni importanti (vd in particolare il Partito Comunista Portoghese). Tali “riformatori”, per quanto radicali nelle proposte alternative, fondate su piattaforme e programmi politici razionali e concreti, risultano utopistici perché non riescono a tracciare una credibile modalità attraverso cui dovrebbe avvenire questa riforma complessiva dell'UE. Per riuscire a cambiare gli Statuti delle istituzioni europee occorrerebbe infatti riuscire a conquistare la maggioranza, o quanto meno una minoranza significativa, degli Stati membri. Quando però un'organizzazione almeno idealmente “antisistema” riesce a raggiungere con grande fatica le leve del governo, come avvenuto in Grecia ai tempi di Tsipras, si è rivelata fatale la guerra economica scatenata dalla borghesia europea, rendendo impossibile riuscire a mantenere il potere democraticamente. L'impossibilità di costruire l'alternativa promessa sancisce inevitabilmente il declino dell'anomalia politica creatasi, portando infine alla caduta del governo o alla sua “normalizzazione”. 

Perché risulti vincente, il progetto dei riformatori utopistici richiederebbe una concomitanza di fattori tanto straordinaria da renderlo di fatto irrealizzabile concretamente. Si potrebbe aggiungere che tali riformatori presentano diversi tratti in comune con alcuni ideal-tipi precedenti: anzitutto costoro sono più o meno consapevolmente “geopolitici occidentalisti”, ritenendo impossibile un percorso socio-economico esterno al blocco europeo. La posizione eurocentrica che ne consegue, per quanto solidale essa possa essere nei confronti del resto del mondo, approda all'abbandono di un reale internazionalismo, accettando di coniugare la costruzione socialista ad un'identità culturale che come abbiamo già detto risulta fittizia e in ultima misura razzista e xenofoba. Altrettanto pragmaticamente e rigettando la lezione leninista, giudicano più semplice poter costruire il socialismo modificando dall'interno le stesse strutture imperialiste, senza operare una rottura rivoluzionaria. Probabilmente il più grande limite di questa posizione politica è in effetti la carenza di analisi riguardante l'imperialismo, e quindi delle origini stesse delle istituzioni europee, costruite ad arte con un processo fondativo sostanzialmente irriformabile, proprio in modo da garantire gli interessi delle classi dominanti. Quello che manca a questa posizione è quindi l'analisi concreta e storica dei rapporti di forza, scadendo in un volontarismo astratto e ingenuo che rimanda ad un futuro remoto la possibile risoluzione dei problemi.

6) I “SINISTRI” IMMEMORI DELLA NATO

Con la nascita di Italexit sono arrivati i compagni che polemizzano con l'affermazione “non ha senso uscire dalla UE se non si esce anche dalla NATO”. Per loro il dato fondamentale è uscire dall'Europa. È un passo iniziale da cui occorre partire per evitare l'immobilismo. Poi si vedrà. “Della NATO oggi non importa niente a nessuno e se ne parlerà in un secondo momento”. Questa posizione è un corollario per ora molto limitato dei “geopolitici occidentalisti”, poiché non si propone di rompere con l'imperialismo, ma soltanto di rimodulare il ruolo dell'Italia all'interno del blocco occidentale, tornando ai “fasti” degli anni '80, quando il nostro paese era la quinta economia mondiale e poteva permettersi maggiore libertà di manovra sia sullo scenario internazionale che in politica interna. L'obiettivo diventa ridare slancio al paese sganciandosi da Bruxelles senza però mettere in discussione l'adesione alle campagne guerrafondaie degli USA, alle quali la gran parte degli Stati europei aderisce silenziosamente. Ci si propone magari di tornare a forme di keynesismo ed economia “mista”, riprendendo la formula delle “riforme strutturali”, della “politica industriale” e in generale di tutte quelle misure oggi vietate dall'UE. In un simile scenario di ritrovata sovranità nazionale si ipotizza perfino la possibilità di poter adempiere al dettato costituzionale, garantendo diritti e sovranità popolare. 

A costoro non posso che replicare quanto già scritto in un recente articolo: 

«Non ci sarà emancipazione nazionale (e quindi anche popolare) possibile finché non avremo rescisso con una rivoluzione il blocco sociale e politico che ha mantenuto l'Italia su questi binari fin dal viaggio di De Gasperi negli USA. La lotta all'imperialismo è complessa e articolata ma occorre ricordare chi è il primo nemico alla cui tonaca si attaccano con disperazione i più importanti gruppi borghesi del nostrano “complesso industrial-militare”. Finché saremo nella NATO saremo complici dell'Impero. Potenza imperialista di medio livello, ma partner subalterno all'ordine americano fondato sul dominio delle multinazionali e di un'élite ristretta di migliaia di persone che pretendono di governare il mondo in virtù della propria forza militare o economica. Non c'è possibile riscatto popolare in un contesto simile, neanche dopo aver eventualmente compiuto il miracolo di scissione dall'UE. Finché non usciremo dalla NATO saremo sempre una semicolonia a sovranità limitata, con una classe borghese connivente che preferirà abbandonare al macello il popolo e la nazione, piuttosto che i propri averi».

Aggiungerei, in particolar modo per i compagni che certamente vorrebbero mettere in discussione la NATO ma non osano, o lo ritengono prematuro tatticamente, che si sottovaluta l'impossibilità di scardinare solo un pezzo di un ingranaggio strategicamente funzionale al mantenimento del potere della borghesia occidentale. Se metti in crisi l'UE, rischi agli occhi di Washington di mettere in discussione anche l'appartenenza alla NATO, creando uno scenario di crisi imprevedibile. È molto probabile che gli USA interverrebbero tenendo al potere i ceti politici ed economici più “fedeli”. Sono ormai noti, almeno agli specialisti, i metodi “persuasivi” utilizzati dal dopoguerra, passando per gli anni '70, il 2001 e oggi. Il silenzio sulla NATO non è quindi proficuo, perché occorre preparare a dovere il popolo nella lotta per l'affermazione dei propri diritti sociali e civili. Il maggiore rischio derivante da questi “sinistri” è quello di liberare il popolo italiano dal cappio di Bruxelles per diventare il braccio destro degli Usa nel Mediterraneo, legittimando gli ultimi 30 anni di criminale aderenza alla tendenza neoimperiale statunitense, durante la quale abbiamo partecipato militarmente e politicamente a tutte le guerre che hanno sconvolto Africa, America Latina e Medio Oriente. Uno scenario molto pericoloso nella fase di declino internazionale di Washington, e che accentua i rischi di guerra e crisi internazionale, con ovvie tragiche ricadute per il nostro paese.

Qualcuno ribatterà che abbinare l'uscita da UE e NATO metterebbe il nostro paese sul fronte più avanzato del conflitto internazionale, assumendo i contorni di una scissione dell'Italia dal blocco occidentale con rischi altrettanto imprevedibili. È vero. Non mancherebbero le destabilizzazioni economiche e militari, ma questa minaccia continuerà a riguardare il nostro paese finché non avremo posto fine all'occupazione straniera del nostro territorio, che perdura dalla seconda guerra mondiale. Anche questo è un problema politico non indifferente per un'organizzazione realmente rivoluzionaria. Non rimane quindi che un bivio: o si accetta lo status vivendi, con il lento declino che distruggerà il nostro paese, o non rimane che l'organizzazione della rivoluzione, strumento indispensabile per scrollarci di dosso tutto il marciume stratificatosi in decenni di imperialismo. 

CONCLUSIONI

Dopo tale disamina, si può ridurre la gran parte delle argomentazioni al seguente bivio, con cui ho titolato l'articolo: vogliamo provare a costruire una reale alternativa al capitalismo, riproponendo l'attualità del socialismo, oppure vogliamo adagiarci ad una qualche versione, più o meno riformata, dell'imperialismo europeo e/o occidentale?

I comunisti, quelli realmente tali, non dovrebbero avere dubbi sulla posizione da tenere.

PER APPROFONDIMENTI

L. Cangemi, Altri confini. Il PCI contro l'europeismo (1941-1957), Derive Approdi, Roma 2019, di cui ho realizzato una sintesi-recensione su La Città Futura

V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, 2015

D. Moro, La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018

A. Pascale, 

- Uscire dall'euro si può, anzi si deveAcademia.edu, 26 marzo 2016;

Non si può costruire il socialismo stando nelle strutture imperialisteRifondazione.it, X Congresso PRC, 2017

Quale strategia per il movimento comunista? In risposta ad AlessandroniMarx21.it, 3 agosto 2019;