Spagna: l’abbraccio pericoloso dei socialisti per Podemos

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sanchez iglesias podemosdi Domenico Moro
da laboratorio-21.it

Le ultime elezioni politiche spagnole sono state un test importante, ma da non sopravvalutare. Alcuni hanno tratto dall’esito delle elezioni due conclusioni. La prima è che saremmo davanti all’arresto della crisi del bipolarismo europeista, basata sull’alternanza dei partiti nazionali che fanno rispettivamente riferimento al Partito popolare europeo (Ppe) e al Partito socialista europeo (Pse). La seconda è un rinnovato interesse per la vecchia formula del centro-sinistra. Chi la vagheggia sembra trarre spunto dall’appoggio parlamentare di Podemos al Partito socialista, che ha permesso a quest’ultimo di governare la Spagna negli ultimi due anni. Ma quali sono stati i risultati effettivi delle elezioni?


In primo luogo, non pare che in Spagna la crisi del blocco bipolare si sia arrestata. Insieme i due partiti afferenti a Ppe e Pse hanno raccolto alla Camera dei Deputati appena il 45,4% dei voti contro il 55,6% del 2016, in voti assoluti sono scesi da 13,5 a 11,8 milioni. È vero che l’astensionismo si è ridotto di quasi nove punti, ma ciò è dipeso dall’aumento dell’offerta politica, grazie alla discesa in campo o alla crescita di nuovi partiti, indipendentisti e nazionalisti.

Tra i due principali partiti, il partito socialista e il partito popolare, a vincere le elezioni sono i socialisti che passano dal 22,6% del 2016 al 28,7% del 2019 con un guadagno di poco meno di 2 milioni di voti, mentre i popolari hanno perduto oltre 3 milioni e mezzo di voti, dimezzando addirittura la loro quota dal 33% al 16,7%. Perché questa differenza?

I socialisti sono riusciti a formare un governo di minoranza con l’appoggio parlamentare di Podemos. Il punto è proprio questo: l’abbraccio tra Partito socialista e Podemos si è rivelato utile per il primo ma deleterio per la secondo, che, insieme al partito popolare, risulta tra i perdenti delle elezioni. Podemos-Izquierda Unida è sceso dal 13,42% del 2016 all’11,95% del 2019 con una perdita di 10 deputati e di circa 110mila voti. La perdita è contenuta nei numeri, ma importante per il significato politico. La sfida populista, come è ormai invalso chiamare l’emergere di terze forze, sembrerebbe aver registrato una battuta d’arresto. Il problema è che la battuta d’arresto è solo a sinistra.

Infatti, a destra il Partito popolare si dissangua a favore del (cosiddetto) populismo di destra, Ciudadanos, che guadagna oltre un milione di voti rispetto al 2016, passando dal 13% al 15,9%. Ma a drenare voti è soprattutto il partito di estrema destra Vox, che dallo 0,20% del 2016 passa al 10,26% del 2019, raggiungendo quasi 2,7 milioni di voti. L’emergere di Vox rimanda a una questione che è centrale in Spagna, quella dell’unità nazionale. Vox, infatti, nasce proprio su una spinta nazionalista sorta per ostacolare le spinte centrifughe che rischiano di disgregare lo Stato spagnolo, in particolare quella rappresentata dalla Catalogna.

Le elezioni anticipate, del resto, sono state determinate dal rifiuto del partiti catalani, Erc e Pdecat, di votare la legge finanziaria proposta dal Pse, perché il governo aveva a sua volta rifiutato di concedere il referendum per l’indipendenza. Nel caso della Spagna, a differenza di altri Paesi europei, il risorgente nazionalismo non è rivolto contro la Ue ma contro gli indipendentismi interni. Esiste, però, un legame molto forte tra integrazione europea e ritorno del nazionalismo. Infatti, è proprio l’integrazione economica e monetaria europea a determinare le spinte disgregatrici, portando alla divergenza tra stati e, all’interno degli stati, all’aumento dei divari tra regioni e tra classi. Il rafforzamento dell’autonomia delle regioni ricche del Nord Italia, Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna, e l’insorgenza dei Gilet gialli, che rappresentano le periferie impoverite a fronte delle ricche metropoli francesi, sono esempi, sebbene di segno opposto e con differenze importanti, delle stesse dinamiche.

La vittoria dei socialisti ha ringalluzzito il Pd nostrano e soprattutto ha fatto rinascere la tentazione, all’interno del ceto politico a sinistra del Pd, sopita, ma mai definitivamente tramontata, a riesumare il centro-sinistra. Eppure la vicenda spagnola dimostra l’esatto contrario. Anche se la formazione del nuovo governo risulta ancora dubbia e rimandata a dopo le europee, secondo Carmen Calvo, la numero due del partito, i socialisti proveranno a continuare a governare ancora da soli, tenendo fuori Podemos, pur riconoscendone l’importanza dell’aiuto fornito fino ad ora.  Quindi, Podemos non solo ha pagato l’appoggio parlamentare al Partito socialista in termini elettorali, ma rischia anche di rimanere fuori dal governo. La questione è che il modello del centro-sinistra, in tutte le sue varianti, è un modello perdente per qualunque formazione di sinistra radicale, perché ad avvantaggiarsene è invariabilmente il partito principale, mentre il junior partner vede erodere i suoi consensi. Del resto, in Italia ne abbiamo avuto una dimostrazione esemplare soprattutto con la partecipazione della sinistra radicale ai governi Prodi e la successiva débacle dell’Arcobaleno, che ha portato, fra le altre cose, alla espulsione, fino ad ora, dei comunisti dal Parlamento.

Malgrado i suoi limiti, tra i quali l’eccessivo peso della comunicazione e del ruolo mediatico del leader a fronte di un radicamento scarso, Podemos continua a mantenere una posizione ragguardevole. Tra Italia e Spagna, però, ci sono delle differenze importanti. In Spagna si è avuto un importante movimento di massa contro la crisi, gli “indignados”, senza il quale Podemos non avrebbe potuto crescere. L’Italia, invece, è stato l’unico grande Paese europeo senza un vero movimento di massa ma con lotte parziali e scollegate. Inoltre, in Spagna, la sinistra radicale tradizionale si è alleata con Podemos. In Italia non c’è stata alcuna saldatura tra il M5s e la sinistra radicale tradizionale, sia per la maggiore varietà di orientamenti ideologico-politici interni al M5s sia per l’inconsistenza della sinistra radicale.

La situazione spagnola rimane instabile e non solo politicamente. Se i socialisti hanno potuto crescere non è stato tanto per la presunta impostazione di sinistra del loro governo. È stato, oltre che per la capacità di imbrigliare Podemos, per la congiuntura economia internazionale favorevole, che però è ormai esaurita. Più che l’economia interna sono state le esportazioni a crescere, favorendo la mini-ripresa. Il punto è che le esportazioni sono state causate da una dolorosa svalutazione interna dei salari, che ha beneficiato le imprese.

La questione centrale è sempre l’Europa, ossia l’austerity e i vincoli di bilancio imposti mediante l’euro. Senza prendere di petto quei vincoli è ben difficile che qualunque governo riesca a raddrizzare la situazione economica, creando lavoro non precario e riducendo la povertà. Eppure, il tema non sembra aver tenuto banco nelle elezioni, dove è stata invece la questione dell’unità nazionale ad aver avuto centralità, sebbene, come abbiamo detto, questa nasconda dietro di sé la questione dell’Europa. Anzi, Sanchez, il capo del Partito socialista, subito dopo le elezioni si è affrettato a dichiarare: “Formeremo un governo pro europeo”. Un evidente segnale di rassicurazione alla Ue e agli interessi, anche spagnoli, che le sono dietro, come ha ricordato Antonio Garamendi, il presidente della Confindustria spagnola, secondo cui “è fondamentale che Madrid continui a partecipare in pieno al progetto europeo”.