Unione Europea e diritto d'autore

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gdpr logo eudi Francesco GalofaroUniversità di Torino

C'è poco da fare: più i mezzi di comunicazione di massa si sforzano di ritrarre un'Unione Europea utile e a misura di cittadino, più annaspano e affondano nelle contraddizioni obiettive delle istituzioni comunitarie. Ne è un buon esempio l'approvazione, il 26 marzo scorso, della direttiva europea sul diritto d'autore da parte del Parlamento Europeo.

Già l'anno scorso il pericolo del “bavaglio di mercato” alla libertà di espressione era stato rinviato per gli evidenti, inquietanti dubbi che suscitava (si veda qui [1]). Oggi, la nuova direttiva è presentata così: le istituzioni comunitarie intervengono a difesa dei piccoli autori contro i giganti del web: Google, Facebook, Twitter e via discorrendo. In realtà la legge riguarda gli editori, cui la direttiva fornisce strumenti per negoziare il pagamento dei diritti d'autore.


La normativa pone un freno alla libera circolazione di testi, video, articoli. Infatti, i gestori dei siti saranno responsabili delle violazioni commesse dagli utenti: così, se provassi a pubblicare un trafiletto di Repubblica nel contesto di un articolo sul mio blog – magari per prendere le distanze dal suo contenuto - il mio scritto sarà analizzato automaticamente da un algoritmo in grado di prendere decisioni etiche e di censurarmi. Si tratta ovviamente di restringere la circolazione dell'informazione. E poiché è qualcosa che ricorda pericolosamente le monarchie assolute e i regimi totalitari, si giustifica l'intervento attraverso l'ideologia del mercato e la tutela della proprietà privata.

A combattere la direttiva non troviamo soltanto le multinazionali della Silicon Valley, com'è scontato; perfino Wikipedia ha oscurato le proprie pagine per protestare contro il tentativo dell'Unione Europea di colpire la creatività e la libertà di espressione online. Wikipedia ha deciso di battersi nonostante, in teoria, le misure previste dalla direttiva non la riguardino direttamente, dato che, sempre in teoria, escludono dai sorvegliati speciali le attività ricerca formative e di istruzione: "Nonostante Wikipedia possa non essere direttamente toccata da queste norme, il nostro progetto è parte dell'ecosistema di internet. Gli articoli 11 e 13 indebolirebbero il web, e indebolirebbero Wikipedia".

In che modo la direttiva può minare la produzione di contenuti da parte degli utenti? Faccio un esempio che risale a molto prima che la direttiva entrasse in vigore. Infatti, un assaggio di quel che potrebbe accadere l'hanno già avuto gli utenti di Google Books. Sempre più spesso le ricerche restituiscono come risultato il messaggio: "Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell'ambito della normativa europea sulla protezione dei dati" – si veda la fig. 1.

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Fig. 1: Risultato della ricerca “Zygmunt Bauman” in Google Books (30 marzo 2019) [2]

È difficile capire in che modo la protezione dei dati riguardi la consultazione di un saggio di Bauman, ma questo è il risultato dell'ennesimo pasticcio normativo europeo, motivato dall'intenzione di proteggere il diritto all'oblio [3]. Quindi, già da tempo i lettori che si connettono a Internet dalla UE non possono più usufruire per intero della babelica biblioteca di Google e della possibilità di ricercare un nome, un tema, un soggetto, all'interno dei contenuti di milioni di libri in pochi secondi.

Il problema, naturalmente, non riguarda solo i ricercatori: qualunque utente troverà un filtro ai propri risultati, dato che, d'ora in poi, i motori di ricerca dovranno pagare anche per gli snippet, le anteprime che visualizzano in risposta alle query degli utenti. In futuro, dovremo tutti trasformarci in hacker professionisti, mascherandoci da utenti del Costa Rica, impiegando browser anonimizzanti come Tor, in modo da sfuggire al tentativo europeo di soffocare la libertà di informazione.

Un triste spettacolo è stato dato inoltre dalla caccia al deputato messa in atto dalle lobby di editori, case cinematografiche e musicali, giornalisti, artisti, attori, sceneggiatori, multinazionali degli algoritmi, a ridosso della seduta. Questo spiega in parte la frattura trasversale dei gruppi politici europei al momento del voto. Una riprova del fatto che la UE è una lobby-based democracy senza alcuna trasparenza. Sebbene esista un registro europeo dei lobbisti, presenta gravi problemi quanto a volontarietà dell'iscrizione, omissioni, dati finanziari mancanti, assenza di controlli periodici [4].

Gli scenari futuri sono inquietanti. E' chiaro che i grandi motori di ricerca non saranno affatto impensieriti dalla link tax, perché hanno i mezzi economici per farvi fronte. Il mercato mondiale si divide tra cinque motori di ricerca: Google (74%), Baidu (12%), Bing (8%),Yahoo! (3%), Yandex (1%). Tutti gli altri si dividono il restante 2% [5]. Consideriamo che Baidu si rivolge a chi parla cinese e Yandex a chi conosce il cirillico: nulla impedirà agli altri tre, dovendo pagare per ogni link che dispongono, di presentarceli nell'ordine che preferiscono, ottimizzando il rapporto costi/ricavi, cosa che, del resto, già avviene. Quel che invece non accadrà è che piccoli gestori, startup, gruppi di programmatori open source, teoricamente esclusi dal cappio della normativa europea, possano davvero mai sognarsi di mettere in piedi un motore di ricerca alternativo. Qui il lettore mi perdonerà un esempio personale. Con alcuni colleghi ho sviluppato un algoritmo semantico per permettere all'utente di ricercare la parola A nel senso B, ad esempio “Marx” nel senso di “economista”, aumentando le opzioni degli utenti [6]. Per scopi di ricerca vorrei creare un aggregatore di ricerche che peschi dai principali motori attuali, per restituire i risultati in un ordine che tenga conto del senso della parola ricercata. Nel momento in cui dovesse terminare la fase di sviluppo, tuttavia, sarei di fatto obbligato a vendere il mio algoritmo a uno degli oligopolisti mondiali già presenti. Chi sarebbe in grado di assumersi il rischio di affrontare la concorrenza attuale, magari costruendo un motore gratuito, autogestito e open source, con la prospettiva di dover pagare per ogni risultato mostrato? Ho portato la mia esperienza solo a titolo di esempio di come il sostegno della direttiva ai “piccoli” contro i “grandi” sia del tutto ideologico: in realtà non si fa altro che consolidare l'oligopolio attuale, a danno di qualunque alternativa, di mercato e non di mercato; a danno dei cittadini della UE e della libera circolazione dell'informazione. Ribadisco quello che ho già scritto: i così detti liberali al potere nella UE sono minacciati dal peso sempre più marginale che l'informazione "ufficiale" ha nella manipolazione dell'opinione pubblica e nella creazione del consenso. Per questo, quegli stessi liberali che gridano allo scandalo ogni volta che Russia e Cina tentano una regolamentazione politica delle proprie reti, nel nome del mercato sono disposti a fare ben di peggio, sacrificando la libertà di espressione.


[1] http://www.marx21.it/index.php/comunicazione/comunicazione/29137-la-liberta-di-espressione-in-rete-e-salva-per-ora

[2] https://www.google.com/search?tbm=bks&q=zygmunt+bauman&spell=1&sa=X&ved=0ahUKEwigo52slKrhAhXDwosKHewbDxkQBQgoKAA&biw=1682&bih=916&dpr=1

[3] https://policies.google.com/faq?hl=it

[4] https://corporateeurope.org/power-lobbies/2017/11/eu-lobby-register-still-failing-live-transparency-promise

[5] https://www.netmarketshare.com/search-engine-market-share.aspx?options=%7B%22filter%22%3A%7B%22%24and%22%3A%5B%7B%22deviceType%22%3A%7B%22%24in%22%3A%5B%22Desktop%2Flaptop%22%5D%7D%7D%5D%7D%2C%22dateLabel%22%3A%22Trend%22%2C%22attributes%22%3A%22share%22%2C%22group%22%3A%22searchEngine%22%2C%22sort%22%3A%7B%22share%22%3A-1%7D%2C%22id%22%3A%22searchEnginesDesktop%22%2C%22dateInterval%22%3A%22Monthly%22%2C%22dateStart%22%3A%222018-03%22%2C%22dateEnd%22%3A%222019-02%22%2C%22segments%22%3A%22-1000%22%7D

[6] https://www.emeraldinsight.com/doi/abs/10.1108/K-05-2017-0187?journalCode=k