Di sovranismo, di gilet gialli e di altre questioni

E-mail Stampa PDF

giletjeunes abolitionmiseredi Piergiorgio Desantis

da ilbecco.it

Il Censis, ad esempio, nel suo rapporto annuale fotografa l’Italia del 2018 dall’alto, forse troppo, ovvero dal punto di vista dove si avverte il “silenzio arrendevole delle élite”. Viene fuori un’Italia “incattivita (cosa ampiamente prevedibile) che vive “una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare".


Sarebbe interessante analizzare il giudizio morale che vien fuori e capire le origini e i vari significati della parola “sovranismo”, espressione ormai vuota perché abusata e strattonata da chiunque per la propria causa. Proprio come le parole “populismo” e “riformismo”, essa è utilizzata e strumentalizzata per faziosità evidenti dalle quali è salutare starne alla larga. Sono ben più significativi, invece, i dati che emergono. Tra gli altri:

l’assenza di prospettive di crescita, che siano individuali o collettive: solo il 23% degli italiani ritengono che potranno avere una situazione socioeconomica migliore dei genitori contro una media Ue del 30%, del 43% in Danimarca, 41% in Svezia, 33% in Germania;

rapporto e relazione dei cittadini con l’UE: solo il 43% degli italiani ritiene che l’appartenenza all`Ue abbia recato vantaggi all’Italia, contro una media europea del 68% (la nostra fiducia è al di sotto anche della Grecia post Troika);

la paura nei confronti dei migranti: ben il 75% degli italiani pensano che le persone in movimento portino criminalità e per il 63% sono un peso per il nostro welfare.

Forse più che di “sovranismo psichico” possiamo tutti (o quasi) convenire che gli italiani siano completamente immersi in una crisi di lunga durata, che comporta una conseguente profonda sfiducia nel futuro e nello sviluppo dell’Italia nel contesto europeo. A ciò vengono abbinate un’ampia serie di insicurezze (molte fondate su errate percezioni non corrispondenti al vero) come la paura del migrante, la necessità di rafforzare l’ordine pubblico attraverso un impiego capillare dell’esercito, l’ampio ricorso all’uso di armi. Al fondo, in realtà, c’è una crisi economica e sociale assai seria con conferme preoccupanti che determinano un ulteriore allargamento e permeabilità di essa in quasi ogni aspetto e settore della società italiana.

L’Istat, nel rapporto del terzo trimestre, ci dà alcuni numeri sull’occupazione in Italia e ci suggerisce alcune trasformazioni già in atto da tempo nel mondo del lavoro: diminuzione di 52.000 occupati (-0,2%) rispetto al trimestre precedente, con un aumento però di 147.000 unità (+0,6%) sul terzo trimestre del 2017 e con un tasso di occupazione fisso al 58,7%. Ma al di là del numero degli occupati, l’analisi va fatta anche sulla qualità e sulla natura del tipo di occupazione che già abbiamo e che sempre di più avremo. Fa riflettere l’aumento dell’inattività con una percentuale che sale al 34,5% (+0,4 punti) in tre mesi (soprattutto tra i giovani e le donne); ma soprattutto è significativo il trend che riguarda il calo, continuo e costante, dell’occupazione a tempo indeterminato (-0,7% sul trimestre precedente e -1,5%, pari a un calo di 222.000 unità, rispetto al terzo trimestre 2017), con il corrispettivo incremento dei contratti a termine (+74.000 pari a +2,4%) che raggiungono un record assoluto a partire dall’anno 1992.

Ancor più evidente è il dato che riguarda la retribuzione media oraria delle posizioni lavorative riferite ai dipendenti del settore privato: queste sono diminuite costantemente passando da 14,01 euro l’ora nel 2015 a 13,97 nel 2016. A ciò si aggiunga che la metà dei dipendenti percepisce comunque una retribuzione oraria pari o inferiore a 11,21 euro e, dato se possibile ancora più allarmante, i nuovi rapporti di lavoro stipulati nel 2016 hanno una retribuzione che scende sotto i 10 euro l’ora, pari a 9,99 euro. Insomma, la moderazione salariale che ha già colpito i lavoratori italiani da trent’anni a questa parte continua a picchiare, riducendo sempre di più le già risicate risorse economiche della stragrande maggioranza delle persone che lavorano.

I numeri sembrano parlare e confermare un anno orribile per i giovani lavoratori e non solo, per chi vuole andare in pensione e non può, per chi ha o avrà una pensione da fame. Sono numeri che ribadiscono, ancora una volta, il fallimento totale delle politiche di austerity fin qui attuate e dell’intera legislazione in materia di lavoro (dal Pacchetto Treu al Jobs Act in fila per due). È in atto, infatti, un grande balzo indietro non soltanto dal punto di vista dei diritti ma anche, come già detto, dal punto di vista retributivo.

Pertanto, è necessaria una brusca sterzata politica che possa promuovere:

politiche anticicliche (almeno nell’immediato per far ripartire crescita e sviluppo) che rimettano in campo un grande piano del lavoro e di investimenti pubblici (quelli privati sono purtroppo pochi e sono rivolti spesso alla speculazione finanziaria) anche e soprattutto riguardo al consolidamento idrogeologico, ai trasporti, all’ambiente in generale nel nostro Paese;

il reperimento di nuove risorse utili per occupazione, sviluppo e servizi pubblici attraverso una nuova tassazione più progressiva e una conseguente patrimoniale che colpisca i grandi patrimoni soprattutto immobiliari (per il momento non si riescono a spostare ville e resort) ma anche quelli mobiliari;

una riduzione della contrattualistica lavorativa (massimo 4 o 5 forme di contratti di lavoro), tassazione del lavoro a termine al fine di renderlo meno conveniente, ritorno ai centri per l’impiego pubblici finalizzati al collocamento con un forte investimento economico e di competenze;

una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (auspicabile, possibile e necessario anche alla luce della distruzione di posti di lavoro già in corso ad opera dell’avanzamento e sviluppo della tecnologia digitale) e salario minimo garantito.

Ogni singolo provvedimento succitato, nell’Italia contemporanea, parrebbe rientrare in un copione da film di fantapolitica; ciò è dovuto anche perché tutta la discussione è rinchiusa nei palazzi del Governo e dei partiti di riferimento (il Parlamento, invece, conta sempre molto meno). Eppure poco lontano da noi, la situazione è in movimento grazie anche alle manifestazioni di piazza dei Gilet Jaunes (Gilet Gialli) che hanno (ri)animato la politica in Francia. Le proposte regressive del governo francese in carica sono state oggetto di manifestazioni di protesta, anche dure, forse non con grandi numeri ma con una forza estesa che ha permesso di bloccare ampie zone del territorio francese. Sembrerebbe, quindi, che possa essere l’inizio di un rovesciamento delle misure più antipopolari portate avanti da tutti i governi in carica in Europa.

A tal proposito è significativa la foto, pubblicata da Libération, di un manifestante che, sul proprio gilet giallo, ha scritto le proposte di riforma. Si tratta di sacrosante richieste che spingono per ottenere aumenti salariali, per occuparsi del problema ambientale, della necessità di nuovi investimenti pubblici sia nella sanità che nella scuola e cultura, di pace e solidarietà e, infine, di giustizia fiscale (tema molto importante e spesso dimenticato a sinistra). Insomma, pur tra mille contraddizioni che pure ci sono in tutte le “insurrection impure”, qualcosa di significativo si muove in Europa.

Chissà che ci possa essere anche qui da noi, in Italia, una “contaminazione di anticorpi” che permetta di riconsiderare e modificare l’intera agenda del governo giallo-verde. Infatti, il duo Salvini/Di Maio, impantanato in una resa più che una trattativa con l’Europa, sembra seguire quasi pedissequamente le controriforme economiche dei governi degli ultimi trent’anni; anche il reddito di cittadinanza, che pur aveva fatto sperare una parte significativa di giovani meridionali senza lavoro e speranze, sembra delinearsi come forma di finanziamento indiretto alle imprese e gestito dalle agenzie di lavoro interinale.

Sarebbe salutare e salvifico che il nostro Paese fosse riattraversato da una ridiscussione collettiva sulle politiche da portare avanti; ciò sarebbe possibile anche con la ridiscesa in campo della molteplicità di soggetti, movimenti (ce ne sono tanti validi e anche con obiettivi condivisibili) e, soprattutto, dei sindacati nelle piazze e nei luoghi di lavoro. Chissà che, grazie anche a ciò, non si possa avere finalmente la possibilità di riuscire a mettere in campo un soggetto di sinistra e di classe che sia punto di riferimento del mondo del lavoro dipendente e non solo che continua a mancare in Italia.