La Francia Ribelle

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insoumiseIntervista a Raquel Garrido, portavoce di France Insoumise | a cura di Cole Stangler

da jacobinmag.com
Traduzione di Mattia Di Gangi per Marx21.it

Con l'approssimarsi del giorno delle elezioni presidenziali in Francia, riteniamo utile pubblicare la traduzione di una lunga intervista a Raquel Garrido, portavoce nazionale del movimento France Insoumise, di cui è leader  Jean-Luc Mélenchon, allo scopo di favorire una maggiore comprensione del programma politico “populista” (ispirato in particolare alle esperienze latinoamericane e spagnola e a un “patriottismo” che si richiama ai valori più avanzati della Rivoluzione francese e al primato della sovranità popolare, in contrapposizione alla deriva nazionalista e razzista della destra lepenista) del candidato che sta raccogliendo (almeno secondo i sondaggi) un vastissimo consenso tra quella parte certo non marginale del popolo francese che ancora si batte per una prospettiva di progresso, emancipazione sociale e valori di solidarietà e di cui fanno parte anche i comunisti.

Pur non ritrovandoci a condividere almeno una parte (non irrilevante) delle considerazioni espresse in questa intervista, pensiamo però che solo un rimando diretto alle fonti sia in grado di sgombrare il campo dalle troppe interpretazioni superficiali, “provinciali” e spesso distorcenti che stanno caratterizzando, nella sinistra italiana, l'approccio sia di “estimatori” che di “detrattori” di Jean-Luc Mélenchon e dello schieramento che lo sostiene.


Ringraziamo Mattia di Gangi per la pregevole traduzione di questo documento.

(Marx21.it)

Sulle elezioni presidenziali in Francia, in Marx21.it

Jean-Luc Mélenchon non sta cercando la leadership di una sinistra marginalizzata. Il suo scopo è di trasformare per intero la politica francese.

La campagna per la presidenza francese di Jean-Luc Mélenchon è esplosa nelle recenti settimane –arrivando terzo, e potendo quasi toccare con mano il secondo turno, secondo alcuni sondaggi. Oltre a trasmettere nervosismo ai mercati finanziari, il suo successo ha trasformato le elezioni francesi, offrendo un’alternativa di sinistra alla battaglia tra l’establishment e l’estrema destra.

Ma quali sono le politiche della campagna? E cosa c’è dietro il suo successo? Il movimento che ci sta dietro, France Insoumise (Francia ribelle), si ispira alle esperienze populiste latinoamericane e spagnola, il cui esempio più vicino è Podemos.

Raquel Garrido, una dei portavoce nazionali di France Insoumise, è una compagna di lungo corso di Jean-Luc Mélenchon, avendo fondato il Front de Gauche con lui nel 2008. In questa intervista racconta al giornalista Cole Stangler la campagna e le sue aspirazioni per una Sesta Repubblica.

Puoi raccontarmi cosa distingue questa campagna da quella guidata da Mélenchon nel 2012?

Il tema principale di questa campagna è quello di cambiare la nostra Costituzione e consentire al popolo francese di farlo da sé attraverso un processo chiamato l’Assemblea Costituente, che è un richiamo diretto alla Rivoluzione Francese. L’idea è quella di abolire il regime attuale, che noi chiamiamo di “monarchia presidenziale”. Noi lo consideriamo un’oligarchia e vogliamo avere invece una repubblica: per il popolo, dal popolo.

Io penso che sia per questo che parlano di noi così tanto. Una delle ragioni per cui il regime attuale manca di consenso nella società francese è che il processo di elezione dei rappresentanti consente loro di comportarsi in modo del tutto incoerente con le promesse elettorali. La principale caratteristica culturale della classe politica attuale è l’impunità. Fanno tutto quello che vogliono perché sono assolutamente deresponsabilizzati, non sono mai chiamati a rispondere di ciò che fanno.

La cultura dell’impunità inizia con il presidente stesso. Siamo il solo sedicente paese democratico dove un uomo ha così tanto potere concentrato nelle sue mani – elezioni di centinaia e centinaia di persone in diverse istituzioni ed è lui che decide davvero di cosa parlerà il parlamento, l’agenda parlamentare. Il presidente si comporta in modo così deresponsabilizzato che questo si diffonde a cascata su tutta l’intera classe politica.

La maggior parte degli eletti in Francia oggi manca di legittimità, sono eletti con una partecipazione al voto molto bassa. C’è un profondo senso di disgusto tra i cittadini verso questa classe politica. Ciò crea caos e instabilità. Quando la Magna Carta – le regole fondamentali che nessuno dovrebbe discutere, quelle regole che dovrebbero consentire la discussione e il conflitto politico in una società democratica, quando quelle regole fondamentali non sono condivise dalla maggioranza della popolazione, allora la società è instabile.

Nel 2012, dato che parlavamo di superare il vecchio regime e di averne uno nuovo, eravamo considerati come quelli che introducevano ansia e instabilità. Oggi la società francese è cambiata. La paura è là, il caos è là. La violenza tra le comunità, la violenza tra la polizia e i giovani, il terrorismo, attacchi terroristici commessi da francesi contro altri francesi. Io penso che ora il tempo sia maturo per quello che diciamo – che abbiamo bisogno di una soluzione pacifica a queste tensioni. E questo è il motivo per cui la stessa persona, Mélenchon, - di cui nel 2012 le persone forse pensavano, “Wow, questo è troppo radicale, troppo sovversivo” - adesso sembra saggia. Perché lui ha sempre criticato questa situazione, ha l’esperienza e una metodologia trasparente per portarci tutti insieme come un solo popolo. L’idea, con l’Assemblea Costituente, è di rifondare la nazione stessa.

Cos’è un popolo, cos’è la nazione, le peuple? E’ una comunità di persone che esercitano il potere insieme. Se non lo stanno facendo, si tratta di una moltitudine di individui che al più competono per le briciole di ciò che il sistema capitalista gli lascia, lottare per un lavoro, lottare per assistenza e aiuto.

Ci sono altri grandi temi della campagna – ridistribuzione della ricchezza e giustizia sociale, che sono proposte classiche in una situazione di grande disuguaglianza. Poi abbiamo il cambiamento climatico e la protezione del solo ecosistema che consente la vita per gli esseri umani. Prima di arrivare a questi problemi, però, abbiamo bisogno di conquistare il potere per avere davvero un impatto. Questa è l’Assemblea Costituente.

Nel 2012 Mélenchon si è presentato come il candidato del Front de Gauche, un’alleanza dei partiti di sinistra. Questa volta si presenta come il candidato di France Insoumise, puoi spiegarci di cosa si tratta?

E’ un movimento di cittadini dal basso, la nostra ideologia è il populismo umanista. Per molti versi abbiamo adottato la strategia populista di Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau.

Quindi bisogna chiedersi: cos’è il populismo? Non è un regime, è un programma. E’ una strategia di demarcazione tra un “loro” e un “noi”. Con questo si potrebbe intendere un “noi” etnicamente puro indirizzato contro gli stranieri – e questo è il populismo di estrema destra. Può anche intendere il “noi” del popolo contro il “loro” dell’oligarchia. Questa è la nostra strategia e il nostro movimento, che tende a costruire qualcosa oltre i partiti. Ha costruito sé stesso intenzionalmente come qualcosa di diverso dal cartello di partiti che avevamo nel 2012.

Infatti, France Insoumise è lo strumento che consente la più larga aggregazione e la maggiore efficacia nell’impostare il dibattito come popolo contro l’oligarchia, invece che in termini di destra contro sinistra, che non significa molto per la maggior parte dei cittadini francesi di oggi.

Qual è stata la vostra ispirazione per questo progetto?

Prima di tutto, l’America Latina dai tardi anni ‘90 in avanti, il ritorno della figura costituente come approccio per accedere alla sovranità. Questo ha avuto un grande impatto su di noi alla fine degli anni 90 e nei primi anni 2000, noi sapevamo che l’Assemblea Costituente è un’invenzione francese. Anni dopo, ancora nessuno in Francia aveva proposto una tale assemblea. Noi abbiamo capito che il processo costituente aveva abolito un ancien régime, in termini di partiti economici e politici.

Con la sparizione dell’ancien régime – che, per esempio, in Ecuador chiamavano partidocracia – c’è di nuovo la stessa divisione: un’oligarchia contro il popolo. Lo scopo è di far sparire gli strumenti dell’ancien régime con quel sistema. Attraverso il processo costituente prendono forma nuovi strumenti politici.

Abbiamo osservato questo molto da vicino, e in Francia abbiamo avuto bisogno di tempo per imparare. Stavamo ancora esitando e abbiamo fatto il Front de Gauche. Adesso io penso, però, che loro [i latinoamericani] sono i nostri punti di riferimento immediati, perché gli strumenti politici per raggiungere il potere – che sia in Venezuela, Ecuador o Bolivia, per esempio – sono nuovi. Non i vecchi partiti comunisti o i vecchi partiti socialdemocratici o i movimenti sindacali.

Questa non è una questione di ricomporre o riorganizzare partiti in crisi.

Noi stavamo osservando quando l’Assemblea Costituente ha attraversato l’Atlantico ed è arrivata in Islanda con la crisi finanziaria. Poi c’è stata la primavera araba e l’Assemblea Costituente in Tunisia, e quella in Egitto che è stata tragicamente massacrata. E poi finalmente, siamo stati contenti di vedere il processo costituente di Podemos, perché abbiamo le stesse radici storiche di Podemos. Chiamiamolo un punto di riferimento del populismo, un populismo umanista.

Si tratta di questo anche se ora la loro situazione è più complicata, dato che Podemos ultimamente è tornata alla discussione con Izquierda Unida.

In ogni caso, siamo sicuri che quello che stiamo facendo in Francia è davvero un’esperienza nuova. Ciò significa che al momento siamo in una fase di creazione. Abbiamo punti di riferimento in comune, ma non c’è nessun posto al mondo che possiamo guardare e dire “Stiamo facendo esattamente quello che fanno loro”. Ci prendiamo la responsabilità di essere pionieri, di costruire il nuovo.

Come si relaziona France Insoumise con la Sinistra?

France Insoumise è uno strumento politico progettato per costruire la Sesta Repubblica. La ragione per cui vogliamo la Sesta Repubblica è che la sua costruzione è un progetto economico e sociale. Nell’ancien régime le persone sbagliate stanno prendendo le decisioni sbagliate, distruggendo il pianeta e impoverendo milioni di persone. Quindi la Sesta Repubblica non è neutrale, nel senso politico del termine. Non è neutrale o senza caratteristiche, non è una pagina bianca. E noi diciamo ciò che vogliamo.

Per esempio, quando c’è un outsourcing vogliamo che i lavoratori abbiano un diritto sulle loro risorse lavorative, nella forma di una cooperativa. Questo è un esempio di una misura anticapitalista. O ancora quando vogliamo dare la priorità alla protezione dell’ecosistema, includendo nella nostra proposta la restrizione all’onnipotenza dei diritti di proprietà, per esempio. Nel nostro programma ci sono riferimenti a sinistra molto marcati, ma la parola “sinistra” non compare.

Noi non ci appelliamo al patriottismo identitario di quelli che pensano che dobbiamo “salvare la Sinistra” o essere “di sinistra”. E’ troppo minoritario. Noi vogliamo vincere. Io penso che in questo siamo simili a Bernie Sanders, che ha parlato raramente de “la Sinistra”, ma ha parlato del popolo contro l’1% o la classe dei miliardari. Tutti sanno chi è Jean-Luc Mélenchon, da dove viene e da quali posizioni parla. Ciononostante, non chiediamo alle persone di proclamarsi di sinistra prima che possano preoccuparsi per la democrazia.

Questo ha un impatto anche sulle nostre politiche. Una misura nel programma del 2017 che non era in quello del 2012 è  il diritto a richiamare i rappresentanti tra le elezioni. Questo è il nostro modo di riportare l’etica nella politica, di portare responsabilità nel comportamento politico. Quella misura non c’era nel 2012 perché i partiti che componevano il Front de Gauche non sarebbero stati d’accordo. Loro dicevano, “I deputati eletti, in generale, non sono d’accordo con questa misura.” I partiti hanno una tendenza ad essere sindacati per i rappresentanti piuttosto che strutture in cui i cittadini possono organizzarsi sulla base delle loro affinità politiche.

Quindi nella Sesta Repubblica ci saranno partiti? Sì, ci saranno forme di organizzazione basate su affinità politiche, dato che c’è bisogno di un confronto di idee. Se non c’è conflittualità non c’è democrazia. Non saranno però i partiti della Quinta Repubblica, che sono già in declino. Loro moriranno insieme alla Quinta Repubblica. Nessun partito oggi ha un programma costituzionale, non sono fatti per questo. Loro sono organizzati per mantenere il potere all’interno della Quinta Repubblica. Ci sarà un nuovo terreno politico. L’idea non è di ricomporre o riparare i partiti danneggiati della Quinta Repubblica, ma di consentire nuovi strumenti per organizzarsi.

Cosa vedi nel futuro di France Insoumise, come movimento?

Il movimento ha una vocazione storica: ottenere la Sesta Repubblica. Quindi quando abbiamo 130.000 persone che marciano da Place de la Bastille a Place de la République con bandiere francesi, coi berretti frigi, con tutte le richieste che sono collegate ai diritti fondamentali, dall’aborto al suicidio assistito, persino all’internet e alla neutralità della rete, cose che corrispondono ad una certa epoca, sento che le persone stanno lottando per una rifondazione. Non torneranno al modo classico di fare politica. Quindi questa è una lotta fino alla vittoria. La parte più difficile del nostro lavoro, discreditare la Quinta Repubblica, è già stata fatta

In genere, quando sei giovane, ti dicono che puoi essere di destra, di sinistra, centrista, qualunque cosa ti piaccia, ma non toccare la costituzione, perché quella è il fondamento. Formati le tue opinioni politiche, ma non pensare alla legittimità delle regole costituzionali. Una volta che grossi settori della società  cominciano a parlare della legittimità di questo o quell’articolo, però, questo significa che la costituzione stessa cade al livello delle decisioni conflittuali. Di conseguenza perde la sua forza costituzionale.

La definizione di una costituzione nel senso sociologico è quella di una norma superiore che gode di un consenso che va oltre la maggioranza. Non è solo maggioritaria. E’ extra-maggioritaria. Si tratta di un consenso. In Francia, però, abbiamo l’opposto.

C’è un consenso nel dire che il nostro sistema è una monarchia presidenziale. Nessuno lo mette in dubbio. Per esempio, quando andiamo ai dibattiti, nessuno contesta l’idea che siamo in una monarchia presidenziale. Oggi il dibattito è se possiamo rivedere e cambiare la costituzione un po’ dall’interno, usando gli attuali membri del parlamento, o dobbiamo ripartire daccapo? Cosa resta da essere costruito è il desiderio per l’Assemblea Costituente.

Questo è un desiderio patriottico, di assemblare un popolo, e che è molto più difficile in una società come la nostra, colpita da povertà, violenza, odio e razzismo. E’ difficile, ma ci arriveremo. Oppure ci riusciranno i fascisti. Praticamente il futuro è, o noi o loro.

Come puoi spiegare l’avanzata del Front National (FN) e di Marine Le Pen?

Oggi c’è uno zoccolo duro di votanti in Francia, un voto molto coerente, che spiega i problemi della società dicendo che ci sono troppi immigrati. La loro è un’analisi abbastanza semplice: se non ci fossero gli immigrati ci sarebbe più lavoro per me, per i miei figli ecc…

Ci sono altri temi portati avanti da Marine Le Pen come la critica all’Unione Europea, la competizione dai paesi dell’Est, la questione dell’euro. La critica all’Unione Europea esiste anche tra gli altri candidati, inclusi noi. Ultimamente ciò che caratterizza il voto alla Le Pen è la questione della xenofobia, una certa concezione della nazione come una questione etnica e non civica. Quest’idea secondo cui non possiamo fare un solo popolo insieme con i musulmani, o con chiunque non discenda da chi sia stato francese nel corso dei secoli. Questi sono concetti mitologizzati – dopo tutto, non c’è nessuna etnia francese.

Loro sono davvero populisti a tal proposito, nel senso che Laclau e Mouffe hanno dato alla parola. Loro costruiscono un “loro” ed un “noi”, ed è molto chiaro cosa sono. I “loro” sono i rifugiati che arrivano fuggendo dalle guerre, i migranti economici, i musulmani con le loro richieste di libertà di culto, ecc…

Ci sono persone in Francia d’accordo con tutto questo, ma non direi che è il 20% dei votanti. Quando ottengono alte percentuali, per esempio alle elezioni europee, ciò corrisponde ad un disastroso livello di astensione. Alle elezioni europee hanno preso il 25%. Si tratta di un risultato davvero molto alto, ma c’erano quattro milioni di votanti per il FN su sedici milioni. Io penso che la vera sfida sia l’astensione, loro marciano sull’apatia civica.

Quindi è nei loro interessi che non ci sia una vera campagna elettorale, che coloro che sono disgustati dalla politica restino disgustati. Il contesto sembrava buono per loro: c’era una situazione a destra in cui il candidato era impantanato in uno scandalo, il Partito Socialista (PS) mostrava uno spettacolo scoraggiante con i suoi tradimenti e le sue promesse non mantenute. Quindi pensavano che anche loro si sarebbero astenuti. Le persone guardavano questo spettacolo a distanza e pensavano, che spettacolo orribile, io resto a casa. Questa era la campagna del FN. Non vanno dalle persone per fare la loro campagna, non stimolano il dibattito, non hanno organizzato nessun evento per riunire il popolo. La loro strategia è di fare sentire la loro forza elettorale, di dare alla loro base solida una maggiore importanza relativa. E quella base è ideologicamente solida.

C’è sempre stata un’estrema destra in Francia. E sì, adesso è forte, ma il nostro compito è di affogare questa gente con i voti non-fascisti, e questo è ciò che stiamo cercando di fare. Dato che non abbiamo parlato alla Sinistra ma a tutti coloro che sono disgustati, dato che abbiamo aperto la nostra campagna politica, abbiamo costruito un’efficace strategia antifascista.

Dato che la nostra campagna è indirizzata verso gli indipendenti, i “disgustati”, noi dobbiamo parlare a loro. Per esempio, Jean-Luc Mélenchon è il solo candidato che parla così tanto di lavoro. Davvero, riguardo questo fatto, molto semplicemente mentre viviamo le nostre vite, ci sono cose che sono fatte da esseri umani – lavoratori. Questo è il lavoro. Da questo punto di vista Jean-Luc Mélenchon ha un discorso molto connesso con la classe operaia. Però non parliamo a loro in quanto Sinistra, noi gli parliamo in quanto classe operaia. Parlare della Sinistra non è la stessa cosa di parlare del lavoro. La parola “sinistra” non è presente nel discorso di Jean-Luc Mélenchon. Tuttavia, lui parla davvero tanto delle condizioni della classe operaia.

Tutto questo ha influenzato il vostro ragionamento su una candidatura congiunta con Benoît Hamon?

Sì, perché io penso che la nostra strategia di parlare ai disgustati, che può condurci alla vittoria, sarebbe compromessa se prendessimo a bordo parte delle persone che le disgustano. E il Partito Socialista sta morendo insieme con la Quinta Repubblica. Non è certo colpa di Hamon che è una brava persona. Non è colpa sua, è la fine di un ciclo. Quindi dobbiamo scegliere tra la Quinta e la Sesta Repubblica. Comprometteremmo le nostre possibilità di vittoria se cedessimo per salvare il soldato PS.

Probabilmente guadagneremmo un punto o due dal centro-sinistra, ma perderemmo ogni possibilità di parlare a coloro che non sono associati con i partiti. Ed è tra loro che risiedono le nostre possibilità di vittoria. E il nostro obiettivo è di vincere, non di ricomporre la Sinistra o di prenderci la leadership della Sinistra. Se il nostro obiettivo fosse di prendere la leadership della Sinistra potremmo farlo, ma non lo è. Il nostro obiettivo è di vincere le elezioni presidenziali, quindi dobbiamo parlare ai disgustati, e se andassimo da loro dicendo, guarda, ora siamo amici con Valls, con Hamon, con tutti gli altri, allora sarebbe finita, non starebbero più con noi.

In verità la domanda non è nemmeno stata posta. Il PS non ha mai nemmeno pensato di rinunciare alla corsa in nostro favore. Se l’avessero fatto, allora la domanda sarebbe stata posta in un altro modo, ovviamente. Loro l’hanno però posta così: hanno sempre pensato che avremmo rinunciato noi per supportarli. Anche oggi – e loro credono ai sondaggi, e loro sono all’8% mentre noi siamo al 19% - continuano a credere che abbiamo bisogno di un’unità dietro di loro.

Alle elezioni parlamentari è anche peggio. Tutti questi deputati socialisti che hanno sostenuto le politiche del governo, oggi hanno perso tutta la loro legittimità agli occhi del popolo. I nostri candidati sono candidati che supporteranno la Sesta Repubblica. Questa non è una lotta “fratricida” tra la vera sinistra e la falsa sinistra, o tra traditori e puristi. Il nucleo forte del popolo con Mélenchon è venuto fuori dal Partito Socialista, e il nostro obiettivo è sempre stato di governare. E stiamo preparando questa campagna presidenziale dal 2004.

Nella campagna avete proposto una strategia critica nei confronti dell’Unione Europea – un Piano A per riformarla dall’interno e un Piano B di uscita se non dovesse funzionare.

Jean-Luc Mélenchon è stato il primo a dare una vera risposta in merito a cosa è successo a Tzipras in Grecia. Nessuno ha davvero formalizzato l’idea che, per esserci una negoziazione devi essere preparato psicologicamente alla rottura. Altrimenti non stai davvero negoziando.

Questa è l’origine del Piano B.

E’ una proposta abbastanza basica. Se vai a cercare un lavoro, o chiedi un aumento di stipendio, e dici “Non lavorerò a meno che non mi pagate 5.000 dollari al mese”, ma in verità sei pronto a lavorare per soli mille, questa non è una negoziazione. Se, al contrario, dici a te stesso che non accetterai niente a meno di 3.000 dollari, che te ne andrai per cercare un altro lavoro, allora starai davvero negoziando, perché chi ti troverai di fronte capirà che rischia di perderti. Ciò è concepibile al livello delle relazioni umane quotidiane, ma nessuno nella sinistra europea aveva pensato seriamente a come applicarlo al livello delle negoziazioni europee. Tutte le forze politiche pensavano, “Negozieremo ma resteremo qualunque cosa accada.”

Lanciare una campagna avendo alla base un Piano B è un punto di partenza ed è importante. Il Piano A parla già di armonizzazione fiscale e sociale, ciò significa avere un’infrastruttura che non mette i lavoratori in una competizione generalizzata, ma al contrario consente una migliore qualità della vita per tutti. E se ciò non è possibile, allora faremo la stessa cosa – un’infrastruttura armonizzata – con coloro che lo vorranno. Questo significa principalmente puntare a quei paesi del sud Europa. Rimettere la politica monetaria ed economica, e l’investimento pubblico, nel discorso pubblico.

Affrontiamo delle sfide, come la questione ecologica, di importanza planetaria, quindi deve essere un’azione sovranazionale.

L’esperienza recente dell’Unione Europea è però una prova che prima di tutto dobbiamo risolvere i problemi con la nostra oligarchia domestica. Invece di dividere la vita politica tra coloro che sono per lasciare l’Unione Europea e coloro che sono per l’Europa liberale – e questa è la linea di separazione disegnata dall’estrema destra – noi abbiamo disegnato una linea di separazione tra il popolo francese e l’oligarchia. L’estrema destra vuole semplicemente distruggere l’Unione Europea, noi vogliamo che il popolo veda cosa c’è di sbagliato in essa.

Una critica portata a questa campagna è che è più nazionalista di prima. Qualche settimana fa alla marcia Ribelle [Insoumis, n.d.t.] da Place de la Bastille a Place de la République, molti commentavano quante bandiere francesi c’erano. Potresti commentare questi cambiamenti?

Noi siamo patriottici, non nazionalisti. Il patriottismo è l’amore per la propria terra, mentre il nazionalismo include l’odio verso gli altri. In effetti, secondo le definizioni letteraria e politica, questa è la differenza. L’estrema destra è nazionalista, noi siamo patriottici. E il patriottismo è un’empatia, un affetto verso i propri compatrioti. Noi lo pensiamo davvero, a maggior ragione dato che la nostra nazione è stata una nazione civica dalla Rivoluzione Francese, non è definita da alcuna religione o colore della pelle e nemmeno dalla lingua, è universale. La nostra patria è repubblicana.

Il nostro patriottismo è universalista. E’ un patriottismo dell’Illuminismo. Pensiamo che ciò che il nostro patriottismo consente è esattamente l’affermazione dei diritti dei cittadini di governare sé stessi. Questo è ciò che è la nostra sovranità nazionale, prima di tutto si tratta di sovranità popolare. Prima di qualunque altra cosa c’è la questione del potere politico del popolo. E, fortunatamente per noi, nella nostra storia nazionale queste due cose sono strettamente legate. E’ per questo che pensiamo che l’estrema destra non è davvero per la sovranità, perché supporta solo la sovranità nazionale, non la sovranità popolare. Loro sono per far avere il potere a Marine Le Pen, non ai francesi.

E cosa mi dici riguardo l’aver cantato solo la “Marsigliese” alla fine dei cortei, invece de “L’Internazionale” come prima?

A Place de la République, Jean-Luc Mélenchon ha cantato alla fine “L’Internazionale”. Non era tra gli speaker, ma alla fine ha iniziato a cantare e poi si è diffusa e la gente l’ha cantata per un po’.

Noi non siamo per cancellare un pezzo di storia, ma è vero che riconosciamo alcuni problemi. Nel 2012 la nostra campagna era colorata di rosso e “Front de Gauche” era scritto a grandi lettere. Ora siamo in tonalità di grigio e blu, il logo è la lettera greca phi, che rappresenta la filosofia, l’amore per la conoscenza. Abbiamo un codice diverso, perché pensiamo che sia urgentemente necessario.