L'oro dell'oriente

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di Pasquale Cicalese per Marx21.it

riserve aureeIn memoria del Dottor Agronomo Domenico Maisto

Nel 1960 la lira fu premiata con l’Oscar della Moneta. Allora, Bankitalia era ancora guidata da Donato Menichella, artefice della legge bancaria del 1936 che avviò la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, e in più realizzò la nazionalizzazione della principali banche italiane.

Da quella legge nasce nel dopoguerra il trittico governo-imprese pubbliche e banche pubbliche, che permise un’enorme mobilitazione del risparmio nazionale finalizzato ad una crescita basata sostanzialmente sugli investimenti. Corollario di tale azione fu la decisione presa dal vertice di Bankitalia di avviare una ventennale politica di accumulo di riserve auree, reso possibile dalle rimesse degli emigrati italiani all’estero e da una bilancia dei pagamenti in pareggio e, a volte, in surplus. L’oro era l’altra faccia della fatica e del sudore dei lavoratori italiani, sia in patria sia, in particolar modo, all’estero, con milioni di emigrati che fecero affluire dollari e marchi nei forzieri della banca centrale.


A capo di tale decisione furono analisi sui sistemi monetari internazionali fatte dal centro studi di Bankitalia che condussero alla “tesaurizzazione delle riserve”, in vista di uno sconquasso probabile e futuro dei mercati monetari. Ciò puntualmente avvenne nel 1971 con la fine dei cambi fissi e del sistema-dollaro ancorato all’oro, simboleggiato dalla decisione di Nixon di porre fine all’ancoraggio della moneta statunitense con l’oro.

In quegli anni, nel centro studi di Bankitalia lavorava Paolo Baffi, che divenne negli anni settanta governatore della banca centrale. La decisione che prese quest’uomo nei primi anni sessanta di accumulo d’oro salvò il Paese per ventennio. Solo nel 1992 l’Italia si affossò definitivamente e per mano propria, a causa dello smantellamento del trittico finanziario ed industriale messo in piedi da Menichella, e da Beneduce (tra l’altro, un antifascista..) negli anni trenta.

Certo, non era affatto socialismo, ma era pur sempre qualcosa di progressivo rispetto ai disastri del nostro tempo.

Dal 1992 l’Italia non si è più ripresa: la generazione dei nonni e dei padri, con il sangue, aveva portato il paese ad essere tra i più industrializzati al mondo; affaristi, gente di secondo ordine nei partiti della Prima Repubblica, “industriali” incapaci di stare sui mercati mondiali, gente di finanza laureatasi alla Bocconi, completamente all’asciutto di storia economica e storia finanziaria, contribuirono a distruggere quanto creato nel dopoguerra in vista, successivamente, con un pifferaio che si affacciò sulla scena, di un “nuovo miracolo italiano”. Da vent’anni il Paese è pervaso da incubi economici-finanziari che, ormai, solo un aiuto estero sarà capace di cancellare.

Nell’Ottocento la borghesia europea andava a Venezia portandosi i figli. Arrivati in quella città i patriarchi, industriali da diverse generazioni, raccomandavano i figli ad evitare alla stirpe la decadenza di quella città, un tempo gloria e vanto dell’intera Europa per i suoi traffici con l’Oriente.

Se pensiamo che nell’ultimo ventennio il Veneto è guidato da gente che non fa altro che sputare veleno ed odio nei confronti degli orientali, ci si può immaginare il livello di smarrimento storico di buona parte degli italiani: “e l’Asia par che dorma, ma sta sospesa in aria, l’immensa millenaria sua cultura”, è Guccini a cantarla. Erano gli anni settanta, parlava del 1200 italiano e della Repubblica Veneziana, ma quella canzone annunciava il XXI° secolo.

Forse molti orientali, visitando il nostro Paese, studiano i nostri ultimi decenni non capacitandosi della decadenza veneziana ottocentesca riscontrabile in questi anni a Roma, Milano, Bologna o Firenze.

Qualcuno si studia cosa fece grande questo Paese nel dopoguerra e lo trova nel trittico ideato da Menichella e Beneduce e nella tesaurizzazione delle riserve valutarie portate avanti per decenni da Paolo Baffi.

Il simil trittico creato in Cina da Mao e Deng Xiaoping in queste ultime settimane si è deciso, all’ultimo congresso del Partito cinese, di difenderlo a spada tratta: sono stati chiari, l’Occidente non fa per loro. Al più si avvieranno quotazioni azionarie di quote minoritarie delle imprese pubbliche: ma non abbiamo a che fare con bocconiani, ma con gente che, leggendo Grossmann, adotta tutte le “tecniche” per fronteggiare la caduta tendenziale del saggio di profitto.

Inoltre, durante il congresso è uscito fuori un documento che pone le basi per la rivoluzione prossima ventura nei mercati monetari: con un accorato appello, studiosi vicini alla People’s Bank of China invitano alla “tesaurizzazione delle riserve valutarie” (simil Baffi, si potrebbe dire), portandole da duemila tonnellate a diecimila, superando, per ammontare, l’insieme delle riserve americane e tedesche. Accanto a ciò, invitano alla flessibilizzazione del tasso di cambio (ora possibile, nonostante i vari Soros in giro per il mondo, vista la quantità di riserve detenute) finalizzata all’estensione internazionale dello yuan e il cui corollario è un’ulteriore rivalutazione della moneta. L’oro, quindi, dopo tre secoli torna in Oriente, dove è sempre stato, come ben sapevano i mercanti veneziani.

Le cancellerie europee non sembrano preoccuparsi molto di ciò, invischiate come sono a scannarsi su di un bilancio che costituisce un miserrimo 1% del pil europeo. Sembrano tutti delle comari di un paesino.

Gli americani hanno loro voltato le spalle e volgono lo sguardo all’Asia imperante, dove ormai risiede il 60% della manifattura mondiale.

Gli americani hanno abbandonato quest’Europa. Facciamo altrettanto anche noi, ritorniamo a quel 1200 italiano cantato da Guccini. Ci salveremmo.