«Comandano gli oligarchi della finanza, non la politica»

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di Marco Berlinguer | da Pubblico del 4 ottobre 2012

dececcoMarcello De Cecco, mente caustica e grande esperto di finanza, non è ottimista. E il perché è presto detto: «Il problema numero uno oggi, come negli anni Venti e Trenta, è il predominio della finanza privata. Ma non c’è nessuna volontà politica di affrontarlo». Con un ulteriore avviso: «Ovunque stanno crescendo forze populistiche e nazionalistiche. È anche questa un’analogia con quegli anni». Cominciamo dal primo punto. Già prima della crisi, Padoa Schioppa e Saccomanni –ovvero due personaggi dell’ufficialità –paragona - rono i mercati finanziari a “bestie selvagge ” che nessuno era più in grado di domare. Poi nel 2007 è arrivata questa crisi gigantesca e se ne sono accorti tutti. Ne è seguito un gran parlare. Persino il Fmi, la casa del liberismo mondiale, aprì un discorso sull’opportunità di un controllo sui movimenti di capitale. Ma sono rimaste tutte chiacchiere. Già, in nome della difesa del libero mercato.


Diciamo del cosiddetto libero mercato. Perché bisogna dire con chiarezza ciò che si sa da moltissimo tempo: che il sistema finanziario internazionale si è concentrato enormemente (anche a livello nazionale). Ci sono venti, trenta grandi banche internazionali e altrettante istituzioni finanziarie non bancarie, che in tutto il mondo controllano tutti i mercati: uno per uno. Talvolta si legge anche di queste cene in cui questi pochi influenti banchieri si accordano sul fatto che i tassi devono scendere o salire. O prenda anche il recente scandalo del Libor: un tasso così importante veniva deciso da quattro gatti al telefono. Sono sempre meno gli operatori che contano. E poi, questi si mettono d’accordo: in 2/3 o 6/7 e con il sistema delle leve - con 10 prendi a prestito 100, con quei 100 chiedi 1000 e così via - mobilitano risorse quasi illimitate. Ma sono davvero così potenti? Non sono forse stati salvati dagli Stati e dalle banche centrali? E anche queste leve, non sono forse possibili solo in virtù di deregulation che sono state introdotte dai governi? È senz’altro vero. Solo le banche centrali, specie la Fed, con le loro risorse potenzialmente illimitate, potevano salvare il sistema finanziario. E le deregolazioni sono decisioni puramente politiche.

Quindi?

Insomma tutto questo mostra che i grandi proprietari di ricchezze economiche e finanziarie influenzano profondamente la classe politica. In questo c’è una forte analogia con il periodo prima del 1914 e specialmente negli anni Venti.

Poi però, è arrivata la crisi del '29. E gli Stati hanno preso il pallino in mano. Questa volta, invece, pur essendo stati decisivi nei salvataggi, non lo hanno fatto.

La differenza è che negli anni Trenta si affermarono forze contrarie ai mercati finanziari. Non solo nei regimi autoritari. Prenda Roosevelt. In un famoso discorso arrivò a dire: abbiamo scoperto che la mafia non è solo nei mercati illegali, è tra noi. E si riferiva alla grande finanza privata. Allora fu un passaggio epocale. Si disse: io ti salvo, però poi comando io. La finanza privata internazionale venne repressa: la speculazione fu ridotta a poco o niente. Il ruolo pubblico crebbe enormemente. E si aprì un lungo periodo di stabilità. Fino agli anni Settanta, quando il mercato internazionale si è riaffermato e la parte pubblica ha cominciato a essere ridimensionata. Oggi, invece, ci si dice cose terribili sui mercati, ma poi qualunque regolazione è edulcorata al 90 per cento. Al massimo, si comminano multe, che gli fanno un baffo. Insomma, dobbiamo tornare a un controllo sui movimenti di capitale? Continuare a parlare di mercato – dire: “ci pensano i mercati”- è sbagliato. Certo, negli anni Trenta, il controllo sui movimenti di capitali si unì a un crollo del commercio internazionale. Uno dice: un disastro.

Oppure ci si domanda: e poi? In ogni caso, il punto è che colpire, vuol dire colpire alcuni, non tutti. Il problema è che sono quei, massimo cento, grandi operatori finanziari internazionali, che però sono anche quelli che pagano lapolitica di tutto il mondo; e in particolare quella americana.

Per cui le cose che si devono fare, non si fanno.

Torniamo ai cosiddetti mercati. Spesso si dice che c'è un interesse della finanza anglosassone a destabilizzare l’euro. Che c’è di vero? Certamente il sorgere di una nuova moneta di riserva, risparmio e scambio internazionale, è stato dal 2000 un motivo di preoccupazione della finanza americana, che ha cercato di demolirla o almeno indebolirla. Ma i problemi interni sono più importanti. Ci sono squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti europee, che sono stati sottovalutati a lungo e che affondano le loro radici nella struttura produttiva tedesca, che ha bisogno di un mercato ben più ampio di quello tedesco. Inoltre l’euro stesso è un’istituzione liberale e l’Europa ha consacrato a livello costituzionale i principi del libero mercato. Infine, e soprattutto, i paesi europei sono divisi. Poi certo, tutte queste debolezze sono state anche utilizzate, con un’accorta manovra dei mezzi di comunicazione, da parte di gente, che non aveva mai approvato l’eu - ro. Penso anche alla Csu in Baviera e a un organo di stampa come il Bild- Zeitung, che ha fatto un’azione martellante su tutta l’opinione pubblica tedesca. Per cui, se vogliamo, l’euro, un po’si sta autodistruggendo, un po’ogni tanto gli si dà una bella botta, diciamo di speculazione internazionale, e si aiuta la natura. Insomma, non si può incolpare solo lo straniero.

No. Ci sono problemi strutturali. E politici. I partiti sono sempre più deboli. Si stanno autodemolendo dappertutto. Persino in Germania. Quest’idea di lasciar fare al mercato, sta alimentando dappertutto forze che se la prendono con i mercati. In tutta Europa stanno crescendo forze nazionalistiche e populistiche. E il grande terrore dei partiti tedeschi è che anche da loro esca fuori un partito nazionalista germanico. Sarebbe un finimondo. Siamo davvero alla soglia di grandi cambiamenti.