L’unica “mutazione” è quella dell’ordine liberale

E-mail Stampa PDF

poverta mondodi Fabio Massimo Parenti

da https://www.lintellettualedissidente.it

All’alba di questa nuova crisi sistemica legata al Covid-19 stanno emergendo quegli errori e quelle debolezze strutturali cumulate nei decenni precedenti, correlabili al modello politico-economico della globalizzazione.


Caos comunicativo, frammentazione istituzionale, sottovalutazione e politicizzazione della pandemia da parte delle autorità occidentali hanno fatto impallidire, a nostro svantaggio, gli errori compiuti a dicembre dalle autorità di Wuhan e dell’Hubei nella prima fase di manifestazione dell’epidemia. Se gli errori cinesi sono stati raddrizzati piuttosto velocemente, al fine di mettere a punto azioni coordinate, veloci ed efficienti (qui, qui e qui) – la Cina sta ritornando gradualmente in una condizione di semi-normalità – in Occidente, ove si avevano due mesi di vantaggio, si sta pagando un prezzo molto alto (ne scrivevo qui il 27 febbraio). Negli ultimi mesi, tutti i Paesi che hanno osservato l’esperienza cinese “da fuori” non hanno appreso alcunché e, in molti casi, hanno invece politicizzato sin dall’inizio il dramma della Repubblica popolare, che invero rappresentava già una emergenza globale.

Il mutamento dell’ordine liberale mondiale, detto global shift, di cui molti di noi seguono le traiettorie da anni, si sta disvelando anche a coloro i quali sono rimasti ancorati a una visione statica, legata all’egemonia statunitense. Una visione obsoleta, superata dai fatti, già prima della pandemia (si veda Geofinanza e geopolitica, 2016). Più in generale, all’alba di questa nuova crisi sistemica, stanno emergendo quegli errori e quelle debolezze strutturali cumulate nei decenni precedenti, correlabili al modello politico-economico della globalizzazione neoliberale. Quest’ultima è stata un processo ingegnerizzato dall’Occidente a partire dalla controrivoluzione monetarista di fine anni Settanta. Decenni di crescente interconnessione, a cui si sono agganciate diverse aree del mondo in modo più o meno vantaggioso, ma che nel contempo hanno acuito le diseguaglianze socioeconomiche e hanno accelerato processi di destabilizzazione: basti pensare ai cicli sistemici di crisi finanziarie ed economiche negli anni Ottanta (debiti sovrani), Novanta (bancarie, monetarie e debitorie) e Duemila (finanziarie e debitorie) ed alle numerose guerre “umanitarie” e cambi di regime tentati o riusciti a nome di una falsa guerra al terrorismo (quest’ultimo ampiamente alimentato e sostenuto in funzione anticinese, antirussa e anti-iraniana a fini di dominio strategico).

Mantenendo una prospettiva globale, questa crisi sta mettendo a nudo tutti i difetti e le debolezze strutturali accumulate dall’Occidente negli ultimi decenni. E’ sempre più evidente l’esaurimento della spinta propulsiva della globalizzazione occidentale, cui corrisponde, di converso, una chiara forza costruttiva della globalizzazione con caratteristiche cinesi. Se la prima, sotto il cosiddetto Washington consensus, ha promosso per decenni processi di liberalizzazione e privatizzazione estesi al livello planetario, la seconda ha proposto e sta praticando più interconnessione tra stati, attraverso strategie di investimento e di cooperazione volte allo sviluppo di aree depresse, alla stabilizzazione di regioni strategiche e al collegamento più efficiente tra diverse regioni del mondo. Questi due modelli corrono lungo binari differenti e spesso antitetici: unilateralismo vs multilateralismo, approccio one-size-fits-all vs rispetto di diversi percorsi di sviluppi, iper-competizione vs cooperazione-mutuo beneficio, interessi del capitale vs interessi delle società, individualismo vs collettivismo. Idiosincrasie che hanno fatto emergere un’idea alternativa di globalizzazione. Si veda ad esempio il discorso di Xi Jinping a Davos nel 2017, a favore di più interconnessione e cooperazione tra popoli, nel rispetto delle diversità economiche, politiche e culturali.

Oggi, sempre più, si dipana la natura della globalizzazione neoliberale che, avendo promosso una crescente riduzione dell’intervento dello stato in economia (con una spinta deregolamentazione dei mercati), riducendone il ruolo a portavoce delle comunità di affari e dei loro interessi particolaristici, mostra tutti i suoi limiti. Ciò si evince chiaramente soprattutto quando essa viene messa a confronto con il socialismo con caratteristiche cinesi e con l’idea della costruzione di una comunità umana dal destino condiviso. Niente a che vedere col darwinismo economico-sociale promosso dal neoliberalismo. Come detto, la storia della globalizzazione neoliberale è stata segnata da crisi sistemiche e guerre umanitarie (in realtà operazioni a sostegno del terrorismo regionale per fini strategici), restituendo l’immagine di una globalizzazione dei mercati e delle guerre assai destabilizzante, fragile e sempre più volatile. Processi che hanno mostrato gli esiti più nefasti e destrutturanti a partire dagli anni Novanta. Diversamente, la BRI e l’estensione dell’influenza cinese a livello intercontinentale, attiene ad una nuova geografia infrastrutturale, di porti, ferrovie, zone industriali, collegamenti digitali e aerei, nonché cooperazione nella ricerca e nella gestione di problemi globali, come quelli sanitari.

La pandemia Covid-19 mostra dunque il consolidamento del Beijing consensus e della globalizzazione con caratteristiche cinesi, rispetto alle più note politiche internazionali legate al Washington consensus. Difatti, questi due approcci, che, come accennato, hanno traiettorie storiche differenti, si riflettono nelle attuali risposte alla pandemia. I Paesi occidentali si sono chiusi, sospendendo Schengen in Europa, bloccando forniture essenziali ai paesi più colpiti e mostrando una notevole incapacità di gestione della crisi. I casi dei blocchi di forniture da Germania, Repubblica Ceca e Polonia, come il blocco dello spazio aereo ai voli russi, nonché le sanzioni che si fanno gravare su Iran, Cuba e Venezuela, anche in questa fase, sono tutti esempi di mancanza di solidarietà e cinismo, ove non si può rinvenire alcunché di edificante. Altro che “diritti umani”. Guardando agli Usa, essi non avrebbero comunque potuto fornire aiuti comparabili a quelli cinesi, mancando di un’adeguata capacità produttiva dei materiali necessari. La Cina, al contrario, per prima, sta fornendo ogni tipo di sostegno all’Italia e a molti altri Paesi (ne assiste 80), moltiplicando aiuti, donazioni e forniture, oltre a offrire e condividere personale medico, esperienze ed informazioni. Alla Cina si sono unite, tra gli altri, Paesi come Cuba, Vietnam e Russia. In termini paradigmatici, economico-politici e culturali, il confronto è tra neoliberalismo e socialismo. In altre parole, tra il primato degli interessi del capitale e dell’interesse egoistico del singolo sull’interesse delle società e delle collettività. E’ il confronto dicotomico tra l’iper-competizione e la cooperazione; l’autodifesa reazionaria e la solidarietà internazionale, il confronto militare e la ricerca di soluzioni condivise e pacifiche.

Da parte dei Paesi occidentali constatiamo un deficit di aiuti e solidarietà; ma anche una condizione di debolezza politica e di sofferenza economica nell’affrontare la pandemia. In tale contesto, sia il Financial Times che il Foreign Affairs, ad esempio, hanno rilevato la necessità di collaborare con la Cina per la gestione della crisi. Trump, solo da oggi, sta offrendo timide aperture. Bene. Seguiremo gli sviluppi. Ciò non toglie che l’ordine mondiale sia già cambiato ed avrà bisogno di un Occidente capace di adattamento e flessibilità. Meno spese militari e più beni pubblici, sostegno alla BRI, chiusura definitiva del G7 e ampliamento del consesso del G20… Incrociamo le dita.

* Questo articolo, in esclusiva per L’Intellettuale Dissidente, sviluppa alcuni punti toccati nel recente talk su “Pandemic has a new epicenter”, The Point CGTN.

** Molti aspetti affrontati sono stati discussi dall’autore in vari articoli ed interviste (Blog di Beppe Grillo, qui e qui, global time, china today, civg).

*** Fabio Massimo Parenti è attualmente Foreign Associate Professor di Politica Economica Internazionale alla China Foreign Affairs University, Beijing. In Italia insegna all’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, è membro del think tank CCERRI, Zhengzhou, e membro di EURISPES, Laboratorio BRICS, Roma. Il suo ultimo libro è Geofinance and Geopolitics, Egea. Su Twitter: @fabiomassimos