La Bce porta la crisi a Berlino

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di Sergio Cesaratto | da il Manifesto del 25 luglio 2012

bceCon l'inferno nei mercati e un assordante assenza di leadership europea il destino anche per Italia e Spagna è segnato: un destino di inutili sacrifici prima, di uscita disordinata poi. Bene dunque ha fatto ieri sul manifesto Pitagora a invocare un'uscita ordinata del nostro paese. Questa non solo è possibile, ma realistica. Il realismo dipende dal fatto che un intervento della Bce oggi da tutti invocato sarebbe limitato dai tedeschi a riportare gli spread appena sotto i 500 punti, senza intaccare le cause della crisi.

Limitandosi a procrastinare l'agonia, la Bce farebbe semplicemente marcire la situazione. Se dichiarasse ora la sua garanzia illimitata sui debiti sovrani e l'obiettivo di ridurre gli spread ai livelli pre-crisi, i mercati ci crederebbero. In una situazione marcita assai meno. Poco male, qualche massiccio intervento di acquisto li convincerebbe, ma questo sarebbe ancor più difficile da digerire per i tedeschi i quali, comunque, non vogliono adottare le politiche espansive necessarie a riequilibrare l'Europa.


Le scelte della Bce degli ultimi giorni remano, peraltro, nella direzione opposta a quella auspicata. Non solo la Bce ha cominciato a rifiutare come collaterale per i prestiti alle banche elleniche titoli di stato o garantiti dallo stato greco, come riferito da Pitagora, ma ciò ha riguardato tutti i paesi (devo ad A. G. questa informazione suffragata da blog specialistici).

Qual è il giochetto che la Bce ha interrotto (e che forse ha scatenato la crisi terminale)?

I capitali da mesi scappano dai debiti pubblici e dalle banche di Spagna e Italia. Le banche possono ricorrere a ri-finanziamenti dalla propria banca centrale, ma devono versare titoli a garanzia (collaterale). Le banche non avevano più collaterali di qualità come «pezze d'appoggio», quindi stavano per saltare, una ulteriore pressione sugli stati che le devono soccorrere. La Bce però consentiva loro di emettere obbligazioni garantite dagli stati, titoli accettati come collaterale per ottenere liquidità; con la liquidità ottenuta le banche compravano titoli pubblici, a loro volta offerti alla Bce per ottenere ulteriore liquidità e così via. Banche e stati riuscivano così a rifinanziarsi, mentre le banche lucravano la differenza fra il basso costo di rifinanziamento presso la Bce e gli alti tassi che gli stati pagano. Quindi un pessimo surrogato dell'intervento diretto della Bce nel sostegno agli stati perché alla lunga il giochetto rende gli stati insolventi.

L'Eurosistema (Bce più banche centrali nazionali) è finito comunque per vantare enormi crediti verso la periferia, ed equivalenti debiti verso coloro che hanno portato capitali in Germania.

Se l'euro salta, quei debiti si ritroverebbero sul groppone della Bundesbank. Ma se si blocca il giochetto l'euro salta (damned if you do, damned if you don't). Ecco che si spiega perché Moody's ha assegnato ieri un outlook negativo alla Germania e i Cds sui Bund (una sorta di assicurazione sul fallimento) stanno salendo.

Ma se l'Italia uscisse sarebbe impossibilitata a rifinanziare il proprio debito pubblico e lo stato fallirebbe, come sosteneva Federico Fubini lunedì sera su Rai News? Nessuno stato sovrano che emetta la propria moneta può fallire, dunque questo verrebbe anche a garanzia dei crediti tedeschi, che certo varrebbero di meno se ripagati nella nuova-lira, ma solo, ipotizziamo, di un 20% in meno.

Questa disinformazione, condita dei più crassi luoghi comuni come nel caso del comizio di Fubini da Mineo (che riesce per lo più a invitare «esperti» di questo tipo), ci rammenta l'importanza che i cittadini vengano informati sulla verità della situazione, come sottolineato nell'opportuno appello di ieri su questo giornale. Infine, che fuori dall'euro l'Italia dovrebbe finalmente diventare un paese maturo, in ogni sua componente. Di questo prima o poi si dovrà anche parlare.

* Economisti oltre l'austerity